Taste Umbria, una bella idea per proporre i propri vini


Sono praticamente appena tornato a casa dopo aver trascorso una piacevolissima mattinata in cantina da Giampaolo Tabarrini a Montefalco. L’occasione era una grande degustazione promossa da cinque cantine del territorio riunite in un’associazione chiamata “Taste Umbria” (Roccafiore da Todi, Madrevite da Castiglione del Lago, Milziade Antano, Tabarrini, Villa Mongalli da Montefalco). L’idea, certamente interessante, era quella di assaggiare i loro vini inserendoli, coperti, in due batterie che comprendessero alcuni dei vini più celebrati della penisola. Piacevole contorno la presenza di tantissimi altri produttori da molte regioni italiane.

Insomma, occhiali da sole e via. Alle nove in punto di una straordinariamente calda domenica di ottobre ero seduto a tavola pronto ad affrontare i trentatré vini previsti dal programma.

I bianchi. Tutti buoni, o quasi. Davvero, una carrellata dalla qualità media elevatissima tra cui spiccava, per distacco, il meraviglioso Trebbiano d’Abruzzo 2007 di Valentini. Tutto il suo essere avvolgente, ritmico, coinvolgente declinato nella massima eleganza possibile. Un Valentini mostruosamente buono. Stupefacente, tanto da risultare ai miei occhi come uno dei due/tre vini bianchi più interessanti della degustazione, il trebbiano spoletino “Calicanto” di Villa Mongalli (vino che per forza di cose non avevo inserito nell’articolo su Enogea dell’anno scorso: ancora non esisteva, si tratta della sua prima uscita). Questo 2011 ha finezza da vendere: con una gran dose di mineralità scaldata dal sole risulta essere vino solare e composto, teso e grintoso. Lo riassaggerò a brevissimo, garantito. Il Greco di Tufo 2006 di Pietracupa era attraversato da un’acidità fantastica, era tutto un rincorrersi di sensazioni piacevolissime. Un’altra garanzia. Come il “Vigna delle Oche” 2009 di Fattoria San Lorenzo, verdicchio che non sbaglia un colpo. Potente e al tempo stesso mai sbilanciato verso una qualche idea di “troppo”, lungo e sostanzioso. Grande. Bella prova anche per il sylvaner 2011 di Köfererhof: un bicchiere che non urla, elegante, lungo ed equilibratissimo. Poi due umbri: il “Bianco di Milziade” 2011 di Milziade Antano costa pochissimo ed ha una beva straordinaria, il “Fiorfiore” 2010 di Roccafiore costa un po’ di più ma ha stoffa da vendere in quella che è, forse, la sua migliore uscita di sempre.

I rossi. Numericamente più sostanziosa ma forse appena meno interessante dal punto di vista espressivo la batteria dei rossi. Da bere a secchi il Brunello di Montalcino 2006 della Cerbaiola di Giulio Salvioni. Lì dentro c’è la quintessenza del sangiovese, punto e a capo. Meravigliosamente nerello mascalese il Passopisciaro 2010 di Passopisciaro, uno di quei nasi che se potessi (forse) sarei ancora lì a godermi. Come il “San Lorenzo” 2008 di Girolamo Russo. Il “Paleo” 2008 de Le Macchiole, cabernet franc in purezza, è fresco e deciso, caratterizzato da una rigidità dovuta alla giovane età ma che già oggi dimostra il suo carattere nobile. Il “Campo alla Cerqua” 2007 di Tabarrini è sagrantino all’ennesima potenza, da prendere o lasciare. Io, prendo. Altrettanto di razza il “Colleallodole” 2008 di Milziade Antano, profondo e caratterizzato da una bellissima “ruvidità”. Piacevolissimo poi lo Sfursat 2008 di Rainoldi, setoso e autunnale, un nebbiolo che non spicca per tensione ma che al tempo stesso riesce a cullarti senza essere mai troppo morbido.

Un esperimento, questo della degustazione “mista”, che mi è piaciuto moltissimo. Un modo di assaggiare che ti tiene straordinariamente reattivo, così impegnato ad ogni bicchiere a resettare le impressioni del precedente e a concentrarti su vini del tutto nuovi. Da ripetere assolutamente.

