Senza usare il cavatappi

Davvero non so quanto possa essere utile, in fondo di metodi per affrontare tappi molto vecchi e rovinati ce ne sono diversi, quello che è certo è che si tratta della più scenografica tra le tecniche mai viste per aprire una bottiglia di vino. Una pratica pare già in uso in Portogallo proprio per stappare vini assai datati il cui tappo di sughero tende a sbriciolarsi.

Tutto questo va in scena all’Eleven Madison Park, il ristorante che più è sulla bocca di tutti, non solo a Manhattan (via Winetimes)

Oh gosh, il tappo di sughero che si svita

Uno dei vantaggi del tappo a vite riguarda la sua facilità di apertura. Proprio durante l’ultimo Vinitaly un importatore australiano mi diceva per esempio che la scelta di questo tipo di chiusura non riguarda solamente la conservazione e l’eliminazione del fastidioso “sentore di” ma soprattutto la possibilità, per i baristi, di non perdere tempo con il cavatappi nel servire i bicchieri al bancone, operazione tra l’altro non così scontata.

Capisco quindi la frustrazione dell’industria dei tappi cosiddetti “rasi” nel ritrovarsi tutto ad un tratto a dover rincorrere in un settore che fino a pochi anni fa non conosceva modelli alternativi ma insomma, il tappo di sughero che si svita davvero no, non si può proprio vedere. Si chiama “Helix” ed “una soluzione frutto della collaborazione tra i due colossi del packaging: Amorim per il sughero e O-I per il vetro” (via l’Espresso).

Tappi, tappi, tappi

Stavo navigando abbastanza distrattamente, cercavo una particolare informazione a proposito dei tappi considerati come alternativi al sughero, quando mi sono accorto di avere aperto a poche tab di distanza due pagine in totale contrapposizione tra di loro. Da una parte “Io sto col sughero“, una campagna che vede coinvolto anche Carlo Cracco finanziata da APCOR, la Portuguese Cork Association. Dall’altra “Io non so di tappo“, un sito di Nomacorc, il più importante produttore di tappi alternativi del mondo.

Nel frattempo in Umbria un colosso come Cardèto ha dichiarato di aver eliminato dal proprio portafoglio i sugheri agglomerati. Esatto, quelli più brutti e più scandenti. Al tempo stesso però da un’indagine condotta da Astroricerche e voluta proprio da APCOR risulta che per moltissimi “il tappo di sughero non solo protegga la qualità del vino, ma sia anche in grado di conferirgli maggior valore rispetto ad altri tipi di chiusura”.

La strada è ancora lunga.

Il tappo a vite è (decreto) legge

Quello apparso sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 24 settembre a firma del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Nunzia De Girolamo, è Decreto storico (insomma, quasi). Dal giorno successivo la sua pubblicazione è infatti stato ufficialmente sdoganato il tappo a vite per tutte (tutte) le tipologie di vino italiane, ad esclusione ovviamente dei soli spumanti. Dal Barolo al Taurasi non c’è vino a denominazione di origine sul quale non sia quindi ipoteticamente possibile utilizzare lo Stelvin (saranno i singoli consorzi dei vini a DOCG -se sprovvisti di una regola in tal senso- a decidere se utilizzare il solo tappo di sughero con una modifica dei propri disciplinari da presentare entro sei mesi). Tra l’altro questo è decreto che va a completare il lavoro iniziato dal precedente Ministro che lo scorso 13 agosto 2012 aveva già intrapreso un percorso in questo senso.

Il testo completo in pdf lo potete trovare qui, a partire da pagina 4 (via Il Sole 24 Ore).

Edit 7/10/2013: Nello specifico, il tappo a vite viene ufficialmente riconosciuto come sistema valido per qualunque tipo di vino, anche a denominazione di origine (e questa è certamente la novità più rilevante). Tuttavia, se il suo disciplinare di produzione prevede una limitazione in tal senso questa rimane valida fatte salve eventuali successive modifiche.

Tappo a vite, una tesi di laurea

Non c’è bisogno che io ripeta quanto sia sensibile all’argomento, lo sapete già. Trovo che il tappo a vite sia oggetto straordinariamente funzionale ed affascinante, in particolare se paragonato a chiusure esteticamente poco proponibili come il tappo in vetro, il tappo sintetico o addirittura come certi sugheri entry level. Poi certo, sono perfettamente consapevole delle spese che una cantina dovrebbe sostenere per convertire la propria linea di imbottigliamento, spesso (molto semplicemente) non ne vale la pena. Per non parlare poi dell’endemica reticenza italiana nei confronti di chiusure che non prevedano il tirebouchon per essere aperte (una volta -giuro- ho visto un sommelier cercare di stappare un sauvignon australiano con il cavatappi; solo dopo qualche minuto e diverse imprecazioni si è accorto che non c’era nessuna capsula: era lo stelvin).

Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di discutere dell’argomento con Simone Famà. Lui, studente di ingegneria gestionale al Politecnico di Torino, aveva deciso di dedicare la sua tesi di laurea specialistica all’argomento e cercando qua e là si era imbattuto in queste pagine e nel sottoscritto. Pur consapevole di non essere in grado di esporre un parere tecnico mi sono divertito nel raccontare le mie esperienze da consumatore cercando al tempo stesso di indirizzarlo verso persone più preparate del sottoscritto e produttori che avessero una certa familiarità con l’argomento.

