Dieci vini per il duemiladodici, e dieci canzoni

And here we go again. Ecco un post immancabile, quello che chiude un’annata quanto mai povera di novità in campo musicale e che apre la strada alla prossima. Dopo il 2010 e il 2011 il format è ormai rodato, sono dieci vini che hanno accompagnato e caratterizzato queste quattro stagioni (senza ripetere quelli già citati le altre volte) e dieci canzoni rigorosamente uscite durante l’anno, quelle in assoluto più ascoltate, quelle che ho preferito nonostante trovarne così tante non sia mai stato così difficile. Un anno, questo 2012, certamente da ricordare per l’impressionante quantità di cose successe. Alti e bassi, cose bellissime e cose da lasciarsi alle spalle il prima possibile. Da queste parti, al solito, si guarda avanti con entusiasmo ed energia. Dai.

Cirò, ‘A Vita – Inevitabile cominciare da qui e da “A sud di nessun nord“, viaggio nato un po’ per caso e raccontato giorno dopo giorno su queste pagine per quasi un mese (qui l’itinerario). Un percorso non solo geografico che non dimenticherò mai e che trova nel lavoro di grandi vignaioli come Francesco De Franco il suo senso più compiuto. Che poi i suoi Cirò siano poi tra i vini più buoni assaggiati quest’anno non è altro che un piacevolissimo contorno. Grande.

Of Monsters and Men, Mountain Sound

Faro, Bonavita – Lo Stretto di Messina tanto come luogo geografico quanto come luogo mentale. Di distacco e di confine. Dalle colline e dai (pochi) vigneti sopra Punta del Faro, esattamente dove qualcuno ipotizzava il ponte sospeso più lungo del mondo, Giovanni Scarfone illumina tutto il territorio con un vino di rara personalità. Grande (e due).

TV Girl, Loud and Clear

Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Pietracupa (di là) – Montefredane, Avellino. Ma che vini pazzeschi produce Sabino Loffredo? Grande (e tre).

Malika Ayane, Tre Cose

Aglianico del Vulture, Carbone – Cioè, davvero nel 2010 e nel 2011 non avevo nominato i vini di Sara e Luca Carbone? Grave, rimedio subito. Anche per la bellezza di un legame, stima ed amicizia, che ogni volta rivedo nel bicchiere. E poi il Vulture, luogo del cuore.

Chris Cohen, Caller No.99

Barolo Brunate-Le Coste, Rinaldi O della generosità, sensazione a cui rinuncio con fatica.

Bon Iver, Air Studio Session

Boca, Le Piane – Un vino che rappresenta il forte percorso di avvicinamento ai nebbioli del nord iniziato quest’anno. A Ghemme, Gattinara, Boca ma anche Carema e la Valtellina. Non posso scrivere altro che: sto arrivando.

Montevideo, Castles

Dolcetto, Pino Ratto – Ogni volta che qualcuno si presenta con una vecchia bottiglia de Gli Scarsi o de Le Olive mi brillano gli occhi. E poi quella sensazione di avere sempre a che fare con una bottiglia che potrebbe essere l’ultima.

Asaf Avidan, Different Pulses

Vino Nobile di Montepulciano Riserva, Crociani – Non solo perchè si tratta di uno dei Montepulciano più buoni (mai) assaggiati ma anche perchè è sangiovese di grande fascino e austerità, diverso – penso alla vicina Montalcino o alle zone più meridionali del Chianti Classico) e al tempo stesso di grande personalità. Non teme paragoni.

Jens Lekman, I Know What Love Isn’t

Capo di Stato, Conte Loredan Gasperini – Dedicato a tutti quei vini che nonostante siano meno mainstream – per zona di produzione, per vitigni, in generale per coolness – hanno personalità da vendere.

Grimes, Oblivion

Lambic, Cantillon – Unico non vino, quest’annata passa anche da qui. Non posso non ricordare infatti con piacere le tantissime serate, era la scorsa primavera, passate al pub vicino casa: ogni volta l’occasione era buona per assaggiare un nuovo lambic. Difficile sceglierne una, sono troppe le birre di Cantillon che mi hanno portato via un pezzo di cuore. So solo che a Bruxelles ancora non ci sono andato, il 2013 (forse) sarà l’anno giusto.