In foto la vigna di sagrantino di fronte la cantina di Tabarrini. Laggiù, sullo sfondo a sinistra, Trevi.

Il Trebbiano d’Abruzzo 2009 di Valentini (con parole non mie)

Mentre ieri ascoltavo leggere queste righe ho sentito l’urgenza della condivisione. Non solo perchè è scheda impeccabile, una di quelle capaci di trasportare fisicamente il lettore dentro al vino, ma anche per l’amore smisurato che traspare passo dopo passo, per l’affetto e per la partecipazione emotiva -così evidenti- che gli autori provano nei confronti dell’ennesimo capolavoro della cantina di Loreto Aprutino.
Sono le parole, le gran belle parole, di Marco Durante e di Danilo Marcucci. Grandi amici e maestri.

Di questo vino impressiona la fusione magistrale, elegante e partecipe, di due diverse anime: una sensualità quasi scabrosa -inquietante- e una delicatezza corale che conforta e allieta. Il bicchiere è giallo paglierino, delicato, attraversato da lampi ancora verdi; la sua inusuale densità nasconde una giovinezza profondamente ormonale, amorale, che ingabbia una luce che scalda il colore con la sua forza. Di colpo esce una furia sulfurea -abissale- che scuote il naso prima di sterzare su toni viscerali, territoriali, di carne secca, brodo e mare. Poi il vino sorprende ancora con una florealità primaverile di margherita e luppolo e un vapore languido di limone maturo e caldo. L’ingresso in bocca disorienta anche chi questo vino lo frequenta assiduamente: la modalitá soave del corpo si adagia sul palato, ha del tenero e del magico; dura un attimo ma questo è un passaggio sublime della dinamica gustativa, si fissa nella mente e nel cuore. Appena inizia a scorrere sulla lingua torna la sua estrazione terrosa fortemente pregna di umori, ravvivata da una sapidità nitida. L’acidità che gioca, punzecchiando il sapore e allungandolo, trascina l’immagine olfattiva iniziale, declinando con precisione una mirabile carnosità. Il finale spiazza di nuovo per la delicata, lunghissima e raffinata anima linfatica, di erbe, tisane e fiori.

+ Reattivo e riposante, vive di preziosi contrasti mirabilmente fusi in una sintesi rara di forze primigenie.

Tagliatelle fatte in casa cotte al dente con ceci e baccalà. La sapidità grassa del baccalà, la dolcezza polverosa e terragna dei ceci, la consistenza e l’amabilità della tagliatella cotta “al dente” si sposano con un’acidità viva ma non aggressiva, con una sapidità elegante e con una presenza viscerale degli estratti che emancipano la semplicità saporosa del piatto.

Meglio un Montepulciano oggi che..

A margine del post di sabato dedicato al quel monumento che è il Montepulciano d’Abruzzo di Valentini pensavo che l’unico consiglio possibile, oggi, è quello di recuperare quante più bottiglie possibili di quello attualmente in commercio, il 2006. È infatti vino che esce solamente nelle annate migliori e da allora non c’è ancora stata una vendemmia che abbia soddisfatto le esigenze (e le aspettative) di Francesco Valentini.
Volendo fare un gioco di immaginazione ed ipotizzando che il 2012 possa essere una vendemmia “giusta” non sarà possibile ritrovarlo in enoteca fino al 2016/2017, quando (sempre ipoteticamente) uscirà dalla cantina di Loreto Aprutino. Anche se, bella soddisfazione, ci sono sempre il Trebbiano ed il Cerasuolo a renderci felici.

Montepulciano d’Abruzzo DOC Valentini 1995

“Perfetto”, ho pensato dopo qualche minuto. “Semplicemente perfetto”, continuavo a ripetermi sorso dopo sorso. E poi un pensiero particolare: l’idea che il Montepulciano di Valentini riesca a sintetizzare meglio di altri quella magica unione che esiste tra il vitigno e l’uomo. Non l’unico, ma quasi. Voglio dire, prima di tutto è lui: montepulciano all’ennesima potenza. Poi c’è Valentini, lo riconosceresti tra mille. Profondo, e quel continuo rincorrersi tra note salmastre e terracee che lo indentifica, un marchio di fabbrica. Ed è nell’unione di queste due “forze” che il vino -questo vino- riesce a tirare fuori un’espressività mostruosa, stupenda e struggente.

