Il pregiudizio è duro a morire

Saranno forse i nostri figli, o i figli dei figli, a crescere in un mondo in cui le bottiglie tappate con il sughero verranno esposte nei musei. Berranno grandi, magnifici vini, affinati a lungo dentro bottiglie chiuse con tappi a vite. Si rallegreranno del progresso e si chiederanno come fosse possibile “prima” conservare così bene un vino prezioso e degno di attesa. La poesia del sughero sarà stata dimenticata, gli ultimi nostalgici ormai sepolti e visitati dagli eredi delle loro cantine, sogghignanti riguardo alle misere credenze degli avi. I boschi di quercia sughera rimarranno intatti.

Da un illuminato post di fine agosto apparso sull’Accademia degli Alterati.

Oh gosh, il tappo di sughero che si svita

Uno dei vantaggi del tappo a vite riguarda la sua facilità di apertura. Proprio durante l’ultimo Vinitaly un importatore australiano mi diceva per esempio che la scelta di questo tipo di chiusura non riguarda solamente la conservazione e l’eliminazione del fastidioso “sentore di” ma soprattutto la possibilità, per i baristi, di non perdere tempo con il cavatappi nel servire i bicchieri al bancone, operazione tra l’altro non così scontata.

Capisco quindi la frustrazione dell’industria dei tappi cosiddetti “rasi” nel ritrovarsi tutto ad un tratto a dover rincorrere in un settore che fino a pochi anni fa non conosceva modelli alternativi ma insomma, il tappo di sughero che si svita davvero no, non si può proprio vedere. Si chiama “Helix” ed “una soluzione frutto della collaborazione tra i due colossi del packaging: Amorim per il sughero e O-I per il vetro” (via l’Espresso).

Il tappo a vite è (decreto) legge

Quello apparso sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 24 settembre a firma del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Nunzia De Girolamo, è Decreto storico (insomma, quasi). Dal giorno successivo la sua pubblicazione è infatti stato ufficialmente sdoganato il tappo a vite per tutte (tutte) le tipologie di vino italiane, ad esclusione ovviamente dei soli spumanti. Dal Barolo al Taurasi non c’è vino a denominazione di origine sul quale non sia quindi ipoteticamente possibile utilizzare lo Stelvin (saranno i singoli consorzi dei vini a DOCG -se sprovvisti di una regola in tal senso- a decidere se utilizzare il solo tappo di sughero con una modifica dei propri disciplinari da presentare entro sei mesi). Tra l’altro questo è decreto che va a completare il lavoro iniziato dal precedente Ministro che lo scorso 13 agosto 2012 aveva già intrapreso un percorso in questo senso.

Il testo completo in pdf lo potete trovare qui, a partire da pagina 4 (via Il Sole 24 Ore).

Edit 7/10/2013: Nello specifico, il tappo a vite viene ufficialmente riconosciuto come sistema valido per qualunque tipo di vino, anche a denominazione di origine (e questa è certamente la novità più rilevante). Tuttavia, se il suo disciplinare di produzione prevede una limitazione in tal senso questa rimane valida fatte salve eventuali successive modifiche.

Ancora una volta, evviva lo stelvin

I più affezionati lettori di questo blog mi scuseranno se torno su un argomento di cui in passato ho già ampiamente scritto ma sono alcuni giorni che continuo a tornare sui vini comprati venerdì scorso in cantina da Armin Kobler, un piccolo assortimento di bianchi (ed un rosso) tutti caratterizzati da un comune denominatore: il tappo a vite. Il Gewürztraminer è finito quasi subito mentre il Merlot Riserva, lo Chardonnay ed il Pinot grigio continuano ad alternarsi senza soluzione di continuità. Evviva (un post su di lui e sui suo vini l’ho scritto proprio ieri, di là).

In molti tra l’altro conoscono il grande lavoro di divulgazione che Armin ha portato avanti in questi anni nei confronti di questo tipo di chiusura ed io davvero non ho più niente da aggiungere. Per comodità, per bellezza estetica, soprattutto per quella loro totale affidabilità nella conservazione del nostro liquido preferito il tappo a vite non ha rivali. L’unica domanda, a questo punto, è perchè non si stia diffondendo velocemente come dovrebbe.

A piccoli passi

Leggo sul sito del Ministero delle Politiche Agricole (e grazie alla segnalazione di Angelo Peretti) che dall’altro ieri, ventotto agosto, è finalmente possibile utilizzare il tappo a vite su tutti vini a denominazione di origine controllata senza dover ricorrere ad eventuali deroghe di carattere locale.
Bene dai, con la speranza di veder spuntare qualche screwcap in più sugli scaffali delle enoteche e dei supermercati.

