Il mio My Feudo

Petit verdot 65%, Cabernet sauvignon 30%, Merlot 5%

Avevo già scritto di quanto non avrei voluto essere nei panni dell’enologo. Per fortuna, posso dire oggi. Il mio My Feudo, com’era ampiamente prevedibile, è blend da dimenticare.

Mi spiego. Non ero riuscito ad essere presenta alla degustazione ufficiale, quella durante Vinitaly. Eccomi quindi con calma a casa, ieri sera, ad assaggiare alcuni dei blend dei partecipanti al progetto voluto da Francesco Zonin (giocosfidaprogetto, ricordate?).
Li ho aperti alla cieca, senza sapere quale specifico assemblaggio stessi assaggiando. C’erano, oltre al mio ed al blend ufficiale, alcuni campioni rappresentativi per il particolare uvaggio (prevalenza merlot, o cabernet, o petit verdot, appunto). Li ho assaggiati con calma, stupito di quanto fossero così diversi rispetto ai primissimi assemblaggi di pochi mesi fa. Li ho bevuti sorpreso per quanto stiano evolvendo molto rapidamente e per quanto fossero così didascalicamente diversi gli uni dagli altri. Una piccola percentuale in più od in meno variava il risultato più di quanto ci si possa aspettare.

Il mio, dicevo. Dopo aver provato diverse combinazioni avevo deciso per un blend a decisa prevalenza di Petit verdot. Il Merlot praticamente non c’era. Questo il primo errore. Il primo risulta oggi troppo invasivo, quasi fastidioso nel suo essere così esuberante. Certo, il succo c’è, la polpa anche. E’ evidente che le basi sulle quali è stato costruito sono presenti, sono vive e lottano insieme a noi. E’ però assaggio che appare piuttosto squilibrato, in cui la profondità verde e selvatica del petit verdot risulta davvero eccessiva. Mi piace che il merlot e le sue particolari dolcezze non siano in primo piano, manca però di quella spalla più morbida, che ti accarezza il palato, per capirci. E poi è troppo tannico, in particolare sul finire dell’assaggio rimane quella sensazione di incompiuto.

I più buoni? Quelli a prevalenza di Cabernet sauvignon, senza dubbio. Anche il Symposio quindi, blend ufficiale e definitivo, ma di quello scriverò domani.

Lazio IGT – Casale del Giglio, Petit Verdot 2005

Lazio IGT – Casale del Giglio, Petit Verdot 2005Uvaggio: Petit verdot

Due informazioni sulla cantina: “Il Casale del Giglio è lâ’azienda più importante nel comprensorio DOC di Aprilia, sia dal punto di vista qualitativo che per la capacità di sperimentazione ed innovazione. E’ stata fondata nel 1968 dal Berardino Santarelli. Sin dal 1984 ha avviato un progetto di ricerca, denominato Casale del Giglio, per lo sviluppo della viticoltura nell`Agro Pontino, territorio senza storia dal punto di vista vitivinicolo. Il programma di sperimentazioni non è stato limitato soltanto allo studio viticolo, ma ha interessato tutte le varie fasi della lavorazione del vino attraverso opportune microvinificazioni. I modelli viticoli cui si è ispirata la ricerca sono stati principalmente quelli della zona di Bordeaux e della California, regioni esposte all`influenza del mare come l’Agro Pontino.

Geniale l’affermazione di rifarsi alla viticultura californiana.

Bevuto qualche giorno fa in un ristorante che propone cucina romana, qui a Milano. Giulio Pane e ojo. Sempre pieno. Sempre. Semplice ma efficace: piatti abbondanti, prezzi medi – per Milano -, servizio “alla noartri” e via. Se si mangia bene? Ni.

Petit Verdot piacevole, molto concentrato, sia nel colore che in tutte le altre caratteristiche olfatto-gustative. Tanta frutta matura un po’ ovunque. Un po’ di vaniglia quà e là. Ed il gioco è fatto.

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