Ma quel decennale?

Chissà, forse qualcuno di voi si ricorderà di quella bella degustazione promossa l’anno scorso proprio da Giampaolo Tabarrini: il Sagrantino di Montefalco, dieci anni dopo. Era il 2011 e i riflettori erano puntati sull’annata 2001 alla presenza di quasi tutte le cantine più importanti e rappresentative del territorio. Come già scritto allora, si era trattato di uno straordinario momento di confronto e di approfondimento su una tipologia che ne meriterebbe certamente di più.

Ecco, pare sia stata degustazione unica, senza seguito alcuno. Quest’anno sembra che tra produttori non sia stato possibile trovare un accordo per farlo diventare appuntamento fisso. Un vero peccato, sia perchè la sensazione è quella di avere a che fare con una grandissima occasione mancata sia per l’assaggio in sé: ritrovare oggi nel bicchiere la vendemmia del 2002 sono sicuro avrebbe sorpreso più di una persona.

Tenuta Bellafonte, un altro sagrantino è possibile?

L’unica cosa che ricordavi di quel luogo era un grande buco. Era forse il 2010 e, prima dell’estate, ti eri ritrovato proprio su quella collina a curiosare tra le vigne, le avevano appena acquistate e ne vinificavano i frutti in un’azienda poco lontana. Oggi quel grande buco non c’è più. Al suo posto una cantina impeccabile per struttura e realizzazione: Tenuta Bellafonte.  Il comune è quello di Bevagna, la denominazione quella di Montefalco e del suo sagrantino.

Progetto nuovo quindi, uno di quelli che vengono da lontano e che portano con sé visione e professionalità. Non è un caso, per dire, che sia agronomo che enologo siano piemontesi, come ci fosse l’idea -da subito- di alleggerire il sagrantino che tutti conosciamo cercando una soluzione nelle sfumature. Gli assaggi? Quelli di tutte e quattro le annate finora prodotte. Il 2008 è in bottiglia e sarà commercializzato a partire dal prossimo autunno, con circa un anno di scarto rispetto all’attuale disciplinare. È il primo esperimento, meno di quattromila le bottiglie che hanno visto la luce. Le successive invece sono ancora in botte e se è difficile farsi un’idea chiara sul 2011 le altre due hanno già parecchio da dire. Il 2009 e il 2010 sono infatti vini già oggi particolarmente eleganti, giocati su note terziarie più che sull’intensità del frutto e sulla freschezza più che sulla trama tannica. Vini di grande interesse, da seguire proprio per questo loro smarcarsi nettamente da un modello produttivo fatto (spesso) solo di concentrazione e materia.

Un altro sagrantino è possibile? Staremo a vedere.

Domenica 2 ottobre 1988

Riporto qui il solito pezzo che esce ogni mese su un periodico locale, questo è quello di marzo. C’è la maratona, una bellissima maratona, e ci sono due grandi vini umbri (e guarda un po’, uno è proprio quello di ieri).

Le condizioni alla partenza erano proibitive, il termometro segnava quasi trenta gradi e l’umidità era alle stelle. In Corea del Sud erano da poco passate le due del pomeriggio e si stava per celebrare l’atto conclusivo dei Giochi della XXIV Olimpiade, quella di Seul. Al via, insieme ad altri centoventuno atleti, tre italiani: Orlando Pizzolato, Gianni Poli e Gelindo Bordin. Se i primi due negli anni precedenti erano stati capaci di imprese storiche era però il terzo a raccogliere alcune tiepide speranze azzurre. Gelindo Bordin veniva infatti da una stagione di grazia: era il campione europeo in carica, l’anno precedente era arrivato terzo ai mondiali di Roma e pochi mesi prima a Boston aveva portato il record italiano a due ore, nove minuti e ventisette secondi piazzandosi quarto.