Caleidoscopico al naso, ogni ritorno è capace di regalare note sempre diverse, sempre definite, sempre attraenti. E se all’inizio è più scuro, vuole qualche minuto per aprirsi, sa premiare l’attesa con note che abbracciano, profumi capaci di spaziare dalla terra al mare con una nonchalance che spiazza. Il rabarbaro si apre e si addolcisce fino a ricordare una noce tostata prima di virare sul caffè. Vegetale e certamente fruttato nella sua austerità si arricchisce di una mineralità inaspettata. Ma è la fusione di tutti questi elementi che riporta un naso semplicemente indimenticabile. In bocca è straordinariamente fresco, sinuoso, aggraziato e rigoroso al tempo stesso, reattivo, tanto aereo quanto tattile, elegante. Anzi, elegantissimo.

A descriverlo (forse) non bastano le parole.

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Assaggi qua e là

Sicilia Rosso IGT Benanti, Cabernet sauvignon 1998

Granato scuro, il naso è austero, minerale e carico di una frutta rossa di grande spessore. Poi inchiostro ed una bella nota alcolica a veicolare in una chiave più leggera tutti questi aromi. In bocca è ferroso, sapido, coinvolgente. Chiude più crudo su note di ginepro e tamarindo. Il vitigno ha incontrato il mare e ci riporta un grande vino mediterraneo. ****+

Sicilia Bianco IGT 2010 Principe Ibleo “Incanta”

Da uve grillo e zibibbo. È paglierino carico ed ha un naso piacevole, dritto e piuttosto complesso. Sentori di camomilla, di fieno, di frutta esotica e di mandorla aprono ad una bocca secca, una di quelle che attaccano con una bella acidità e che proseguono lineari e distese. Piacevolissimo anche il finale, pungente ed ammandorlato. ****-

È vino che, a leggere la retroetichetta (imbottigliato da TP 7010 per Poshracals srl Unipersonale, Padova), lascia un po’ perplessi. Nei giorni scorsi Franco Ziliani sul blog Vino al Vino si poneva lo stesso interrogativo e, a distanza di qualche giorno, ecco la pronta risposta di Antonio Catania, “padre” di questo progetto da seguire con attenzione.

Trebbiano d’Abruzzo DOC 2007 Valentini

Il 2007 è stato appena messo in commercio, quasi a due anni di distanza dalla vendemmia del 2008. Vino scontroso, intimamente diverso dal trebbiano cui siamo abituati. È giallo quasi dorato e piuttosto velato. Il naso richiede attenzione: spazia dalla carne secca agli agrumi, dalla sabbia a note di tostatura, è marino e terroso al tempo stesso, sempre però attraversato da una chiara solarità. In bocca è un crescendo la cui bellezza è tutta giocata tra acidità, tattilità e sapidità. Allunga felpato prima di un finale di fiori, agrumi, caffè. Alla fine, l’ennesima sicurezza da Loreto Aprutino. ****+

Calabria Bianco IGT 2010 L’Acino “Chora”

Da uve di mantonico, guarnaccia bianca, pecorello, greco. Il colore è carico ed il naso esprime note che vanno dal burro di arachidi al glicine. Poi frutta come pesca, ananas e in generale una grande nota tropicale. Grasso quindi, ma piacevole grazie a note più fresche e vegetali. In bocca è secco ma al tempo stesso ha una bella aromaticità. Equilibrato e pungente, di gran beva. A dimostrazione di quanto di buono Dino Briglio Nigro stia portando avanti anche con i vini meno ambiziosi. ****-

Sicilia Fiano IGT 2010 Settesoli “Mandrarossa”

Curioso, il fiano viene (anche) dalla Sicilia. Il colore è dorato e il naso riesce ad esprimere un certo varietale inserito in un contesto esotico di sicura morbidezza. In bocca attacca inizialmente nervoso e scattante con una bella acidità che però, lungo l’assaggio tende ad allargarsi. Rimane una certa polposità prima di una finale piuttosto piacevole. ***+