Tappo a vite, una tesi di laurea

Non c’è bisogno che io ripeta quanto sia sensibile all’argomento, lo sapete già. Trovo che il tappo a vite sia oggetto straordinariamente funzionale ed affascinante, in particolare se paragonato a chiusure esteticamente poco proponibili come il tappo in vetro, il tappo sintetico o addirittura come certi sugheri entry level. Poi certo, sono perfettamente consapevole delle spese che una cantina dovrebbe sostenere per convertire la propria linea di imbottigliamento, spesso (molto semplicemente) non ne vale la pena. Per non parlare poi dell’endemica reticenza italiana nei confronti di chiusure che non prevedano il tirebouchon per essere aperte (una volta -giuro- ho visto un sommelier cercare di stappare un sauvignon australiano con il cavatappi; solo dopo qualche minuto e diverse imprecazioni si è accorto che non c’era nessuna capsula: era lo stelvin).

Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di discutere dell’argomento con Simone Famà. Lui, studente di ingegneria gestionale al Politecnico di Torino, aveva deciso di dedicare la sua tesi di laurea specialistica all’argomento e cercando qua e là si era imbattuto in queste pagine e nel sottoscritto. Pur consapevole di non essere in grado di esporre un parere tecnico mi sono divertito nel raccontare le mie esperienze da consumatore cercando al tempo stesso di indirizzarlo verso persone più preparate del sottoscritto e produttori che avessero una certa familiarità con l’argomento.

Ne è uscita una splendida panoramica: per ogni tipologia di chiusura ne ha ripercorso la storia, la diffusione, le particolarità del processo produttivo e le applicazioni. A questo ha aggiunto valutazioni riguardanti i possibili aspetti positivi e negativi e -fondamentale- i costi. Non vi anticipo niente, se non una parte delle conclusioni, quella sulla grande incertezza che ancora oggi riguarda il mondo delle chiusure. Un mondo capace di dimostrare l’importanza ma al tempo stesso incapace di dimostrare l’indispensabilità della presenza dell’ossigeno per il corretto affinamento del vino in bottiglia. Tutta la tesi poi ha il grande pregio di essere sempre comprensibile, di non cadere mai in tecnicismi troppo difficili da capire per chi non mastica abitualmente l’argomento.

Simone è stato così gentile da permettermi di rendere scaricabile la tesi qui, questo è un suo incipit necessario prima della lettura:

Questa tesi di laurea, pur avendo carattere scientifico, non è stata prodotta da un enologo, un chimico, o uno dei (pochi) ricercatori scientifici sparsi nel mondo che si occupano in prima persona di analizzare gli effetti delle differenti tipologie di chiusura sul vino imbottigliato. Di conseguenza, per quel che riguarda alcuni argomenti specifici e specialistici, ho dovuto ricorrere a delle fonti di informazioni in cui ho posto fiducia sulla sola base del titolo o dell’occupazione di queste, senza avere la possibilità di concordare o confutare.

Un esempio su tutti ha riguardato il problema della riduzione (o meglio della presenza di sentori di ridotto) nel vino: fonti più o meno accreditate hanno mostrato opinioni diverse, al che ho ritenuto giusto “ascoltare” le indicazioni date dal capo della ricerca enologica di un importante produttore di chiusure. Spero inoltre che il mio lavoro di aggregazione ed analisi di informazioni possa funzionare da idea o spunto per una vera e propria pubblicazione, fatta però da uno specialista del settore e rivolta sia ad un pubblico di esperti sia (e soprattutto) ai semplici appassionati.

Buona lettura.

Se l’argomento vi interessa è testo da leggere a tutti i costi. La tesi è qui (sono poco più di diciotto megabyte, in pdf).

Segnali

Nel frattempo a Château Margaux (avete presente? Uno dei cinque “mitici” Premiers Crus di Bordeaux) potrebbero decidere che il loro secondo vino rosso, il Pavillon Rouge, cominci ad essere imbottigliato con il tappo a vite. Paul Pontallier, direttore della cantina, ha dichiarato di essere “deluso e frustrato” dal sughero e che “mentre altre chiusure sintetiche si sono rivelate disastrose i risultati più incoraggianti sono arrivati proprio dal tappo a vite“.

L’altra notizia? Sempre Château Margaux si starebbe convertendo al biologico.