Se c’è un tratto riconoscibile

È possibile parlare di territorio nel bicchiere? E se sì, in che termini?

Una parola – territorio, o terroir (nel suo valore più ampio) – particolarmente abusata, il cui profilo spesso appare sfuocato, assai poco definito in termini di riconoscibilità gustolfattiva. Come se “territoriale” fosse un’accezione che suona particolarmente bene ma che, alla fine, vuol dire un po’ tutto e niente. È per questo che sono particolarmente contento di aver organizzato una degustazione proprio su questo tema, declinata attraverso soli vini bianchi che si terrà esattamente tra dieci giorni a Cerea in occasione del consueto appuntamento con Vini Veri (quest’anno dedicato al grande tema della cosiddetta “etichetta trasparente“).

Otto vini, tra cui due passiti, serviti rigorosamente alla cieca su cui confrontarsi cercando, se ci sono, dei tratti territoriali condivisibili tra i presenti. Il titolo è “Il tratto italico (in bianco), la capacità dei vini naturali di raccontare le diversità del terroir“. Domenica 22 marzo, ore 11.00, Area Expo “La Fabbrica”, Cerea (Verona). Dovrebbe costare 30 euro, sarà possibile iscriversi direttamente all’ingresso della manifestazione.

Ci vediamo lì (spero).

Edit 17/03/2015: sul sito di ViniVeri sono stati pubblicati tutti i dettagli per partecipare alla degustazione.

Interviste

Su Slow Wine in questi giorni sono uscite tre interessanti interviste ai responsabili, rispettivamente, degli appuntamenti dedicati al mondo dei vini naturali dentro e fuori Vinitaly. A Beppe Ferrua, presidente dell’associazione che organizza ViVit. Ad Angiolino Maule, presidente di VinNatur e responsabile dell’organizzazione di Villa Favorita. A Giampiero Bea, presidente di ViniVeri e responsabile dell’omonima manifestazione che si tiene a Cerea (Vr).

Verona 2013, ho assaggiato cose che non riesco a dimenticare

E ti pareva. È mercoledì e la primavera si è palesata all’improvviso, asciugando la pioggia che per due/tre giorni si è abbattuta abbastanza incessantemente su Verona. Ma va tutto bene. Io in questo momento sono sul treno che, tra un cambio e l’altro, dovrebbe riportarmi a casa nel tardo pomeriggio. Giusto così, sono stati quattro giorni di fiesta e domani mattina si rientra con prepotenza in una certa quotidianità. Nel frattempo, mentre il convoglio si lascia alle spalle Porta Nuova ripenso ad alcuni dei bicchieri che, più di altri, hanno illuminato questi giorni veronesi. Dalle manifestazioni organizzate da VinNatur e da Viniveri fino al meltin’ pot fieristico. Perchè in fondo tutto quanto dovrebbe ruotare intorno a quello che c’è nel bicchiere, no?

Il primo, uno dei più luminosi, è lo spettacolare grillo targato 2012 di Nino Barraco. Quello che sarà il “Vignamare” è un vino bianco meraviglioso, mi riporta immediatamente la mente a quella vigna, uno degli appezzamenti più spettacolari che abbia mai avuto l’onore di visitare, e alla spiaggia, al mare, al sale, al sole. Che. Vino. Pazzesco. Occhio poi ad un altro grillo, non così geograficamente lontano dal primo. Il 2012 di Cantine Barbera è forse il più buono mai prodotto nella cantina di Menfi.

A proposito di bianchi, e qui mi ricollego velocemente alla recente trasferta carsica, c’è un produttore che mi ha stupito più di altri. Dall’annata 2009 ha tirato fuori due vitovska meravigliose per finezza e per complessità. Vini tesi e poliedrici, davvero splendidi. Paolo Vodopivec, punto e a capo.

Grazie a Maria Grazia Melegari sono poi tornato ad innamorarmi di Soave e della Garganega. Il “Vigne della Brà” 2010 di Filippi brilla per profondità e slancio. Uno dei più buoni Soave che ricordi, un vino che è potenzialmente anche migliore del 2006 assaggiato sempre a Villa Favorita. E se anche mi sbagliassi di qualche punto fidatevi, dimenticatene un cartone giù in cantina per un po’. Poi ne parliamo.