Dieci vini per il duemilaundici, e dieci canzoni

Non ce l’ho fatta: l’anno scorso era stato uno dei post che più mi avevano divertito, tanto nello scriverlo che nel rileggerlo. Eccolo di nuovo: dieci vini e dieci canzoni. Per i primi non necessariamente una classifica ma una panoramica capace di raccontare questi ultimi dodici mesi attraverso i bicchieri più significativi. Bicchieri di viaggio, di riflessioni, di amici e di risate. Insomma, di quei momenti. I pezzi invece sono proprio i più ascoltati: spesso in macchina, a volte a casa. Tutti targati 2011, sempre a volume troppo alto.

Vitovska, Marko Fon. Comincio dalla fine, da una quindicina di giorni fa e da una tipologia che mi sono ripromesso di approfondire (che amo quando così tesa, così minerale, così da bere) e da un artigiano che mi ha conquistato (ah, ma tanto torno presto).

Grouplove, Colours

Trebbiano spoletino, Spoleto Ducale. La cantina sociale non fa più i vini di una volta (un peccato) ma questo è un trebbiano spoletino simbolico, dedicato a tutto il lavoro che ho portato avanti tra gennaio e febbraio: le telefonate, le visite in cantina, le degustazioni. È l’articolo uscito su Enogea 35.

Joan as Police Woman, The magic

Passito di Pantelleria, Ferrandes. Nel post scrivevo che “qui il termine mediterraneo acquista un senso particolarmente definito e compiuto”. Una sintesi per una tipologia alquanto vasta fatta di vini che partono da regioni insospettabili a nord e che passando per le isole e per il sud cattura e coinvolge.

Raphael Gualazzi, Calda estate

Amarone della Valpolicella, Monte dei Ragni. È stata una folgorazione, la scoperta di una Valpolicella fatta di eleganza e di finezza. Un Amarone con così tanta personalità da essere ancora stampato come pochi altri vini nella mia memoria. E anche il Ripasso..

The Strokes, Under cover of darkness

Pinot nero, Dalzocchio. Va bene che l’Italia non è la Francia e tutto il resto. Ma a dover scegliere un pinot nero di queste parti è bottiglia che non esiterei a portare (quasi) sempre con me. Per prezzo, per tipicità, per stile.

James Blake, Limit to your love

Barbacarlo, Lino Maga. Beh. Per chi quest’anno è capitato su queste pagine con una certa frequenza è forse la scelta più prevedibile. La via Emilia, quei ritmi che quando si tratta di rifermentazioni in bottiglia inesorabilmente rallentano. Tutto si fa più soffuso, eppur chiaro. Il vino più lento di tutti, ma non per questo meno ficcante.

PJ Harvey, Let England shake

Valentini, Trebbiano d’Abruzzo (sfuso). Mi piace l’idea di saltare a piè pari i tanti monumenti di Valentini bevuti quest’anno e mettere qui il più semplice e il più economico dei vini che escono dalla cantina di Loreto Aprutino. C’è carattere, e tanto basta.

Kasabian, Let’s roll just like we used to

Le Pergole Torte, Montevertine. Qui ero un po’ indeciso. È vino infatti capace di mettere tutti d’accordo: troppo facile. Quest’anno però passa anche da qui e da un mio forte riavvicinamento al sangiovese e ad una certa toscanità. Quale migliore interpretazione.

William Fitzsimmons – The Winter from Her Leaving

Fiano di Avellino, Vadiaperti. Mea culpa. In dodici mesi non mi è mai venuto in mente di scrivere un post dedicato al Fiano di Avellino, in particolare a quello di Raffaele Troisi. Eppure le occasioni non sono mancate, dalla degustazione a Spoleto alle tante bottiglie aperte quà e là, anche le più datate. Un vino che mi piace tantissimo ed una denominazione che forse non ha tutta l’attenzione che merita. Allora faccio così: intanto lo metto qui, con la promessa di riparare quanto prima.

