Collecapretta

Come forse alcuni di voi ricordano di tanto in tanto ho riportato qui sul blog il testo della mia rubrica mensile su Piacere Magazine, Fast good. In particolare quando era particolarmente inerente a faccende, come dire, vinose. Sul prossimo numero, quello di settembre, ho scritto di Collecapretta, cantina apparsa qui più e più volte. Questa è una panoramica, un riassunto volutamente poco tecnico ma che (credo) rende un po’ l’idea del lavoro di anna e Vittorio Mattioli. Il passo successivo, se interessati, è quello di andare a trovarli in cantina. I bianchi citati si riferiscono tutti alla vendemmia 2010 (hey, assaggiateli, è stata una bella stagione) ed i rossi alla 2009. La foto qui sopra è di Luigi Cremona.

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Mi si faceva notare che negli ultimi mesi questa rubrica ha nominato più di una volta una piccola cantina sconosciuta ai più, Collecapretta. Vero. Veniva spesso affiancata a nomi ben più noti della viticultura regionale per l’assoluta qualità della sua produzione e l’autore era certo di fare cosa gradita nel consigliarla senza esitazione. Ma una cosa sono i vini nell’unicità dell’assaggio, certamente buonissimi, un’altra la narrazione di una realtà e del suo contesto, condizione necessaria (e spesso fondamentale) per cercare di capirli fino in fondo.

Collecapretta quindi. La località è quella di Terzo la Pieve Alto, non lontano da Spoleto, quando la strada comincia ad arrampicarsi verso la cima del Monte Martano. La casa quella di Anna e di Vittorio Mattioli, gli artefici di questi vini che un amico una volta definì “magici prima di essere veri”. Ma non è sempre stato tutto come oggi, molto cambia con la vendemmia del 2006, quando dalla cantina cominciano ad uscire le prime bottiglie. Prima il vino veniva infatti venduto rigorosamente sfuso, come qui si era sempre fatto e come anche oggi si continua (in parte) a fare. Una piccola grande novità che ha permesso a Collecapretta di varcare molti confini e di arrivare fin dove prima non era possibile. L’approccio, tanto in vigna quanto in cantina, è rigoroso. Il rispetto totale dei cicli naturali e la totale assenza di erbicidi, pesticidi e di diserbi anticipano una vinificazione senza alcun intervento. “Cantina aperta” recita la grande targa all’ingresso. Niente di più vero, l’accoglienza qui è una cosa seria, Anna e Vittorio non vi negheranno mai un sorriso e qualche minuto del loro tempo. Andare a trovarli vale lo spostamento, eccome. Per scoprire che il vino è parte di un ecosistema più vasto, non a caso le etichette parlano chiaro: “Vittorio Mattioli, agricoltore e poi vignaiolo in Terzo la Pieve”.

Infine, i vini. L’autore ha un debole per il “Vigna Vecchia“, un trebbiano spoletino di rara luminosità. Al suo fianco il “Terra dei preti“, un vino bianco macerato sulle bucce dal sapore arcaico, intenso e a tratti struggente. La malvasia, o “Buscaia“, è didascalica nell’esprimere il varietale e nell’affiancarlo a note minerali e salmastre. E il greco, o “Pigro delle sorbe“, caldo ed avvolgente.

Il “Rosato di casa Mattioli“, da uve ciliegiolo, nonostante il grado alcolico esprime forza e tattilità, ma con delicatezza. Tra i rossi il “Galantuomo“, una barbera profonda e dinamica, capace di sfidare le migliori espressioni piemontesi grazie anche ad una bevibilità mai stanca. E poi il sangiovese, “Le Cese” nella sua impronta tradizionale è capace di raccontare tutta l’eleganza contadina dei suoi artefici. “Il Burbero” è più profondo, a tratti surmaturo, il “Merlo nero“, da uve merlot, è intimo e generoso. Il ciliegiolo, o “Lautizio“, è fresco e piacevolissimo, in particolare a tavola, d’estate.