Appagante e rinfrescante il Lambrusco di Sorbara “Falistra” di Podere Il Saliceto. Affascinante per eleganza il Brunello di Montalcino 2008 “Madonna delle Grazie” de Il Marroneto. Pazzesca per definizione, intensità e classe la barbera 2006 de La Stoppa. Per non parlare del rosso 2010 di Alessandro Dettori. Anzi no, parliamone. Ma come fa? Davvero, lì dentro c’è una stoffa difficile da trovare altrove. Un cannonau che unisce grazia, eleganza, profondità ad uno spiccato (e meraviglioso) carattere mediterraneo. Wow.

Dalla vendemmia 2011 Saša Radikon ha tirato fuori altri due grandissimi vini. Lo Slatnik in particolare mi ha stupito non solo per freschezza e complessità ma anche per la grandissima personalità. Sono proprio i suoi vini, non c’è niente da dire. In questi anni avevo un po’ perso di vista il lavoro di Vanni Nizzoli di Cinque Campi. Ho trovato vini bianchi molto precisi, puliti, sfaccettati. Su tutti il metodo classico, il “Particella 128”. Per rimanere in tema, buonissimo anche il “Dosaggio Zero” di Letrari, un Trento Doc dritto ed elegante, uno di quelli che torneresti sempre ad assaggiare.

E poi che bello trovare piacevoli conferme, vini già assaggiati nel corso degli ultimi dodici mesi che non hanno fatto altro che riproporre quanto di buono avevo pensato al primo bicchiere. Il Faro 2010 di Bonavita, il Cirò Riserva 2008 di ‘A Vita, il rosato 2010 di Massa Vecchia, il prosecco 2011 di Casa Coste Piane.

Poi certo, questi sono tutti assaggi che neanche lontanamente vogliono rappresentare un minimo senso di completezza. Mai come quest’anno ho assaggiato poco, lasciando più spazio alle parole che ai bicchieri. Quattro giorni di fiesta, come dicevo. Va tutto bene.

Ci vediamo là

Degustazioni, assaggi, pensieri sparsi. C’erano decine di cose che avrei voluto scrivere in queste ultime settimane ma il tempo questa volta è stato davvero tiranno, in ogni momento il lavoro richiamava la mia attenzione (mai come in questo ultimo periodo, aggiungerei). Ma vi pare? Avrei anche un blog da tirare avanti, non è che posso essere impiegato a tempo pieno col lavoro. Eh.

E poi mentre scrivo la mia mente già vola a quello che ci sarà da fare oggi pomeriggio, l’idea è quella di portarsi avanti il più possibile per riuscire a godere in tranquillità dell’imminente trasferta veneta. Sabato a Cerea per Vini Veri, domenica a Villa Favorita per VinNatur, lunedì e martedì a Verona, in fiera.

Come sempre in questi casi vale il più classico dei “ci vediamo in giro”. Buon weekend.

Novità dal fronte

Incredibile, il Gambero Rosso è involontariamente riuscito dove in molti avevano tentato. Di là, su Intravino, ho infatti pubblicato ieri una lettera aperta a firma di tutte e quattro le principali associazioni riconducibili al mondo del vino naturale, un testo indirizzato alla redazione del mensile in risposta a due fortissimi editoriali usciti sul numero di gennaio della rivista. Ripeto: a firma di tutte.

Al di là infatti dei contenuti e delle posizioni espresse dall’una o dall’altra parte credo che sia avvenimento di straordinaria importanza che dimostra da una parte che una coesione di intenti è possibile e dall’altra che, quando queste associazioni sono unite, il messaggio ha una forza dirompente (a dire poco). E poi andate a leggerla e dopo, con calma, cominciate a scorrere i nomi dei firmatari. È elenco tosto, che non ha confini geografici e che fa impressione per quantità e qualità. Credo che da ieri qualcosa sia cambiato, e sarà bello scoprire cosa succederà nei mesi a venire.

C’è però un altro elemento che vorrei sottolineare, un passaggio contenuto nel testo che fa riferimento alla possibilità, oggi negata dal legislatore, di elencare in etichetta quelli che sono gli additivi contenuti nella bottiglia. A questo proposito è anche uscita un’Ansa nel primo pomeriggio di ieri, eccone uno stralcio:

“Il vino e’ l’unico prodotto alimentare in cui non possono essere scritti in etichetta gli ingredienti. Vogliamo avere la possibilità di scriverli”. È l’appello del presidente del Consorzio Viniveri Giampiero Bea che, in occasione della presentazione della decima edizione di “Viniveri 2013 – vini secondo natura” che si terrà a Cerea (Vr) dal 6 all’ 8 aprile, ha sottolineato come la mancanza di trasparenza non consente ai consumatori scelte d’acquisto consapevoli e non differenzia i produttori convenzionali da quelli naturali.”