NSFW – Amanda Palmer, Map of Tasmania

Sagrantino di Montefalco, Arnaldo Caprai. Il sagrantino è il mio grande punto interrogativo. Quando pensi di averne assaggiati abbastanza e quando cominci a stancarti di certe caratteristiche arrivano bottiglie come queste. Quando vorresti maggiore dinamicità ed uno svolgimento gustativo di grande slancio ti imbatti nel 1988 dell’altra sera. E, ve lo assicuro, tutto d’un tratto ti rappacifichi con la tipologia.

College feat. Electric Youth, A real hero

Non so dire se questa sia stata una grande annata, probabilmente no. Ma c’è entusiasmo, si guarda avanti. Buon Natale, di cuore.

Vini scolpiti dall’ossigeno

Misurarsi con il tempo è forse la sfida più grande. Tanti i rischi ma, a volte, enormi le soddisfazioni. L’occasione è stata quella di una recente degustazione, la volontà quella di godere “di una bellezza in bilico, ambigua ma ancora viva e legata ad un compromesso estremo quanto misterioso come quello con l’insidia dell’aria“. Il risultato sconcertante per le straordinarie finezze incontrate. Ma è questo, bellezza, l’incanto evolutivo dei vini bianchi.

Prosecco “sur lie” Casa Coste Piane 2006. Stupefacente per tenuta, è calcareo, cremoso, leggiadro, ancora teso. Avvolge, in bocca l’incontro è quello tra un’anima più dolce, comunque morbida, ed una più salata.  ****+

Ferrari, “Giulio Ferrari” Riserva del fondatore 1991. Ho già detto, quello che rimane è la splendida eleganza ed autorevolezza di un metodo classico assoluto, definito come pochissimi in tutte le sue sfumature. *****

– Trebbiano d’Abruzzo Valentini 1983. Annata forse minore ma lui c’è, con tutta quella sapidità salmastra, travolgente per forza emotiva. ****+

Gaspare Buscemi, “Alture” Riserva massima 1987. Un pinot bianco sorprendente, ricco di note fruttate affiancate da una mineralità gessosa mai stanca. Sapido, dritto ma al tempo stesso delicato, ha un bellissimo svolgimento lungo tutto il palato. ****

Verdicchio dei Castelli di Jesi Villa Bucci Riserva 1988. Note candite, agrumate e minerali, caratterizzate da un’evoluzione affascinante. In bocca è travolgente per sapidità, paga qualcosa in lunghezza. ****

Collio Goriziano I Clivi, “Brazan” 1997. La terra ed il mare, sostanza e leggerezza. Naso fantastico per profondità e complessità, in bocca è teso, c’è tutta quell’acidità e quella lunghezza che non ti aspetti. Sorprendente, trascinante. *****

Soave Classico Pieropan, “La Rocca” 2000. Opulento, di grande materia, a tratti barocco. Note di miele introducono ad un grande assaggio, di tensione e di lunghezza. ****

Verdicchio dei Castelli di Jesi Il Coroncino 2001. La sorpresa. Naso invernale, evoluto ma mai stanco grazie ad una mineralità da manuale. Teso, sapido, espressivo nonostante il suo essere così secco, a tratti austero. ****+

Etna bianco Benanti, “Bianco di Caselle” 2004. Leggerezza, mineralità e freschezza. Inaspettato, sorprendente (a quel prezzo, poi). ****

Pouilly Fumè Didier Dagueneau “Pur Sang” 2005. Meglio del 2004, più definito, fresco e divertente nel rincorrersi. Vabbè, il mio sauvignon preferito. *****

Dieci vini per il duemiladieci, e dieci canzoni

Senza classifiche, ma un consuntivo dei tanti vini assaggiati quest’anno. E certo, non necessariamente i più buoni in senso assoluto, quelli però che sono legati ad un sottofondo emozionale che non dimenticherò facilmente. Vini di persone, di luoghi, di amici. In generale di ricordi e di significati. Con una canzone, iTunes -tra quelle uscite quest’anno- sostiene siano state le più ascoltate.

Il mio lambrusco, Camillo Donati. Questo, simbolicamente uno per tutti, a raccontare la realtà dei lambrusco a rifermentazione naturale in bottiglia. Profondità, profondità, profondità. Perchè esiste un mondo tutto da scoprire oltre quelli del supermercato.