Collecapretta quindi. Anche perchè dietro ogni bicchiere spesso si nasconde un mondo intero, specialmente in questo caso.

Azienda Agricola Collecapretta
Loc. Terzo la Pieve Alto, 70 – Spoleto (Pg)
www.collecapretta.it

Il Postale e Marco Bistarelli

L’editoriale del mese scorso su Piacere Magazine era dedicato a Marco Bistarelli ed al Postale, appena trasferitosi da Città di Castello a Perugia. Eccolo.

Il fatto è che ripensando alla cena di qualche giorno fa al nuovo Postale di Marco Bistarelli mi vengono in mente innumerevoli chiavi di lettura. Per dire:

a) il cosiddetto tavolo dello chef, quello dentro la cucina. Trattasi di pochi pochi coperti ad un paio di metri dai piani di cottura, la sala vera e propria al piano superiore. Una piccola avventura capace di regalare la possibilità di vedere il ristorante con occhi nuovi, scandita dai ritmi dello Chef ed in generale della cucina. Un’esperienza dal sapore ancestrale, che non si limita ai piatti ma che si inserisce in un contesto più ampio, di teatralità, di empatia con la brigata, certamente di frenesia, in particolare con il ristorante al completo. Divertimento assicurato, prenotazione obbligatoria.

b) i piatti. Questa è stata la volta dei grandi classici del Postale, preparazioni che ne hanno fatto la storia nella precedente sede di Città di Castello. In particolare il “piccione arrostito con la sua coscia farcita, scaloppa di fegato grasso e verdure croccanti“, un regalo al palato per sapori e consistenze, impeccabile e sempre più che appagante, a dire poco. La “variazione di foie-gras di anatra e oca con composte fatte in casa e pan brioche“, sicuramente piacevole nel suo essere un po’ pop ed un po’ anni novanta. “La mia carbonara destrutturata“, una sorpresa di consistenze e sapori, nella quale gli ingredienti non vengono mescolati ma adagiati gli uni sugli altri. Tra le novità, invece, divertente il contrasto della liquirizia sul “trancio di lingua di bue arrostita“.

Classici, ma non vecchi, anzi. Sono tutti piatti ricchi di sapori capaci di non essere mai banali, sempre interpretati con raffinatezza tenendo però in primo piano l’importanza del gusto.

c) le cotture. Capita di rado di andare al ristorante e di ricordare così nitidamente, anche a giorni di distanza, l’assoluta perfezione di ogni consistenza. Che fosse un primo od un secondo, ogni cottura era millimetrica, chiave di lettura nuova nell’interpretare il lavoro di Marco Bistarelli.

d) la location. Il Castello di Monterone, anche albergo, è un gioiello difficile da immaginare senza esserci stati di persona. Sarà forse per l’atmosfera. Saranno le mura, quell’aria d’antan inserita però in un contesto contemporaneo. E lo scintillio delle luci della città subito lì, dietro la collina. Una carezza.

e) la città, che finalmente a Perugia c’è una nuova tavola di riferimento. Dopo la chiusura di Jasper questa rubrica ne sentiva la mancanza.

Ristorante Il Postale, Castello di Monterone
Strada Montevile, 3, Perugia
Tel. 075 8521356 – Email. ilpostale@castellomonterone.it
Menu degustazione a 80 e 90 euro. Poco meno alla carta.
Aperto solo a cena, la domenica anche a pranzo. Chiuso il lunedì e il martedì.

Ancora sul Grechetto di Todi

Ci sarebbe quindi questo mensile distribuito localmente, in Umbria, sul quale il sottoscritto ha il piacere di tenere una rubrica dedicata alle cose buone del territorio. Il mese scorso siamo ritornati, a quasi due anni di distanza, sul Grechetto di Todi. Eccolo.