È una proposta concreta su cui discutere, un punto di partenza per fare chiarezza.

Una giornata romana

Giovedì mattina alla LUISS di Roma si terrà un seminario sulla “sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiera vitivinicola”. In chiusura, dopo mezzogiorno, interverrò insieme a Bruno Gambacorta di Rai2, a Luca Zanini del Corriere della Sera e a Giovanni Bietti (autore della collana “Vini Naturali d’Italia”) per presentare e parlare di un volume curato dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria e dal Consorzio ViniVeri dal titolo “Custodi di identità, storie di contadini e delle loro vigne”.

Ecco alcune righe tratte dalla prefazione:

“..il quaderno presentato è complementare ad una attività di studio iniziata a gennaio 2012 sulla sostenibilità della filiera vitivinicola, la quale, a sua volta, si inserisce di diritto nel più ampio contesto degli studi INEA sulla responsabilità sociale nel sistema agroalimentare. In questo lavoro, tuttavia, ci si allontana dalla mera analisi economica di settore, soffermandosi invece su 17 imprese guidate da altrettanti vignaioli, dalle loro motivazioni e dalle loro filosofie di vita.

Il Consorzio Viniveri, in questo senso, nasce proprio dalla necessità di un gruppo di contadini artigiani di comprendere appieno il significato di sostenibilità in agricoltura, e applicarlo quotidianamente tanto in vigna quanto in cantina. Il loro lavoro si esprime nel vino generato da processi “naturali”; l’opera quotidiana di ciascun vignaiolo, tutore e testimone diretto di questo percorso che egli stesso “accompagna ma non domina”, passa per il territorio nella sua interezza e complessità, in difesa delle identità delle nostre campagne. La centralità dei rapporti umani, la difesa delle diversità culturali e delle identità territoriali, la possibilità di un consumo più consapevole sono altre questioni alle quali le interviste forniscono un prezioso contributo.”

Maggiori dettagli sul sito di Inea, è possibile scaricare la locandina di presentazione, o sul blog di Slawka G. Scarso, co-autrice del volume.

In caso, al solito, ci vediamo là.

Vivit, il salone naturale di Vinitaly

Solo questa mattina mi sono accorto che sul sito di Vinitaly c’è l’elenco dei produttori presenti a Vivit, quello che lo stesso ente fieristico definisce come “il salone dedicato, per la prima volta, ai vini naturali prodotti da agricoltura biologica e biodinamica“.

Un piccolo passo indietro. Tutti quelli che non sono appena sbarcati da Marte sanno perfettamente che domenica avrà inizio il più importante/grande/affollato circo del vino italico. E tradizionalmente, come ogni anno dal 2004, nei pressi di Verona ci saranno anche due diverse manifestazioni promosse dalle due più importanti realtà del vino cosiddetto naturale: VinNatur e Viniveri (nota a margine, che sono due bellissime manifestazioni non c’è bisogno di aggiungerlo, vero?). La notizia, o la novità, dell’anno è che la Fiera dal 2012 ha deciso di inserire all’interno di uno dei suoi padiglioni un’area dedicata ai vini naturali rivolgendosi alle cantine con un prezzo più basso rispetto ai normali stand, un luogo quindi capace di attrarre tanti produttori curiosi di affacciarsi al mondo di Vinitaly ed al suo pubblico. Ricordate? Ne avevo scritto velocemente a novembre.

Scorrendo il sopracitato elenco mi sono accorto di tanti nomi di peso che hanno deciso per un cambiamento. Leggo che a Cerea mancheranno Arianna Occhipinti, Barraco, Il Paradiso di Manfredi, La Stoppa, Movia, Pepe e che Fulvio Bressan ed Elisabetta Foradori saranno presenti ad entrambe. Nomi importanti, simboli nei rispettivi territori di una viticultura alternativa che probabilmente hanno visto nelle fiere alternative una formula stanca. L’altra faccia della medaglia però racconta di due manifestazioni ancora molto vivaci, capaci di raccogliere circa trecento produttori provenienti da un po’ tutto il mondo e capaci di porsi ancora come appuntamenti di riferimento nel mondo del vino naturale italiano. Io, per farmi un’idea il più precisa possibile, sarò presente a tutte e tre.