Jamaica – Short and entertaining

Barbera d’Alba, Giuseppe Rinaldi. Evabbè, facile direte. In effetti è buonissima. E poi è vitigno che mi ha accompagnato per un lungo periodo, era la scorsa primavera, e che richiede parecchia attenzione. Ce ne sono molte là fuori di grande personalità e spessore. Andiamo a cercarle.

Arcade Fire – The suburbs

5, Podere le Boncie. Tutta l’espressività di Giovanna Morganti e di Castelnuovo Berardenga in una bottiglia dal rapporto spesa/felicità commovente. Un sangiovese da bere sempre, o anche di più.

Eels – A line in the dirt

Trebbiano d’Abruzzo, Valentini. E’ come quando la purezza del mare incontra la terra, non credo serva aggiungere altro.

Girls – Thee oh so protective one

Vigna Vecchia, Collecapretta. Dei vini umbri di Vittorio Mattioli e di sua moglie Anna ho scritto più di una volta. Rubo una loro definizione ad un caro amico, particolarmente centrata. Dice: “dalla loro cantina escono vini che prima di essere veri sono magici“. E tanto mi basta.

Agnes Obel – Brother Sparrow

Il Frappato, Arianna Occhipinti. Per me uno dei vini della gioia, impossibile non prenderne una bottiglia quando mi ci imbatto. Mi ha preso il cuore per portarlo altrove.

Blur – Fool’s Day

Nobile di Montepulciano, Poderi Sanguineto. E tutto il rock’n’roll di Dora e di Patrizia. Il loro imprescindibile miracolo. Ragazze, quando è nel bicchiere è come fossi lì con voi.

The National – Anyone’s Ghost

Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, Cascina Gilli. Dolce, leggero, divertente, spumeggiante e profondo, scorrevole, economico. A margine quei sorrisi di fine pasto di complicità. Quasi quasi lo porto al pranzo di Natale.

Vampire Weekend – Horchata

Barbaresco Rio Sordo, Cascina delle Rose. Tutta l’accoglienza delle Langhe in una bottiglia di vino. Sintesi perfetta per un nebbiolo struggente.

LCD Soundsystem – Drunk Girls

Rosso, Massa Vecchia. Perchè entrambe le volte era bottiglia tanto definita quanto definitiva, quella che ti apre ad un mondo fatto di sensazioni diverse, con quella acidità a proiettarlo verso l’infinito. E se possibile anche oltre.

Ra Ra Riot – Boy

Questo è quanto. Il momento in cui finalmente impacchettare l’anno passato, archiviarlo e guardare avanti. Buon Natale.

Trebbiano d’Abruzzo DOC – Valentini 2005


Trebbiano | 35-40 €

E’ un po’ come quando si sta guardando un film, e senza capire il momento esatto in cui è successo, ci si ritrova con gli occhi lucidi. Cioè, non è che ci sia un istante, che dopo si potrà dire “hey, guarda a partire da qui e vedrai che emozioni“. No, è più un discorso che intreccia la coralità dell’esecuzione -come fosse un’orchestra- da una parte, ed il nostro stato mentale in quel momento, dall’altra.
Valentini è un po’ così. C’è un momento, magari appena dopo averlo assaggiato, in cui ci si ferma un attimo e lo stupore diventa amore, ed una delle impressioni potrebbe essere quella di sentirsi così piccoli, di fronte a tanta perfezione stilistica.

C’è eleganza, profondità, struttura, freschezza, ed è bellissimo ma sarebbero termini fini a se stessi se non fossero tutti strettamente legati da una magia che li rende un tutt’uno, regalando così un assaggio vibrante di tensioni e di emozioni. Trebbiano carnale e floreale al tempo stesso regala intuizioni nette, quasi verticali, anche bagnate. Sicuramente sottili. In bocca offre un’idea netta di salinità che contribuisce a renderlo teso e vibrante, mai autocelebrativo ma anzi, ricco di espressività e di vita. Poi certo, offre un finale di rara purezza. Di quelli che ti chiedi come sia possibile, sarà grazie alla magia.

E sono senza parole.

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