Certo, a guardare da fuori il mondo del vino dell’Umbria è normale che si veda una realtà piuttosto piccola, almeno se inserita in un contesto nazionale che vede così tante regioni più grandi e più varie. Però, ed è opinione diffusa, negli ultimi tempi la crescita qualitativa è stata inarrestabile.

Il Sagrantino di Montefalco ha attraversato confini sia regionali che nazionali ed è oggi considerato, a ragione, una delle bandiere della produzione italiana di qualità. Il territorio nel corso degli anni ha attratto investimenti ed è cresciuto sia per numero di aziende che per ettari vitati e bottiglie prodotte. Un successo straordinario, senza pari nel nostro paese degli ultimi anni.

Il Torgiano Rosso Riserva è denominazione considerata da molti appassionati come mitica, il cui sangiovese trova in Vigna Monticchio un cru straordinario, capace di sfidare il tempo. L’ampia zona del Lago Trasimeno sembra, rispetto solo a qualche anno fa, in grado di regalare vini di particolare equilibrio.
E poi tante ottime cantine, che non rientrano in denominazioni note, ma che lavorano benissimo e producono vini di grande interesse.

Tutti rossi, però.

Voglio dire, l’Umbria non è certo nota come regione bianchista anche se, va detto, qui si è sempre prodotto e consumato un gran numero di Orvieto e di Grechetto, tra gli altri. Quasi tutti i produttori vinificano almeno un bianco, per la maggior parte bottiglie destinate al nostro consumo che difficilmente trovavano strada in altre regioni.

Però, forse, le cose stanno per cambiare.

Vicino Todi viene coltivata una particolare varietà di Grechetto che riesce a dare vini di particolare carattere ed eleganza. Alcune cantine, nel corso degli ultimi anni, hanno deciso di provare a mettersi in gioco per vedere se fosse possibile riuscire a produrre un grande bianco, in Umbria, oggi. E i risultati, timidamente, cominciano a dare loro ragione.

Il Grechetto di Todi infatti, rispetto ai suoi simili coltivati in tutta la zona dei colli Martani, è vino certamente più profumato e strutturato, dalle architetture più complesse, capace di accompagnare tutto il pasto e certamente regalare soddisfazioni.
In pochissimo tempo sembra avere trovato una sua dimensione e certamente le basi affinchè possa diventare il vino bianco di riferimento della regione ci sono tutte.

Le cantine coinvolte, intelligentemente tutte riunite in un’associazione il cui scopo è la promozione della tipologia, sono realtà che producono Grechetto di sicuro interesse, ognuno con peculiarità e caratteristiche appena differenti, tutti piacevolissimi. C’è Roccafiore, una splendida cantina ma anche residenza con ristorante. C’è Tenuta San Rocco ed il suo agriturismo. Ci sono Tudernum, Peppucci, Franco Todini.

Andare a cercare questi vini, magari direttamente in cantina, tra le altre cose significa anche andare ad approfondire un territorio splendido, forse quello in grado di regalare i panorami più belli della regione, scusate se è poco.

1′ora a Casa Vissani

Poche battute a disposizione sulla carta stampata, il mese scorso, per raccontare le tante proposte di Casa Vissani. Eccole.

Mettiamola così. Non c’è posto al mondo dove si sta così bene, spendendo così poco.

Un piccolo passo indietro. Non sono in molti, infatti, qui in Umbria, a sapere che sulle sponde del lago di Corbara c’è, e lo scrivo senza esitazioni, uno dei migliori ristoranti d’Italia. Quindi d’Europa. Di conseguenza del mondo. E certo, probabilmente tutti conoscono il nome di Gianfranco Vissani ma in pochi sono consapevoli della magia che si nasconde dietro i cancelli del locale che porta il suo nome, Casa Vissani.