Chromatics, Kill for Love

Questo è quanto, durante una giornata dal sapore ancora natalizio non posso che sperare che anche voi abbiate sempre in tasca un bel pacchetto di gioia da asporto da consumare all’occorrenza. Buone feste, di cuore.

Barolo Brunate-Le Coste DOCG Rinaldi 2005 (o della generosità)

Certo che il caso. Da qualche giorno mi girava per la testa l’idea di scrivere un post su una particolare sensazione legata all’assaggio. Non una caratteristica strettamente legata all’analisi organolettica ma un’idea che il vino riesce a trasmettere durante (e dopo) lo stesso: la generosità. Mi capita a volte di ritrovarmi ad assaggiare vini anche molto buoni che ai miei occhi, magari qualche minuto dopo il primo bicchiere, appaiono particolarmente rigidi. Come se non fossero disposti, in quel particolare momento della loro vita, a concedersi completamente.

Certo, mi rendo conto che è argomento non facilissimo da introdurre proprio per la sua non riconducibilità ad un unico o ad un insieme di precisi riscontri. Perchè non si tratta di acidità o di trama tannica, di tattilità o di morbidezza, quanto di un particolare equilibrio che il vino (il grande vino) riesce a raggiungere in un preciso momento. La stessa bottiglia, aperta un anno prima o un anno dopo, potrebbe aver perso quell’apertura, quell’altruismo, quella disponibilità al dialogo. Non è solo un discorso di espressività, e in questo senso credo che la sensibilità di ognuno sia fattore molto rilevante, o di slancio gustativo. È la capacità di un vino di farsi guardare e comprendere.

Spesso parlando di questo argomento a tavola tra amici portavo come esempio alcuni Barolo, in particolare due. Il Piè Rupestris di Cappellano e il Brunate-Le Coste di Rinaldi. Due vini fantastici, per motivi diversi. Tanto generoso uno quanto austero l’altro. Ripenso ad alcuni recenti assaggi del secondo e trovo nel 2002, nel 2004, nel 2006 un tratto comune inconfondibile. Una finezza straordinaria (ed eleganza) che al tempo stesso si fonde con una compostezza che non ero ancora riuscito a valicare. Come se tra me ed il bicchiere ci fosse una sorta di muro. Un qualcosa che mi impediva un dialogo che sentivo necessario nonostante si trattasse di un indiscutibile monumento al nebbiolo. Complessità, finezza, allungo del campione ma nel quale non trovavo la sfaccettatura che mi facesse entrare nel vino.

Poi, come spesso capita, è arrivato il momento in cui tutto questo discorso ha cominciato a traballare. È successo ieri sera davanti ad uno struggente Brunate-Le Coste 2005. Tutto il castello che mi ero costruito su questa argomentazione barolesca si è rivelato profondamente errato. Perchè non solo non è possibile inquadrare un grande produttore in un aggettivo, ma tanto la diversità delle vendemmie quanto il momento storico in cui una bottiglia viene aperta sono elementi fondamentali per la sua comprensione. Un bicchiere, quello di ieri, luminoso ed ospitale. Un bicchiere che mi ha fatto vedere sotto una luce diversa tutto il lavoro di Giuseppe Rinaldi. Un bicchiere, uso le parole di un amico, che “non impensierisce, non deprime, ma ti fa ridere come quando arriva la primavera“.

Barolo Brunate-Le Coste DOCG, Rinaldi 2002

La degustazione racconta un vino granato con riflessi che ricordano la ruggine. Di un naso caratterizzato da una florealità viva, da note farmaceutiche e da ricordi di tabacco ed anguria. Il tutto inserito in un contesto terroso, quasi autunnale. Di un’assaggio caratterizzato da una grande, grandissima freschezza, da una mineralità incisiva capace di vivacizzare un assaggio che, nonostante le difficoltà dell’annata, è capace di avere un’aderenza territoriale come pochi altri.
Le sensazioni poi suggeriscono sia il miglior Barolo targato 2002 mai passato da queste parti.