I primi chilometri raccontano di una gara non particolarmente veloce, giocata sulla tattica e sull’attesa. Una trentina di atleti vanno praticamente da subito a formare il gruppo di testa, capace di rimanere compatto fino al quindicesimo chilometro. Da lì in poi un’andatura che comincia a diventare sempre più sostenuta fa le prime vittime. Tra queste sia Pizzolato che Poli, i due non riescono a tenere il passo dei migliori. Bordin però c’è: la sua è una corsa fluida ed attenta, il viso non tradisce stanchezza ma tanta, tanta concentrazione. Ed infatti dopo un’ora lui è ancora lì, al trentacinquesimo chilometro guida il gruppetto di testa con altri sei atleti. Al trentasettesimo il momento che tutti aspettavano: il gibutiano Saleh parte all’attacco e si porta dietro il keniota Wakiihuri e lo stesso Bordin. Si accende la speranza di una medaglia ma l’azzurro è affaticato e, anche se di poco, rallenta. Dopo un paio di chilometri di crisi, la svolta: Gelindo dà fondo a tutte le sue energie e metro dopo metro continua a guadagnare terreno sul secondo. Al quarantesimo chilometro raggiunge e supera il keniano, il passo è tornato ad essere quella dei momenti migliori. A due chilometri dal traguardo l’impresa sembra possibile. Saleh, fino a quel momento in testa, comincia a perdere colpi, la sua andatura rallenta portandolo quasi a barcollare e Bordin con un sorpasso storico scappa via. Andrà a vincere la maratona olimpica con un distacco di quindici secondi senza mai voltarsi.

Era domenica 2 ottobre 1988 e Gelindo Bordin aveva appena compiuto una delle più grandi imprese che l’atletica leggera italiana possa ricordare.

In quegli stessi giorni a Montefalco e a Torgiano venivano vendemmiate le uve che, dopo una lunga maturazione in cantina, avrebbero dato alla luce due vini indimenticabili. Il primo avrebbe rivoluzionato per sempre l’immagine di Montefalco, il secondo avrebbe confermato ancora una volta la grandezza di una vigna e del suo sangiovese. Sono il Montefalco Sagrantino di Arnaldo Caprai ed il Torgiano Rosso Riserva “Vigna Monticchio” di Lungarotti. Due 1988 magnifici, capaci ancora oggi, a quasi venticinque anni di distanza, di vibrare nel bicchiere grazie ad un allungo da campioni assoluti. Due dei più grandi vini mai prodotti in Umbria.

Foto: ladomenicadivicenza.it

Sagrantino di Montefalco DOCG Tabarrini, Colle alle Macchie 2004


Sagrantino | 40 €

Sul perchè è importante visitare le cantine: ci sono vini che dopo aver conosciuto la persona che li ha visti nascere comincerete a bere con occhi diversi. Come se tutto fosse più chiaro. Giampaolo Tabarrini per dire ha un’energia contagiosa che è facile ritrovare in tutta la sua produzione. Solo dopo averlo conosciuto però.

Il Colle alle Macchie è uno dei sagrantino che più fanno affinamento in bottiglia prima di affacciarsi alla vendita. Lui infatti è uno di quei produttori illuminati, ben consapevoli di quanto questo sia vitigno che va valorizzato in un unico modo: aspettandolo.
Scuro, scurissimo, regala sentori di rara tipicità che sterzano verso la terra, profonda e suadente. C’è però anche freschezza ed un frutto ben definito, così integrato a tonalità vagamente speziate. In bocca è austero ed elegante, potente, mai domo nel coniugare straordinariamente tutte le componenti, acidità e trama tannica su tutti. Ha ritmo, richiama il bicchiere con un finale che si assottiglia senza perdere energia. Come Giampaolo.

[s4]

Sagrantino di Montefalco Passito DOCG Antonelli 1995

Sagrantino

Poi succede che assaggi anche un sagrantino passito di una quindicina d’anni e la prima cosa che pensi riguarda quanto sia così ancora integro, capace di proiettatarsi lontano, per chissà ancora quanto tempo.

Inizia timidamente, mai troppo sfacciato. Gli aromi sono i più tipici, in particolare la mora, così definita, e dolcezze che rimandano ad una precisa idea di austerità. In bocca riesce ad essere particolarmente espressivo grazie ad una particolare compostezza. Una tannicità lontana accompagna tutto il sorso senza mai essere protagonista di quello che è un bicchiere che rimanda a Montefalco come pochissimi altri.

Ennesima dimostrazione di quanto questo particolare vitigno voglia tempo, molto tempo. Ma che al momento giusto sa regalare grande stoffa ed equilibrio.