Ancora in meno, poi, sanno che da ormai un po’ di tempo a questa parte è possibile provare ad assaggiare alcune delle proposte della cucina, sfiorando con mano la magia, a prezzi accessibili a tutti, grazie ad una lunga serie di proposte che variano durante i diversi giorni della settimana.

Al grande tavolo solitamente destinato alle colazioni c’è la cosiddetta 1’ora, il martedì, il venerdì ed il sabato a pranzo. Con trenta euro ecco il miglior rapporto benessere/spesa del pianeta e tre portate, acqua e vino inclusi. Il lunedì ed il martedì sera va in scena 1’ora by night, il cui menu prende ispirazione dalla classicità delle cucine regionali. A cinquanta euro, praticamente un miracolo. Allo stesso prezzo una straordinaria cena di crudi, solo il giovedì e venerdì sera, da consumarsi nella rinnovata cantina.

E, in particolare, queste di cui ho scritto sono esperienze da considerarsi propedeutiche alla carta vera e propria, quella del ristorante. Per qualunque appassionato infatti, quando si parla di Casa Vissani, c’è sempre un prima ed un dopo, vista la grandezza dell’esperienza che l’attende.

Ecco, in particolare in Umbria sarebbe obbligo morale per tutti risparmiare dieci o quindici pizze per potersi sedere alla corte del Maestro. Almeno una volta nella vita.

Il turismo goloso e l’Umbria

Dal consueto editoriale di Piacere Magazine.

Sei un turista. Anzi no, peggio. Sei un turista enogastronomico.

Ma andiamo con ordine.

Secondo Tripadvisor – la più importante community al mondo in tema di viaggi – la meta privilegiata dell’enoturismo mondiale sarebbe la Francia. Bordeaux, per la precisione. A seguire Napa Valley, in California, e la Toscana, unica zona vitivinicola italiana nelle prime dieci posizioni.

Niente di nuovo, certo.

Sul sito in questione i dati vengono raccolti grazie ai milioni di feedback che ogni giorno i visitatori lasciano sui luoghi, hotel e ristoranti in particolare, che hanno recentemente visitato. Tu stesso, che sei viaggiatore accorto, prima di avventurarti in una città perlopiù sconosciuta cerchi su Tripadvisor quali siano i posti con il rating migliore.

E poi: i musei ti interessano relativamente poco. Hai smesso di provare ad interessarti all’arte ormai anni fa. Lo shopping ti annoia e l’architettura ti affascina, ma solo a guardarla da lontano. Quello che davvero ti interessa è quello che ha a che fare con le tradizioni locali, con gli usi alimentari e le produzioni regionali, in particolare quelle legate al vino. Pensi che il cibo sia vettore di una cultura e di valori legati al territorio. Per non parlare della tua passione per i ristoranti. No, la guida Michelin non è un’opinione ed una grande tavola può valere ben più di una deviazione.

Sei turista difficile da accontentare.

Ti sposti in aereo o con collegamenti ferroviari rapidi preferendo la possibilità di raggiungere la tua meta il più facilmente possibile. Vale anche per i mezzi pubblici una volta arrivato. Sogni una ristorazione alberghiera di qualità. A cena non è necessario che il menu sia in inglese, ma ti piace quando qualcuno è in grado di spiegartelo. Naturalmente apprezzi le bellezze naturalistiche e le strutture in grado di valorizzarle al meglio. Gradisci le professionalità in loco, capaci di illustrarti i percorsi migliori per le tue necessità. Quando visiti una cantina, vale il discorso della lingua straniera, vorresti sia possibile acquistare alcune bottiglie, come effettuare degustazioni guidate e magari trascorrere qualche momento in vigna.

Per farla breve, apprezzi che ci sia un sistema turistico in grado di accoglierti al meglio.

In Umbria, a voler dare qualche numero, si contano circa due milioni di arrivi turistici all’anno di cui circa seicentocinquantamila stranieri*.

