Il Montefalco Rosso “Le Grazie” di Villa Mongalli

È passato poco più di un anno da quando per la prima volta, negli spazi messi a disposizione dal Consorzio Tutela Vini di Montefalco, ho trascorso un paio di giornate ad assaggiare i vini del territorio per la guida de L’Espresso. Un’esperienza straordinaria per un sacco di motivi, dalla possibilità di confrontarsi con palati diversi dal mio (e di sterminata esperienza) fino alla sfida della degustazione in sé, con tutto quello che comporta l’assegnazione di questo o di quel punteggio. Proprio in quell’occasione un rosso mi aveva colpito talmente tanto che, caso unico, avevo chiesto di poterne prendere una bottiglia per “uso privato”, per poterla cioè riassaggiare a distanza di un po’ di tempo per capirne meglio alcune sfaccettature anche relative all’evoluzione.

Questa la scheda uscita sulla guida:

Invitanti aromi di ciliegia e di alloro, timbro varietale ben espresso, bocca rilassata ma saporita, 16,5/20.

Bene, a distanza di poco più di un anno è vino che non ha ceduto di un millimetro. Un Montefalco Rosso squisito, croccante, solare e straordinariamente goloso. Tutto giocato su bei toni floreali che si fondono alla grande con sentori di frutta calda ma non eccessivamente matura. Non un profilo olfattivo di impressionante ampiezza, sia chiaro, ma uno di quelli dove tutto sembra essere esattamente dove dovrebbe. Un assaggio fresco, caratterizzato da un soffio vagamente balsamico, fragrante e gioioso. Insomma, da strabere.

Era il “Le Grazie” 2012 di Villa Mongalli, cantina spesso al di fuori dei radar eppure tappa di grande affidabilità. Un blend di sangiovese e sagrantino al 75% e di merlot e cabernet sauvignon e merlot al 25%. A proposito, lo sapevate che da quest’anno è cambiato il disciplinare, e che i Montefalco Rosso potranno essere (finalmente) prodotti solo a partire da sangiovese e sagrantino?

[Immagine: Villa Mongalli, la bottiglia è finita così velocemente che neanche una foto sono riuscito a fare, sic]

Taste Umbria, una bella idea per proporre i propri vini


Sono praticamente appena tornato a casa dopo aver trascorso una piacevolissima mattinata in cantina da Giampaolo Tabarrini a Montefalco. L’occasione era una grande degustazione promossa da cinque cantine del territorio riunite in un’associazione chiamata “Taste Umbria” (Roccafiore da Todi, Madrevite da Castiglione del Lago, Milziade Antano, Tabarrini, Villa Mongalli da Montefalco). L’idea, certamente interessante, era quella di assaggiare i loro vini inserendoli, coperti, in due batterie che comprendessero alcuni dei vini più celebrati della penisola. Piacevole contorno la presenza di tantissimi altri produttori da molte regioni italiane.

Insomma, occhiali da sole e via. Alle nove in punto di una straordinariamente calda domenica di ottobre ero seduto a tavola pronto ad affrontare i trentatré vini previsti dal programma.

I bianchi. Tutti buoni, o quasi. Davvero, una carrellata dalla qualità media elevatissima tra cui spiccava, per distacco, il meraviglioso Trebbiano d’Abruzzo 2007 di Valentini. Tutto il suo essere avvolgente, ritmico, coinvolgente declinato nella massima eleganza possibile. Un Valentini mostruosamente buono. Stupefacente, tanto da risultare ai miei occhi come uno dei due/tre vini bianchi più interessanti della degustazione, il trebbiano spoletino “Calicanto” di Villa Mongalli (vino che per forza di cose non avevo inserito nell’articolo su Enogea dell’anno scorso: ancora non esisteva, si tratta della sua prima uscita). Questo 2011 ha finezza da vendere: con una gran dose di mineralità scaldata dal sole risulta essere vino solare e composto, teso e grintoso. Lo riassaggerò a brevissimo, garantito. Il Greco di Tufo 2006 di Pietracupa era attraversato da un’acidità fantastica, era tutto un rincorrersi di sensazioni piacevolissime. Un’altra garanzia. Come il “Vigna delle Oche” 2009 di Fattoria San Lorenzo, verdicchio che non sbaglia un colpo. Potente e al tempo stesso mai sbilanciato verso una qualche idea di “troppo”, lungo e sostanzioso. Grande. Bella prova anche per il sylvaner 2011 di Köfererhof: un bicchiere che non urla, elegante, lungo ed equilibratissimo. Poi due umbri: il “Bianco di Milziade” 2011 di Milziade Antano costa pochissimo ed ha una beva straordinaria, il “Fiorfiore” 2010 di Roccafiore costa un po’ di più ma ha stoffa da vendere in quella che è, forse, la sua migliore uscita di sempre.

I rossi. Numericamente più sostanziosa ma forse appena meno interessante dal punto di vista espressivo la batteria dei rossi. Da bere a secchi il Brunello di Montalcino 2006 della Cerbaiola di Giulio Salvioni. Lì dentro c’è la quintessenza del sangiovese, punto e a capo. Meravigliosamente nerello mascalese il Passopisciaro 2010 di Passopisciaro, uno di quei nasi che se potessi (forse) sarei ancora lì a godermi. Come il “San Lorenzo” 2008 di Girolamo Russo. Il “Paleo” 2008 de Le Macchiole, cabernet franc in purezza, è fresco e deciso, caratterizzato da una rigidità dovuta alla giovane età ma che già oggi dimostra il suo carattere nobile. Il “Campo alla Cerqua” 2007 di Tabarrini è sagrantino all’ennesima potenza, da prendere o lasciare. Io, prendo. Altrettanto di razza il “Colleallodole” 2008 di Milziade Antano, profondo e caratterizzato da una bellissima “ruvidità”. Piacevolissimo poi lo Sfursat 2008 di Rainoldi, setoso e autunnale, un nebbiolo che non spicca per tensione ma che al tempo stesso riesce a cullarti senza essere mai troppo morbido.

Un esperimento, questo della degustazione “mista”, che mi è piaciuto moltissimo. Un modo di assaggiare che ti tiene straordinariamente reattivo, così impegnato ad ogni bicchiere a resettare le impressioni del precedente e a concentrarti su vini del tutto nuovi. Da ripetere assolutamente.

In foto la vigna di sagrantino di fronte la cantina di Tabarrini. Laggiù, sullo sfondo a sinistra, Trevi.

Umbria IGT – Villa Mongalli, Rosso 2006

Uvaggio: Sangiovese | Prezzo: <10 €

Rosso rubino scuro, quasi stanco e più granato sul filo. Si, appena perplesso infili letteralmente il naso nel bicchiere e ritrovi sentori tipici del sangiovese, e mi riferisco in particolare ai frutti, più maturi e passiti al sole che appena colti. Sensazioni terziarie, poi, coprono appena gli stessi: vaniglia? Tabacco?
Cercando una risposta assaggi e ritrovi grandi morbidosità, nonostante una netta idea di sapidità in apertura, subito sopita. Peccato. Assaggio largo, di media persistenza, di poca soddisfazione.

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