[s4]

Sagrantino di Montefalco DOCG Arnaldo Caprai, 25 anni 1997

Sagrantino

Uno dei grandi misteri dell’universo riguarda il disciplinare di produzione del Sagrantino di Montefalco. Un vino che avrebbe la necessità di un affinamento lungo, lunghissimo. Almeno come il Brunello od il Barolo. Invece da sei mesi si trovano sugli scaffali quelli targati 2007 (certo, a parte le bottiglie di alcune ed illuminate cantine) caratterizzati da una tannicità estrema, che definire giovani è un eufemismo e che sono davvero difficili da mettere a tavola. Evabbè, questa è la realtà e noi, davvero, non possiamo che adeguarci – e al limite riempirci la cantina di vini che berremo tra dieci anni.

Poi però succede che ci si imbatte nell’ennesima dimostrazione di quanto questo vitigno sappia dare sulla lunga distanza. E viene voglia di urlarlo per quanto quel suo essere inizialmente scorbutico diventi eleganza e leggiadria. Da queste pagine sono già passati il 1998 di Antonelli (un’annata magica per tutto il territorio) ed il 1997 di Bea. Ecco, non era possibile pensare di non dedicare qualche riga al più famoso e celebrato dei produttori di Montefalco, Marco Caprai. Il suo 1997, oggi, è in una forma splendida. E’ avvolgente e fresco, profondo e lunghissimo.
Prendiamo il colore, minimamente intaccato da dieci anni di bottiglia. O il naso, straordinariamente espressivo e sempre sull’orlo di regalare nuove sensazioni. C’è tutto, dai profumi più tipici del vitigno, ribes e mirtillo, ad una speziatura scura e mai antica. Da una sensazione balsamica ad un perchè quasi animale. E il fatto è il suo esprimere tutto questo in un tutt’uno di grande espressività. Non sono tanto i riconoscimenti, ma la dimostrazione che un grande spettro olfattivo è più della somma delle sue parti. In bocca, il suo essere praticamente perfetto in ogni singola componente con quel tannino dal sapore della seta, che accompagna un sorso che coniuga bevibilità e succo, capace come solo i grandi sanno fare. Ha il sapore del capolavoro.

Un vino pazzesco.

[s5]

Sagrantino di Montefalco d’Arquata DOC – Adanti, passito abboccato 1980

Sagrantino

Oggi un’eccezione, che in genere i vini che passano da queste parti sono dell’annata in corso, brutta espressione per riferirsi a quelli che è possibile trovare in commercio. Però era interessante dedicare qualche riga ad un vino che in qualche modo ha qualcosa di paradigmatico, almeno per la tipologia contestualizzata all’annata in etichetta. Millenovecentottanta, dice. Abboccato, aggiunge. Questo significa che, nella scala definita per distinguere i livelli di dolcezza di un vino, qui si comincia a percepire un grado zuccherino di una certa importanza, decisamente diverso dai cosiddetti vini da dessert. Un po’ meno, ecco.
A parte che oggi è davvero tipologia un po’ dimenticata, anche per il difficile posizionamento a tavola: durante il pasto? No. Con i dolci? Uhm. Aperitivo? Argh.
Il fatto è che il Sagrantino nasce dolce, passito. Solo recentemente (ed intendo negli ultimi trent’anni) si è cominciato a vinificarlo secco nella versione che tutti quanti conosciamo oggi. Era interessante quindi assaggiare una bottiglia che oggi non esiste più, che racconta di un periodo in cui il sagrantino non oltrepassava i confini regionali e che era vinificata così diversamente. Almeno due mesi ad appassire e poi botte grande, ad aspettarlo.

Oggi, a trent’anni di distanza (!), racconta di un vino estremamente compatto, la cui consistenza è vigorosa. E se forse paga qualcosa in termini di complessità generale poche altre volte è stato possibile imbattersi in tale e convincente intensità. Il frutto è estremamente definito, caldo, avvolgente, esce dal bicchiere per profumare la stanza, quasi. Sono sensazioni rosse in confettura, decisamente passite, sicuramente affascinanti. In bocca paga in reattività generale, ma è vino ancora vivo, la cui componente dolce non prevarica mai ma accompagna l’assaggio lungo tutto il palato. Alla lunga un po’ stanca, difficile andare oltre un bicchiere proprio per questa componente che gioca più sull’impatto che sullo svolgimento. Ma è Sagrantino estremamente lineare, impeccabile per realizzazione e capace ancora di regalare divertimento ed emozioni. Ad avercene.