Ne è uscita una splendida panoramica: per ogni tipologia di chiusura ne ha ripercorso la storia, la diffusione, le particolarità del processo produttivo e le applicazioni. A questo ha aggiunto valutazioni riguardanti i possibili aspetti positivi e negativi e -fondamentale- i costi. Non vi anticipo niente, se non una parte delle conclusioni, quella sulla grande incertezza che ancora oggi riguarda il mondo delle chiusure. Un mondo capace di dimostrare l’importanza ma al tempo stesso incapace di dimostrare l’indispensabilità della presenza dell’ossigeno per il corretto affinamento del vino in bottiglia. Tutta la tesi poi ha il grande pregio di essere sempre comprensibile, di non cadere mai in tecnicismi troppo difficili da capire per chi non mastica abitualmente l’argomento.

Simone è stato così gentile da permettermi di rendere scaricabile la tesi qui, questo è un suo incipit necessario prima della lettura:

Questa tesi di laurea, pur avendo carattere scientifico, non è stata prodotta da un enologo, un chimico, o uno dei (pochi) ricercatori scientifici sparsi nel mondo che si occupano in prima persona di analizzare gli effetti delle differenti tipologie di chiusura sul vino imbottigliato. Di conseguenza, per quel che riguarda alcuni argomenti specifici e specialistici, ho dovuto ricorrere a delle fonti di informazioni in cui ho posto fiducia sulla sola base del titolo o dell’occupazione di queste, senza avere la possibilità di concordare o confutare.

Un esempio su tutti ha riguardato il problema della riduzione (o meglio della presenza di sentori di ridotto) nel vino: fonti più o meno accreditate hanno mostrato opinioni diverse, al che ho ritenuto giusto “ascoltare” le indicazioni date dal capo della ricerca enologica di un importante produttore di chiusure. Spero inoltre che il mio lavoro di aggregazione ed analisi di informazioni possa funzionare da idea o spunto per una vera e propria pubblicazione, fatta però da uno specialista del settore e rivolta sia ad un pubblico di esperti sia (e soprattutto) ai semplici appassionati.

Buona lettura.

Se l’argomento vi interessa è testo da leggere a tutti i costi. La tesi è qui (sono poco più di diciotto megabyte, in pdf).

Il sughero la fa ancora da padrone

Volendo infatti fare una fotografia a livello mondiale di quelle che sono le diverse (e comunque più comuni) tipologie di chiusura per le bottiglie si vede che:

– I tappi a vite si contano in (circa) 2,85 miliardi
– I tappi cosiddetti sintetici in 3,65 miliardi
– I tappi in sughero agglomerato in 7,8 miliardi
– I tappi in sughero naturale in 3,7 miliardi

Per un totale di (circa) 18 miliardi di bottiglie annue (via Jamie Goode’s wine blog).

Saturday I’m in points

Sarà l’estate. La voglia di stare il più possibile lontano da questo schermo. O forse una semplice mancanza di validi argomenti. Insomma, oggi va così, con qualche link trovato quà e là.

– Ad Angelo Peretti piacciono i vini affilati. Anche a me, eccome (e sempre Angelo scrive un interessante post su quelli della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti. Da tenere d’occhio).

– Le recensioni dei blog non contano. Solo punteggi, grazie. Via Poggio Argentiera.

– Ancora sui tappi. Questa volta ne scrive Francesco Arrigoni.

Alcuni blog da seguire, lingua inglese. I consigli vengono dalla redazione di Wine is love, il blog di Francesco Zonin (e poi ci sono anche i vincitori dell’edizione 2011 dei Wine Blog Awards, alcuni sono da non mancare).

– La novità del mese è certamente Google+. E se anche sottoscrivo quasi ogni parola del post di Gianluca Diegoli a tempo perso ci bazzico un po’. Sono qui.

Tappo a vite vs tappo di sughero, un veloce aggiornamento

L’idea era di approfondire un po’ il discorso sul tappo a vite anche per capire meglio il diverso affinamento del vino all’interno della bottiglia. Assaggiare in parallelo lo stesso identico vino imbottigliato sia con il sughero che con lo stelvin. La settimana scorsa avevo quindi chiesto ad alcune cantine se fosse possibile fare un piccolo esperimento assaggiando un loro vino con entrambi i tappi.

Franz Haas, molto gentilmente, mi ha invitato in cantina per toccare con mano gli effetti dei diversi tappi sui loro vini.
Maculan e Tramin mi hanno invece informato di non utilizzare o di non avere disponibili campioni con il tappo a vite.
Cesconi, Le Fraghe, Masi, Pieropan non hanno dato segni di vita.

Evabbè, sarà per la prossima volta.

E con questa la smetto, promesso

Considero ancora più gravi altri problemi dei quali non si parla quasi mai. Problemi causati dai trattamenti chimici che il sughero subisce durante la lavorazione e che disturbano l’affinamento del vino. I tappi, a seconda che provengano da questo o da quel sugherificio, danno tipi di vino diversi: più o meno chiusi, più o meno metallici. In questo modo tutto il lavoro che noi facciamo in cantina viene perso. […] Alla fine, il classico sapore di tappo è l’ultimo dei difetti.

Il tappo a vite costa meno di quello di sughero, ma le macchine per applicarlo costano molto.

Oggi i tappi a vite hanno raggiunto livelli di assoluta eccellenza tecnica.

Silvio Jermann, intervistato da Il Mio Vino, Agosto 2006