E tu non sei necessariamente tu, od io. Ma ognuna di quelle persone – si valuta intorno al sette per cento – che vengono in regione principalmente per motivi enogastronomici. Centoquarantamila circa ogni anno, in aumento. Mica briciole.

Sappiamo riceverli al meglio?

*Fonte: Rapporto annuale 2008, Servizio Turismo, Regione Umbria

L’Umbria naturale

Il mese scorso, su Piacere Magazine, ho scritto di quelli che possono essere considerati -oddio, circa- come vini verdi, in Umbria. Pochi, troppo pochi.

Vinitaly, la più importante vetrina di settore in Italia che si tiene ogni anno i primi giorni di aprile a Verona, si è conclusa da poche settimane ed il padiglione dell’Umbria, disegnato da Oliviero Toscani, è piaciuto a tutti. Minimale ed accogliente, funzionale e di ampio respiro, in generale bello. Evviva.
La fiera è imperdibile per tutti quelli che si trovano in qualche modo ad avere contatti con il mondo del vino e l’idea che mi sono fatto quest’anno, confrontandomi con alcune delle aziende presenti, è di moderato ottimismo. Nonostante il periodo buio i contatti ci sono stati e le vendite pare andranno avanti. Ancora evviva.

In contemporanea all’appuntamento veronese si sono tenute poi, come da diversi anni a questa parte, due manifestazioni dedicate ai cosiddetti vini naturali. La prima era a Villa Boschi, proprio in provincia di Verona, la seconda a Villa Favorita, vicino Vicenza. Ecco, volevo dedicare queste poche righe mensili a queste due bellissime realtà, che spero – non sono il solo – in futuro possano confluire in un unico grande meeting dedicato al genere.
Le associazioni di produttori presenti erano diversi: Da Vini Veri a Vin Natur, da Renaissance du Terroir a Triple A. Sarebbe difficile riuscire a scrivere ed elencare le peculiarità di ogni gruppo in quanto i disciplinari che si sono imposti differiscono sotto diversi aspetti. Si potrebbe però tranquillamente affermare che i denominatori comuni sono per tutti una certa lontananza da una lunga serie di pratiche definibili industriali, in particolare in cantina, ed un grande rispetto delle naturali peculiarità della vigna, del vitigno, dell’uva, del mosto e di tutto il processo produttivo.
Qualche esempio? Non amano i diserbanti chimici, preferiscono vendemmiare a mano e favoriscono i vitigni autoctoni (ovvero quelle varietà di piante storicamente appartenenti a quelle terre), non amano le le piante geneticamente modificate – gli OGM – e simpatizzano per i lieviti indigeni al fine di preservare le naturali caratteristiche dell’uvaggio durante le fermentazioni. Usano l’anidride solforosa ma preferiscono sia poca: avete presente la famosa dicitura che si trova sulle etichette di praticamente tutte le bottiglie in commercio, “contiene solfiti”? Ecco, il fatto è che legalmente non è possibile indicare la quantità utilizzata e nel loro caso si può tranquillamente affermare che i livelli sono decisamenete bassi e sotto la media.
Ma queste sono solo alcune delle tante pratiche avverse ai fautori della naturalità in bottiglia. Ancora? No a criomacerazioni, filtrazioni, centrifugazioni, sterilizzazioni echipiùnehapiùnemetta.

In Umbria non è possibile nominare queste produzioni senza pensare all’Azienda Agricola Paolo Bea. Il gruppo di appartenenza è quello di Vini Veri e la zona è quella di Montefalco. E’ cantina per taluni di culto la cui produzione va da uno splendido Sagrantino, anche Passito, ad un Rosso inaspettato per complessità ed eleganza per arrivare al Trebbiano Spoletino, vitigno che da poco ritrovato in tutta la zona dei Colli Martani.