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Dieci vini per il duemiladieci, e dieci canzoni

Senza classifiche, ma un consuntivo dei tanti vini assaggiati quest’anno. E certo, non necessariamente i più buoni in senso assoluto, quelli però che sono legati ad un sottofondo emozionale che non dimenticherò facilmente. Vini di persone, di luoghi, di amici. In generale di ricordi e di significati. Con una canzone, iTunes -tra quelle uscite quest’anno- sostiene siano state le più ascoltate.

Il mio lambrusco, Camillo Donati. Questo, simbolicamente uno per tutti, a raccontare la realtà dei lambrusco a rifermentazione naturale in bottiglia. Profondità, profondità, profondità. Perchè esiste un mondo tutto da scoprire oltre quelli del supermercato.

Jamaica – Short and entertaining

Barbera d’Alba, Giuseppe Rinaldi. Evabbè, facile direte. In effetti è buonissima. E poi è vitigno che mi ha accompagnato per un lungo periodo, era la scorsa primavera, e che richiede parecchia attenzione. Ce ne sono molte là fuori di grande personalità e spessore. Andiamo a cercarle.

Arcade Fire – The suburbs

5, Podere le Boncie. Tutta l’espressività di Giovanna Morganti e di Castelnuovo Berardenga in una bottiglia dal rapporto spesa/felicità commovente. Un sangiovese da bere sempre, o anche di più.

Eels – A line in the dirt

Trebbiano d’Abruzzo, Valentini. E’ come quando la purezza del mare incontra la terra, non credo serva aggiungere altro.

Girls – Thee oh so protective one

Vigna Vecchia, Collecapretta. Dei vini umbri di Vittorio Mattioli e di sua moglie Anna ho scritto più di una volta. Rubo una loro definizione ad un caro amico, particolarmente centrata. Dice: “dalla loro cantina escono vini che prima di essere veri sono magici“. E tanto mi basta.

Agnes Obel – Brother Sparrow

Il Frappato, Arianna Occhipinti. Per me uno dei vini della gioia, impossibile non prenderne una bottiglia quando mi ci imbatto. Mi ha preso il cuore per portarlo altrove.

Blur – Fool’s Day

Nobile di Montepulciano, Poderi Sanguineto. E tutto il rock’n’roll di Dora e di Patrizia. Il loro imprescindibile miracolo. Ragazze, quando è nel bicchiere è come fossi lì con voi.

The National – Anyone’s Ghost

Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, Cascina Gilli. Dolce, leggero, divertente, spumeggiante e profondo, scorrevole, economico. A margine quei sorrisi di fine pasto di complicità. Quasi quasi lo porto al pranzo di Natale.

Vampire Weekend – Horchata

Barbaresco Rio Sordo, Cascina delle Rose. Tutta l’accoglienza delle Langhe in una bottiglia di vino. Sintesi perfetta per un nebbiolo struggente.

LCD Soundsystem – Drunk Girls

Rosso, Massa Vecchia. Perchè entrambe le volte era bottiglia tanto definita quanto definitiva, quella che ti apre ad un mondo fatto di sensazioni diverse, con quella acidità a proiettarlo verso l’infinito. E se possibile anche oltre.

Ra Ra Riot – Boy

Questo è quanto. Il momento in cui finalmente impacchettare l’anno passato, archiviarlo e guardare avanti. Buon Natale.