Chiudo riportando la frase finale dell’altro post. Dicevo che era tutto lì, in quel comunicato di Vinitaly che dichiarava “i vini da agricoltura biodinamica protagonisti di Vinitaly“ e che era tutto vero. Aggiungo: niente sarà più come prima.

Sul vino naturale, appunti sparsi

“Grazie Jacopo per la segnalazione, dai video che ho visto sul sito Senza Trucco sembra davvero un progetto interessante. Non trovi però oggi ci sia un certo abuso del termine naturale? Un termine che per inciso non ha alcuna valenza in termini di certificazioni e che porta inevitabilmente a generare confusione. Quali sono vini naturali? Perchè il mio lo è o meno, chi lo decide? Sono molto perplesso.”

E così mi ricollego velocemente al post di ieri sul documentario sulle donne del vino naturale, che questa è email che necessita di un momento di riflessione. E certo, lungi da me pretendere di arrivare ad una definizione di naturale. Il problema però esiste, e se da una parte è molto facile capire le differenze tra, non so, il Barolo di Cappellano ed il Chianti del supermercato di Cecchi è anche vero che nel mezzo c’è un universo di realtà piccole e medio/piccole che non hanno certificazioni e che non fanno parte dei vari Vini Veri, Vin Natur, Renaissance des Appellation e chipiùnehapiùnemetta. Vuoi perchè fuori da un certo giro di produttori tanto sensibili a queste problematiche quanto attivi nel promuoverle, vuoi per la volontà di non aderire a regole che possono apparire in qualche modo limitanti nell’uso di alcune pratiche di cantina.

Le certificazioni, per dire. Esistono società che previo controllo a pagamento possono dire se un’azienda opera in regime biologico o biodinamico. Sono due cose ben diverse ma ci sono regole chiare e precise cui attenersi tanto in vigna quanto in cantina. Ma si tratta di casi piuttosto isolati. E poi le maglie dei controlli sono comunque abbastanza larghe e facilmente aggirabili per quelle realtà che vogliono apparire come verdi più per immagine che per reale volontà di rispetto della terra, del vino e del suo processo produttivo.

Naturale quindi. Il termine è certamente omnicomprensivo e i punti di vista diversi. In generale si potrebbe forse dire che definisce quei vini fatti senza l’utilizzo di prodotti industriali, chimici e che in generale sono figli di un certo non-interventismo. Un ragionamento che si basa esclusivamente su un grande rispetto dei frutti del proprio vigneto e sulla volontà di accompagnarne il processo produttivo che vede il vignaiolo più come custode che come piccolo chimico. Ci sono visioni certamente più estreme ma “se vivo in modo naturale, rispettoso per l’ambiente, per il territorio, per le piante, il vino che risulterà dalla mia attività sarà a sua volta un prodotto rispettoso e naturale”. Così un produttore sul primo volume di Vini Naturali d’Italia di Giovanni Bietti. Una visione che vede l’identità del vino e della vigna come protagonisti, soggetta a molte interpretazioni (anche più radicali) ma che rende l’idea. Una visione che abbraccia non solo la parte enologica del lavoro di un vignaiolo ma che comprende anche elementi fortemente etici.

Come trovarli però? Come sapere quale dovrebbe essere naturale e quale no? Sicuramente sapere che un produttore fa parte delle associazioni sopra citate e frequentare le manifestazioni dedicate aiuta ma la strada da percorrere è solamente una, ed è certamente la più difficile. E’ quella dell’informarsi. Assaggiando, cercando di capire le differenze tra un vino industriale ed un suo simile prodotto in poche bottiglie dalla piccola cantina dietro casa. Visitando i produttori, conoscendoli. Parlandoci. Cercando di capire in che modo un vino può raccontare il contesto che lo vede nascere. In questo modo -sorpresa- si potrà scoprire che esistono vini che sono molto lontani dalle fiere dei vini naturali ma che non sono affatto lontani da questo modo di intenderli. Vini magari molto famosi e celebrati.

E’ chiaro, è un percorso che richiede tempo e passione. Ma in questo modo credo tutto torni. Il punto quindi non è naturale o meno. Il punto è il rapporto di fiducia che si crea tra chi il vino lo fa e chi il vino lo beve. La decisione di bere consapevole. Per me il vino in questo momento è prima di ogni altra cosa territorio, con tutti i suoi pregi e, a volte, difetti.

Poi probabilmente mi sbaglio, ma il vino è un percorso personale. E qui è dove oggi sono arrivato io su questo argomento. Domani, dopodomani, tra un anno magari avrò altro da scrivere, che avrò cambiato idea.