Non ho ancora utilizzato il prefisso bio. Pensate: fino a poco tempo fa sarebbe stato errato definire un vino in questo modo, al limite si poteva dire che era “vino prodotto da uve provenienti da agricoltura biologica”. Certo, alcuni dei produttori presenti alle manifestazioni nominate praticano la biodinamica, più o meno tutti potrebbero essere biologici, anche se per definirsi tali esiste una vera e propria certificazione. In Umbria un riferimento in questo senso è rappresentato dalla Cantina Di Filippo, nei pressi di Bevagna. Ancora Sagrantino quindi, ma anche sangiovese, grechetto e molto altro. Vicino Umbertide invece, la denominazione di riferimento è quella dei Colli Altotiberini, una realtà interessante è rappresentata dai vini dell’Azienda Biovitivinicola Colle del Sole.

Se vi ci doveste imabattere non esitate ad assaggiare questi produttori, ne vale la pena.

Il Grechetto (anche di Todi)

A corto di assaggi, vi ripropongo un articolo scritto qualche tempo fa per una piccola rivista locale, rimanendo in tema con la bella bevuta di ieri.

Sono tornato a vivere in Umbria da poco. E tra le tante cose che ho ritrovato con piacere non posso non pensare ai tanti vini che mi hanno accompagnato durante gli anni dell’università e di cui ho definitivamente sentito la mancanza. Ce n’è uno, poi, meno blasonato di tanti altri, più economico, talvolta poco considerato e generalmente molto diffuso, per cui ho proprio un debole. Il Grechetto. Previsto in praticamente tutte le denominazioni di origine a bacca bianca della regione, ha delle caratteristiche di bevibilità straordinarie. Ha aromi floreali e fruttati, anche tropicali, magari di nocciola, di mela e di pera; è sempre secco e fresco, ha una bella acidità e talvolta si presenta con una bella nota amarognola sul finale. Come aperitivo è perfetto, è raramente scontato ed è capace di regalare anche prodotti di buona struttura che lo rendono abbinabile ad innumerevoli piatti.

Generalmente lo preferisco in purezza, così, semplice, senza che abbia fatto passaggi in legno. Magari dai Colli Martani, anche se nel perugino un po’ tutti ne interpretano una propria versione. Penso ad Adanti, ad Antonelli, a Caprai, al biologico Di Filippo, a Scacciadiavoli, e tanti altri.

Generalmente lo preferisco in purezza, dicevo. Ma come non pensare al grande Cervaro della Sala, in cui viene assemblato allo Chardonnay. O ai tanti Orvieto, vini molto spesso belli ed eleganti. O al Torre di Giano di Lungarotti, premiato lo scorso anno dal Gambero Rosso come miglior vino italiano sotto gli otto euro, in cui protagonista è anche il Trebbiano.

Il nome? Niente a che vedere con, ad esempio, il Greco di Tufo o le cosiddette uve di famiglia greca. Sembrerebbe risalga al medioevo, che i grechetti di allora ricordavano aromi propriamente tipici del mediterraneo orientale. Che poi si sia scoperto che geneticamente è molto simile alla Ribolla Riminese ed al Pignoletto dell’Emilia-Romagna è informazione che interessa più agli scienziati, che a noi bevitori.

E poi ci sarebbe il Grechetto di Todi, o Tuderte, una varietà coltivata nell’omonimo comune, che si caratterizza per maggiore struttura e finezza. Progres, associazione nata per difendere, promuovere, diffondere la produzione del tudertino – appunto – ha recentemente organizzato a Roma, all’Hotel Cavalieri Hilton, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Sommelier, una presentazione dei vini dei produttori aderenti: Peppucci, Roccafiore, Tenuta San Rocco, Todini, Tudernum. Ne sentirete parlare, sempre di più.

Il caso Brunello, un breve riepilogo

I love BrunelloIl mese scorso ho scritto questo breve articolo per una rivista gratuita che viene distribuita qui in Umbria. E’ decisamente molto sintetico, ma le battute disponibili erano quelle ed anzi, ho anche sforato di poco. Ah, è stato scritto prima dell’assemblea del consorzio del 27, quando ancora c’era qualche perplessità e dubbio sull’esito della votazione del disciplinare. Che ne pensate?