Langhe Freisa DOC Rinaldi 2008

Freisa | 15 €

Del Barolo di Giuseppe Rinaldi si è detto tanto e scritto altrettanto ed è -giustamente- tra i più celebrati di Langhe. Il suo Brunate-Le Coste è uno di quei nebbioli definitivi (appunto mentale, che per Natale una bottiglia potrebbe essere un’idea), godibilissimi tanto sul breve che sul lungo periodo. Cosa buona e giusta, però, è anche quella di spezzare una lancia a favore degli altri vitigni che il nostro vinifica con una maestria che appartiene a pochi. E mi riferisco agli straordinari Dolcetto, Barbera e, appunto, Freisa. Vini paradigmatici per la propria tipologia, capaci di coniugare come forse nessuno carattere e bevibilità. La Freisa per dire è una bottiglia straordinaria, c’è tutto. La forza del colore, un’intensità che abbraccia senza mai apparire scontata, una tensione gustativa incredibile accompagnata da una bellissima acidità e, neanche a dirlo, un finale che schiocca. Che bontà.

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Barbera d’Alba DOC Rinaldi 2007

Barbera | 10-15 €

Facciamo che evito di scrivere di quanto sia importante Giuseppe Rinaldi per il territorio e per il Barolo, di quanto sia uno dei riferimenti assoluti per un approccio che definire tradizionalista è assolutamente riduttivo e tutto il resto? Dai, facciamo così, e passiamo subito a scrivere della sua Barbera, e di quanto sia anche dalle piccole (anche se qui di piccolo c’è davvero poco) bottiglie che si può vedere la statura della cantina e di colui che le ha pensate e vinificate.
Perchè la Barbera di Rinaldi coniuga tutto quello che si può cercare, non solo in una Barbera, e penso a bevibilità, ma anche profumi, eleganza e polpa.
La frutta è rossa, matura, calda, avvolgente. E poi la profondità di spezie più scure che sposano una nota più verde, viva.
E in bocca, ah in bocca, coniuga il succo, il sapore delle tipicità con una complessità fatta di larghezze, che abbracciano il palato riempiendolo di felicità. Abbastanza potente quindi senza essere muscoloso, ma anche finissimo, fresco, quasi piccante. E con una nota sapida che attraversa tutto l’assaggio a renderlo vibrante. E buonissimo.

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5 ottimi motivi per tornare a Villa Boschi (e a Villa Favorita)

Villa BoschiAllora come avevo già scritto a caldo durante i giorni di Vinitaly, a Verona, anche quest’anno si sono tenute due manifestazioni (l’anno scorso erano tre, almeno si è fatto un passo avanti) dedicate a cosiddetti vini naturali. Una era a Villa Boschi (Vini Veri, Triple A, Renaissance Du Terroir), l’altra a Villa Favorita (Vin Natur).

Ecco, io l’anno prossimo ci tornerò sicuramente:

– Perchè sono manifestazioni rilassate che nascono e che vedono come naturale fruitore il consumatore. Certo. Se si vende molto meglio (e si vende, certo), ma nessuno storcerà mai il naso per una richiesta di assaggio. Si è tutti lì per quello.

– Per i vini che mi ritrovo a scoprire e che cercherò di rintracciare, durante l’anno. Tra i tanti mi sono sottolineato il Gewurztraminer di Domaine Zind-Humbrecht, il Pinot nero di Domaine Sabre, la Barbera di Castello di Verduno, gli Chardonnay di Domaine Labet, i muffati di Marco Sara, i bianchi dei Clivi. Tra i tanti.

– Per gli splendidi vini che riassaggio sempre volentieri, che durante l’anno le occasioni sono certamente poche. Penso, a braccio, al Clos de la Coulée de Serrant di Joly, al Piasa Rischei di Forteto della Luja, ai Baroli di Cappellano, Rinaldi e Mascarello, al Sagrantino di Bea, al Granato di Foradori, al Brunello di Manfredi. Ma questi sono nomi noti. Il bello di Villa Boschi e Villa Favorita è proprio lasciarsi andare e scoprire nuovi assaggi.

– Per la diversità e la personalità di ogni bicchiere. Spesso basta fare un paio di metri, passando al banco successivo e l’approccio potrebbe essere completamente diverso, sicuramente capace di stupire.

– Perchè colui che vi verserà da bere (il più delle volte) è colui che il vino lo ha fatto. E lo conosce bene. E avrà piacere a raccontarvelo. E’ lì -anche- per quello.

Ci vediamo nel 2010.