Se c’è un tratto riconoscibile

È possibile parlare di territorio nel bicchiere? E se sì, in che termini?

Una parola – territorio, o terroir (nel suo valore più ampio) – particolarmente abusata, il cui profilo spesso appare sfuocato, assai poco definito in termini di riconoscibilità gustolfattiva. Come se “territoriale” fosse un’accezione che suona particolarmente bene ma che, alla fine, vuol dire un po’ tutto e niente. È per questo che sono particolarmente contento di aver organizzato una degustazione proprio su questo tema, declinata attraverso soli vini bianchi che si terrà esattamente tra dieci giorni a Cerea in occasione del consueto appuntamento con Vini Veri (quest’anno dedicato al grande tema della cosiddetta “etichetta trasparente“).

Otto vini, tra cui due passiti, serviti rigorosamente alla cieca su cui confrontarsi cercando, se ci sono, dei tratti territoriali condivisibili tra i presenti. Il titolo è “Il tratto italico (in bianco), la capacità dei vini naturali di raccontare le diversità del terroir“. Domenica 22 marzo, ore 11.00, Area Expo “La Fabbrica”, Cerea (Verona). Dovrebbe costare 30 euro, sarà possibile iscriversi direttamente all’ingresso della manifestazione.

Ci vediamo lì (spero).

Edit 17/03/2015: sul sito di ViniVeri sono stati pubblicati tutti i dettagli per partecipare alla degustazione.

Solforosa, solforosa, solforosa

Niente. Non se ne esce. Come già accennato qualche mese fa ormai agli occhi del grande pubblico vale il dogma secondo il quale i vini naturali sono quelli senza anidride solforosa.

Quindi il suo giudizio sul vino naturale è…

“…che uno su dieci è fantastico per sei mesi e in seguito imbevibile. Gli altri nove non sono bevibili in partenza. La fissa del naturale nasce da gruppi di appassionati più che dal grande pubblico: ma non si può pensare a un mercato composto unicamente da vini senza anidride solforosa. La trovo una discutibile astuzia di marketing”.

Così Maurizio Zanella, presidente di Cà del Bosco e del Consorzio per la Tutela del Franciacorta, a proposito dei vini naturali in un’intervista di Maurizio Bertera su Linkiesta.

Voce del verbo procrastinare (o dell’anidride solforosa)

Il bello di rimandare continuamente un post è che inevitabilmente qualcuno, ad un certo punto, lo scriverà al tuo posto. Due volte. È il caso di Alessandro Morichetti che, questa mattina, riprende un pezzo uscito qualche giorno fa sul sito di Porthos a firma del suo direttore, Sandro Sangiorgi. Eccone un brevissimo stralcio:

“Consideratelo un appello. Ormai non è più solo una moda, è un grosso equivoco, alimentato dall’ignoranza e dalla superficialità. Mi riferisco al collegamento automatico che sempre più persone fanno tra l’assenza di solforosa aggiunta e l’essenza della naturalità. Come se bastasse imbottigliare il vino senza SO2 per sdoganarsi dalla convenzione chimica e ipertecnologica e approdare nell’universo “bio” con proposte falsamente rivoluzionarie.”

Non c’è niente da aggiungere, credo.

Gambero Rosso, we have a problem

Ricordo bene il giorno che uscì in edicola, su Twitter non si parlava d’altro. Mi riferisco al numero di gennaio del Gambero Rosso e agli editoriali rispettivamente di Eleonora Guerini e di Michel Bettane e Thierry Desseauve. Due attacchi molto forti ai vini naturali tanto nel tono quanto nelle argomentazioni, due editoriali che nel giro di qualche settimana portarono ad una reazione altrettanto forte da parte di tutte le associazioni italiane riconducibili al mondo del vino naturale.

Tuttavia, poche ore dopo aver aperto la discussione, la stessa Eleonora Guerini si affrettò a precisare in un commento che “le prima righe del mio editoriale non le ho scritte io, in redazione qualcuno ha messo del suo e non so nemmeno bene cosa si intenda per nuovi metodi stabilizzanti“. Oggi, a qualche mese di distanza ed in relazione al testo dei due famosi giornalisti francesi, apprendiamo anche che “il testo peccava di precisione nella traduzione e ha soprattutto sofferto una differenza di vocabolario e di significato tra il francese e l’italiano“.

Aspettate, anche io avverto l’urgenza di prendere le distanze da quanto scritto. Questa di certo non è la mia firma.

Vorrei averlo scritto io

Ieri su Intravino è uscito un post a firma di Emanuele Giannone di cui mi sento di quotare non solo ogni singola parola, ma anche ogni punto ed ogni virgola. Un post che ancora una volta (ancora? si, ancora) torna ad occuparsi del termine “vino naturale” , che rappresenta un punto fermo e una tappa da cui ripartire. Per andare oltre, per crescere.

La guerra delle parole (reprise)

Nel frattempo di là, su Intravino, sono andati in onda un paio di post dedicati a due pezzi usciti sull’ultimo numero del Gambero Rosso. Argomento della discussione, tanto per portare una ventata d’aria fresca in queste prime giornate dell’anno, il mondo dei vini naturali. Ehm.

Al di là comunque delle argomentazioni trovo molto interessante il timing. Ci eravamo lasciati alle spalle un 2012 durante il quale avevamo assistito alle prime timide schermaglie intorno al termine “naturale”. Oggi è la corazzata del Gambero Rosso a scendere in campo e, è certo, si è portata dietro le armi pesanti. Il primo pezzo titola “il tormentone naturale” e il tono è più o meno riassumibile in, cito testualmente, “ogni volta che sento parlare di vino naturale mi viene istintivamente da ridere“. Il secondo invece è a firma di uno dei più importanti giornalisti francesi e il titolo dice molto, se non tutto: “te lo do io il vino.. naturale“.

Se queste sono le premesse non ci sono dubbi, quella che ci aspetta sarà una stagione tosta. E, è sicuro, non sarà facile vedere i rispettivi protagonisti uscire dalle barricate che si sono costruiti intorno.