Dieci vini per il duemilaundici, e dieci canzoni

Non ce l’ho fatta: l’anno scorso era stato uno dei post che più mi avevano divertito, tanto nello scriverlo che nel rileggerlo. Eccolo di nuovo: dieci vini e dieci canzoni. Per i primi non necessariamente una classifica ma una panoramica capace di raccontare questi ultimi dodici mesi attraverso i bicchieri più significativi. Bicchieri di viaggio, di riflessioni, di amici e di risate. Insomma, di quei momenti. I pezzi invece sono proprio i più ascoltati: spesso in macchina, a volte a casa. Tutti targati 2011, sempre a volume troppo alto.

Vitovska, Marko Fon. Comincio dalla fine, da una quindicina di giorni fa e da una tipologia che mi sono ripromesso di approfondire (che amo quando così tesa, così minerale, così da bere) e da un artigiano che mi ha conquistato (ah, ma tanto torno presto).

Grouplove, Colours

Trebbiano spoletino, Spoleto Ducale. La cantina sociale non fa più i vini di una volta (un peccato) ma questo è un trebbiano spoletino simbolico, dedicato a tutto il lavoro che ho portato avanti tra gennaio e febbraio: le telefonate, le visite in cantina, le degustazioni. È l’articolo uscito su Enogea 35.

Joan as Police Woman, The magic

Passito di Pantelleria, Ferrandes. Nel post scrivevo che “qui il termine mediterraneo acquista un senso particolarmente definito e compiuto”. Una sintesi per una tipologia alquanto vasta fatta di vini che partono da regioni insospettabili a nord e che passando per le isole e per il sud cattura e coinvolge.

Raphael Gualazzi, Calda estate

Amarone della Valpolicella, Monte dei Ragni. È stata una folgorazione, la scoperta di una Valpolicella fatta di eleganza e di finezza. Un Amarone con così tanta personalità da essere ancora stampato come pochi altri vini nella mia memoria. E anche il Ripasso..

The Strokes, Under cover of darkness

Pinot nero, Dalzocchio. Va bene che l’Italia non è la Francia e tutto il resto. Ma a dover scegliere un pinot nero di queste parti è bottiglia che non esiterei a portare (quasi) sempre con me. Per prezzo, per tipicità, per stile.

James Blake, Limit to your love

Barbacarlo, Lino Maga. Beh. Per chi quest’anno è capitato su queste pagine con una certa frequenza è forse la scelta più prevedibile. La via Emilia, quei ritmi che quando si tratta di rifermentazioni in bottiglia inesorabilmente rallentano. Tutto si fa più soffuso, eppur chiaro. Il vino più lento di tutti, ma non per questo meno ficcante.

PJ Harvey, Let England shake

Valentini, Trebbiano d’Abruzzo (sfuso). Mi piace l’idea di saltare a piè pari i tanti monumenti di Valentini bevuti quest’anno e mettere qui il più semplice e il più economico dei vini che escono dalla cantina di Loreto Aprutino. C’è carattere, e tanto basta.

Kasabian, Let’s roll just like we used to

Le Pergole Torte, Montevertine. Qui ero un po’ indeciso. È vino infatti capace di mettere tutti d’accordo: troppo facile. Quest’anno però passa anche da qui e da un mio forte riavvicinamento al sangiovese e ad una certa toscanità. Quale migliore interpretazione.

William Fitzsimmons – The Winter from Her Leaving

Fiano di Avellino, Vadiaperti. Mea culpa. In dodici mesi non mi è mai venuto in mente di scrivere un post dedicato al Fiano di Avellino, in particolare a quello di Raffaele Troisi. Eppure le occasioni non sono mancate, dalla degustazione a Spoleto alle tante bottiglie aperte quà e là, anche le più datate. Un vino che mi piace tantissimo ed una denominazione che forse non ha tutta l’attenzione che merita. Allora faccio così: intanto lo metto qui, con la promessa di riparare quanto prima.

NSFW – Amanda Palmer, Map of Tasmania

Sagrantino di Montefalco, Arnaldo Caprai. Il sagrantino è il mio grande punto interrogativo. Quando pensi di averne assaggiati abbastanza e quando cominci a stancarti di certe caratteristiche arrivano bottiglie come queste. Quando vorresti maggiore dinamicità ed uno svolgimento gustativo di grande slancio ti imbatti nel 1988 dell’altra sera. E, ve lo assicuro, tutto d’un tratto ti rappacifichi con la tipologia.

College feat. Electric Youth, A real hero

Non so dire se questa sia stata una grande annata, probabilmente no. Ma c’è entusiasmo, si guarda avanti. Buon Natale, di cuore.

VDT Spoleto Ducale, Trebbiano spoletino 1991

Trebbiano spoletino

E così capita di assaggiare una tipologia di vini (oggi avevo organizzato una piccola degustazione che comprendeva l’interezza della produzione 2009 di Trebbiano spoletino) e -inaspettatamente- di imbattersi in un miracolo. Ecco, non potrò mai ringraziare abbastanza Aldo Fiordelli per essersi presentato con questa bottiglia storica, capace fin dal primo sorso di dimostrare la grandissima capacità di evoluzione di questo vitigno. Vent’anni suonati per un bicchiere che urla di personalità.

Oro antico, ma vivo, ha un naso impressionante per stoffa. La frutta è matura ma fa solo da sottofondo ad una complessità rara da trovare in un vino bianco a queste latitudini. Ricorda certi riesling. Il gesso, la nocciola, il caffè, non finisce mai di regalare emozioni. In bocca l’acidità sembra non essersi spostata di una virgola, lo svolgimento è struggente. E poi è indimenticabile anche per il suo non apparire mai magro. Un bicchiere lunghissimo, magnifico, solare.

Il Trebbiano spoletino è un vitigno storico della piana di Spoleto, qui coltivato da generazioni. Solamente negli ultimi anni però l’attenzione di tante cantine ha cominciato a guardare in questa direzione, una sorta di riscoperta. La cantina sociale Spoleto Ducale invece dal 1982 lo ha sempre vinificato in purezza ed ha reso possibile la sopravvivenza di tanti piccoli appezzamenti che oggi sono considerati dei piccoli capolavori. Viti a piede franco centenarie, maritate ad altre piante e alte oltre tre metri. Uno spettacolo.

Ecco, questo 1991 è la dimostrazione che esiste un vitigno bianco in Umbria di quelli che non ti aspetti, capace di regalare soddisfazioni davvero inaspettate. Avrò modo di tornare sull’argomento.

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Colli Martani DOC – Spoleto Ducale, Grechetto 2002

Spoleto Ducale Grechetto 2002Uvaggio: Grechetto

Che il Grechetto mi piaccia è oramai cosa nota. Negli ultimi mesi ho scritto di diverse bottiglie e di diversi stili, cercando di capire quale declinazione mi intrigasse di più. Così antico, però, mi era sfuggito, almeno fino ad ora. Il colore va verso il dorato scuro, caldo, mediterraneo. Ed i profumi, in evoluzione, sono di macedonia, di melone, comunque anche di frutta sotto spirito. La nota eterea è evidente, anche se ancora non disturba. E se è vero che in bocca perde un po’ la sua caratteristica freschezza, rimane una piacevole sensazione di rotondità. Interessante anche il finale, che sembra sfumare verso una nota più dolce, piuttosto persistente. Insomma, grechetto appena oltre il maturo, comunque adulto, capace di regalare emozioni anche in evoluzione.

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