Un assaggio didattico.

Sagrantino di Montefalco DOCG – Cesarini Sartori 2005

Sagrantino | 20 €

Cesarini Sartori è cantina di una certa rilevanza, almeno volumetrica. Non invade, però. Sembra seguire le linee del panorama in cui è inserita e da lassù, dalla cima della piccola torre, la vista è mozzafiato, ovunque si giri la testa. La zona è quella di Montefalco, Bastardo (il paese) sullo sfondo.
Una quindicina di metri più in basso, poi, dentro la collina e nel cuore della produzione, la tecnologia sembra farla da padrone. Si schermano i campi elettromagnetici, per dire. Tutto però, nel suo essere così all’avanguardia, sembra essere funzionale ad una certa riduzione dell’interventismo umano, come se il concetto fosse quello dell’aggiungere per togliere. Per lasciare che sia, questa l’impressione. Ma è davvero possibile?

Si, pare. Un po’ di sorpresa infatti nel trovare un Sagrantino che gioca le proprie carte su una certa selvaticità. Accattivante, nervosa. E’ profondo, appena balsamico, difficile non riconoscere le tipiche note del territorio. Attacca con forza, per trovare lungo tutto l’assaggio un succo ed una fragranza particolarmente piacevoli. Che, sommandoli ad una trama tannica potente ma non eccessivamente aggressiva e ad una nota sapida inaspettata, lo rendono compiuto. Inaspettatamente, felicemente.

[s4]

L’assaggio dell’anno?

Non che scrivere un post di fine anno sia obbligatorio, anzi. Ma ripensavo a tutto quello che è successo negli ultimi dodici mesi, ed alle cose che mi hanno entusiasmato.

Il blog, per esempio.
Quest’anno è stato quello del cambiamento, e della (quasi) maturità, se così si può dire. Solo qualche mese fa era uno spazio che trascinavo stancamente e c’è stato più di un momento in cui avevo deciso di lasciare perdere. Poi però è successo che abbia provato di dedicare più tempo e più impegno a tutta questa faccenda ed il risultato, credo, è che ne sia valsa la pena, di certo. Mi piace, e tra queste pagine mi trovo a mio agio.
E poi, volete mettere, la soddisfazione di sapere che quello che scrivi viene letto, magari giudicato, a volte commentato, non ha prezzo. Molto semplicemente.

Poi cercavo di pensare a quello che ho assaggiato, alle bottiglie con gli amici, a quelle quà e là, alle degustazioni ed ai banchi d’assaggio. Cercavo di, come dire, fare il punto. Ed in particolare pensavo ai bicchieri che ricordo con più chiarezza, bevute stampate nella mia memoria, anche olfattiva e gustativa. Vini che mi sembra ieri, tanta era la loro giustezza – opinione personale, gusto personalissimo.
Io abito nel centro dell’Italia, e normalmente, tutti i giorni, faccio un esempio, non bevo nebbiolo. Neanche garganega. O aglianico. Vado per lo più avanti a pane e sangiovese. Conosco un po’ la Toscana ed appena di più l’Umbria del vino. Questo fa si che i vini di qui siano particolarmente nelle mie corde. Ed è normale, è così per tutti credo. E non parlo di gusto personale, ma di quella capacità di cogliere sfumature e differenze che solo centinaia e centinaia di bicchieri riescono a darti.
Il senso del territorio, vale per me come per tutti voi, nei rispettivi contesti vitivinicoli.

Insomma, sono certo di avere assaggiato vini strepitosi, sicuramente superiori a questo, a voler parlare di punteggi oggettivi. Ci sarebbero un paio di Brunello. Un riesling della Mosella che ho amato. Sicuramente un Barolo, solo per nominarne qualcuno. Ma il rapporto di intimità, di (credo) comprensione nei confronti delle sue caratteristiche e di quelle del territorio da cui proviene che ho avuto con il Sagrantino 1998 di Filippo Antonelli non ha eguali. Mi sembra davvero ieri.

Per tutto quello che verrà ci vediamo nel 2010.
Tanti auguri, a tutti quanti.