“Volendo fare una breve sintesi si potrebbe scrivere che tutto è iniziato i primi giorni di marzo di quest’anno, con un articolo del Corriere Fiorentino in cui veniva denunciata una possibile frode ai danni dei consumatori da parte di una nota cantina di Montalcino. Usavano altre uve, pare. Venivano dalla Puglia, pare. Finivano nelle bottiglie del Brunello, pare.

Per chi fosse a digiuno di regole e disciplinari, il Brunello, forse il più famoso vino italiano nel mondo, si può produrre unicamente utilizzando l’uva comunemente nota come sangiovese, coltivata nel comune di Montalcino, e può essere messo in commercio solo a partire dal quinto anno successivo alla vendemmia – adesso è possibile acquistare l’annata 2003.

Non ci sono scappatioie od opzioni. E se queste semplici regole vengono infrante il prodotto finale non diventerà necessariamente un vino cattivo, anzi. Semplicemente non si tratterà e non si potrà chiamare Brunello di Montalcino. Facile e chiaro, insomma.

Continuando con la breve sintesi si potrebbe saltare ai primi di aprile, quando il settimanale L’Espresso titola in copertina “Benvenuti a Velenitaly”, riportando la notizia che oltre venti cantine sarebbero sotto inchiesta da parte della Guardia di Finanza per le stesse motivazioni. Cantine grandi, nomi importanti. Che, ad uno ad uno, con il passare dei giorni, confermano queste indiscrezioni.

Gli Stati Uniti, che da soli consumano qualcosa come il 25% del Brunello prodotto, a maggio minacciano di bloccare le importazioni, se non sicuri che si tratti unicamente di sangiovese. Si parla di frode, di abuso d’ufficio, di truffa. A Montalcino c’è preoccupazione, all’estero c’è fermento, grandi giornali si occupano della vicenda. Insomma, il nome e la credibilità del più famoso vino italiano è in bilico.

Viene fuori, poi, con il tempo, che in molti aggiungevano un po’ di merlot qui, un po’ di cabernet là. Per ammorbidire, per far piacere di più il Brunello. Soprattutto per venderlo meglio, soprattutto all’estero. Noti giornalisti e tantissimi produttori, che hanno sempre lavorato onestamente, prendono posizione nel difendere la causa del Brunello, unico ed inimitabile nella sua tradizionalità. Altri, sempre noti, enologi e produttori, difendono l’utilizzo di altre uve, in favore di un mercato che cambia e che è sempre più esigente.

E’ notizia di qualche giorno fa che il prossimo 27 ottobre si riunirà l’assemblea del Consorzio del Brunello, dei produttori. Dovranno votare su eventuali modiche al disciplinare di produzione.

Ecco, è tutto qui. Una frode ai consumatori è diventata una reale, anche se fortunatamente poco probabile, possibilità di cambiamento.

Il pensiero, da Perugia e da Brunellopoli, come è stata definita dai giornali la vicenda di Montalcino, corre veloce alle colline di Montefalco. Dove un disciplinare definito da molti poco saggio spesso costringe i produttori di Sagrantino a mettere sul mercato vini difficili, spigolosi, molto tannici – tutte caratteristiche proprie dell’uva a noi cara. Sagrantini troppo giovani, insomma. Che necessiterebbero di più tempo di affinamento in botte e bottiglia per migliorare ed ammorbidire queste spigolature. Piccoli difetti che sarebbero facilmente risolvibili con piccole aggiunte di quelli che vengono appunto definiti vitigni migliorativi. Ma sono sicuro che a Montefalco non potrebbe mai accadere una cosa di questo tipo. L’onestà vince sempre, mi auguro.”