Domenica 2 ottobre 1988

Riporto qui il solito pezzo che esce ogni mese su un periodico locale, questo è quello di marzo. C’è la maratona, una bellissima maratona, e ci sono due grandi vini umbri (e guarda un po’, uno è proprio quello di ieri).

Le condizioni alla partenza erano proibitive, il termometro segnava quasi trenta gradi e l’umidità era alle stelle. In Corea del Sud erano da poco passate le due del pomeriggio e si stava per celebrare l’atto conclusivo dei Giochi della XXIV Olimpiade, quella di Seul. Al via, insieme ad altri centoventuno atleti, tre italiani: Orlando Pizzolato, Gianni Poli e Gelindo Bordin. Se i primi due negli anni precedenti erano stati capaci di imprese storiche era però il terzo a raccogliere alcune tiepide speranze azzurre. Gelindo Bordin veniva infatti da una stagione di grazia: era il campione europeo in carica, l’anno precedente era arrivato terzo ai mondiali di Roma e pochi mesi prima a Boston aveva portato il record italiano a due ore, nove minuti e ventisette secondi piazzandosi quarto.

I primi chilometri raccontano di una gara non particolarmente veloce, giocata sulla tattica e sull’attesa. Una trentina di atleti vanno praticamente da subito a formare il gruppo di testa, capace di rimanere compatto fino al quindicesimo chilometro. Da lì in poi un’andatura che comincia a diventare sempre più sostenuta fa le prime vittime. Tra queste sia Pizzolato che Poli, i due non riescono a tenere il passo dei migliori. Bordin però c’è: la sua è una corsa fluida ed attenta, il viso non tradisce stanchezza ma tanta, tanta concentrazione. Ed infatti dopo un’ora lui è ancora lì, al trentacinquesimo chilometro guida il gruppetto di testa con altri sei atleti. Al trentasettesimo il momento che tutti aspettavano: il gibutiano Saleh parte all’attacco e si porta dietro il keniota Wakiihuri e lo stesso Bordin. Si accende la speranza di una medaglia ma l’azzurro è affaticato e, anche se di poco, rallenta. Dopo un paio di chilometri di crisi, la svolta: Gelindo dà fondo a tutte le sue energie e metro dopo metro continua a guadagnare terreno sul secondo. Al quarantesimo chilometro raggiunge e supera il keniano, il passo è tornato ad essere quella dei momenti migliori. A due chilometri dal traguardo l’impresa sembra possibile. Saleh, fino a quel momento in testa, comincia a perdere colpi, la sua andatura rallenta portandolo quasi a barcollare e Bordin con un sorpasso storico scappa via. Andrà a vincere la maratona olimpica con un distacco di quindici secondi senza mai voltarsi.

Era domenica 2 ottobre 1988 e Gelindo Bordin aveva appena compiuto una delle più grandi imprese che l’atletica leggera italiana possa ricordare.

In quegli stessi giorni a Montefalco e a Torgiano venivano vendemmiate le uve che, dopo una lunga maturazione in cantina, avrebbero dato alla luce due vini indimenticabili. Il primo avrebbe rivoluzionato per sempre l’immagine di Montefalco, il secondo avrebbe confermato ancora una volta la grandezza di una vigna e del suo sangiovese. Sono il Montefalco Sagrantino di Arnaldo Caprai ed il Torgiano Rosso Riserva “Vigna Monticchio” di Lungarotti. Due 1988 magnifici, capaci ancora oggi, a quasi venticinque anni di distanza, di vibrare nel bicchiere grazie ad un allungo da campioni assoluti. Due dei più grandi vini mai prodotti in Umbria.

Foto: ladomenicadivicenza.it

Vigna Monticchio, tutta la verità nient’altro che la verità

Quando si parla del Vigna Monticchio regolarmente qualcuno se ne esce con una frase, quasi sempre la stessa: “eh, ma non è più quello di una volta“. E sapete cosa? Ha ragione. Il più famoso sangiovese umbro, una delle più belle espressioni del vitigno outside Tuscany, è cambiato parecchio nel corso degli anni. In peggio? Difficile da dire. È sicuramente diverso, come può essere diverso l’abbigliamento che cambia con il passare degli anni e delle mode. Si evolve mantenendo però un stile piuttosto definito, basta un’occhiata veloce al modo di porsi per riconoscerlo, al di là dell’outfit di quella specifica stagione.

Tra l’altro questo è un post che mi girava in testa da molto tempo, un post figlio di tanti assaggi e della curiosità che ogni volta mi spingeva a chiedermi cosa ci fosse di diverso rispetto all’annata bevuta la volta prima. Perchè si, se magari aprendo un Vigna Monticchio di due annate vicine, penso alla 1986 e alla 1988, la sensazione è di cambiamenti che vanno dal nessuno all’impercettibile è altrettanto vero che assaggiando due bicchieri più distanti tra loro ecco queste differenze diventare più evidenti. Questa quindi la cronostoria del Vigna Monticchio (con un grande ringraziamento a Francesco Zaganelli, responsabile della comunicazione di Lungarotti, per avermi pazientemente assecondato nelle tante domande di questi mesi).

L’inizio – L’intuizione è una di quelle che solo un grande può avere. Negli anni sessanta infatti pensare (a due passi da Perugia) non solo di vinificare un singolo cru ma anche di farlo maturare per quasi un decennio prima di commercializzalo era qualcosa al di fuori di qualsiasi logica. Chapeau, Cavalier Lungarotti.

Gli anni sessanta e settanta – Il termine “Rubesco” deriva dal verbo latino rubescere (arrossire). Un marchio di fantasia che per decenni ha rappresentato il vino umbro per eccellenza. L’unica bottiglia capace di valicare i confini regionali e nazionali ed entrare prepotentemente nella stretta cerchia dei vini di qualità italiani. Il (mitico) vigneto Monticchio si trova a Brufa, piccola località a nord-est di Torgiano, è esposto ad ovest ed ha un’altitudine di circa 300 metri sul livello del mare. Una storia che inizia nel 1971. Prima di quella data infatti il Rubesco era affiancato dalla sola menzione “riserva”. Inizialmente tra l’altro non era questo l’unico cru prodotto in cantina. Lo affiancavano il Montescosso ed il Montespinello, le vigne adiacenti. Marchi che soltanto una decina d’anni più tardi si sarebbero unificati nel Monticchio per motivi commerciali. Uvaggio? Ovviamente sangiovese e, in minor percentuale, canaiolo.

Gli anni ottanta – Una grande novità: l’introduzione delle barrique. Fino a quel momento infatti il Vigna Monticchio affinava in botti grandi di Slavonia. Invariata la permanenza nel legno: 12 mesi.

Gli anni novanta – È in questo periodo che avviene il cambiamento più grande, quello forse che marca la grande differenza tra i Vigna Monticchio di oggi e quello dei (fantastici) anni ottanta: il reimpianto. I primi vigneti infatti, risalenti all’inizio degli anni sessanta, avevano una densità di 2000-2500 ceppi per ettaro contro gli attuali 4500-5000. I carichi di uve per pianta erano quasi doppi rispetto agli attuali. Ecco quindi i vini di allora risultare più acidi, dal tannino più esuberante ed in generale più austero. Al tempo stesso le gradazioni alcoliche erano un po’ più contenute, anche se questo è effetto che va fatto risalire più al riscaldamento globale che alla vigna in sé. Inoltre nei primi vigneti le varietà non erano circoscritte, e per forza di cose sangiovese e canaiolo venivano vendemmiati contemporaneamente. Con i nuovi impianti invece vengono raccolti in momenti diversi in base alla maturazione e assemblati solo dopo la fermentazione alcolica.

Gli anni zero – L’ultimo cambiamento, quello relativo ai tempi di maturazione ed affinamento. Se infatti il tempo in legno è sempre rimasto lo stesso, un anno, si sono ridotti (di molto) i tempi di maturazione in acciaio. Oggi il Vigna Monticchio rimane in vasca solo quattro mesi invece di (quasi) quattro anni. Al tempo stesso è però rimasta invariata la permanenza del vino in bottiglia prima della sua commercializzazione: poco meno di quattro anni. Se quindi nel 2000 era possibile trovare in commercio l’annata 1990 oggi, nel 2012, possiamo tranquillamente comprare la 2006. Un bene? Un male? Ripeto, io son un fan del Vigna Monticchio a prescindere. Mi piace berlo a gran sorsi da giovane (per quanto sia giovane un vino che esce in contemporanea con le riserve di Montalcino, per dire) e mi piace lasciarmi trasportare dalla grande stoffa e profondità che sanno regalare oggi le bottiglie degli anni ottanta e novanta. Sapendo, con un po’ di rammarico, che saranno bicchieri sempre più rari.