Il Grechetto di Todi diventa DOC

Ed è notizia che fa certamente piacere. Se poi si aggiunge il fatto che, a pochi chilometri di distanza, le pratiche per trasformare in denominazione di origine anche il Trebbiano Spoletino sono piuttosto avanti allora il dado è tratto. In fondo non è la prima volta che scrivo che esiste una grande anima bianca, in Umbria. Una realtà capace di regalare vini di spessore e bevibilità, capaci di affiancarsi con dignità all’altra grande zona regionale dedicata alla produzione di vini bianchi, l’Orvieto.

Sono reduce dalla conferenza stampa di presentazione – la prima vendemmia di questa nuova denominazione che comprende sia vini bianchi che rossi è quella appena passata, la 2010 – e dal relativo assaggio di alcuni vini. Le impressioni? Positive, certamente. Sempre ottimo il Fiorfiore di Roccafiore. Il 2009 appare particolarmente in forma, con una nota alcolica appena fuori posto ma certamente destinato ad affinarsi con il tempo. Buono, molto, anche il Grechetto di Todi di San Rocco: profumato, con una bella struttura e nervoso al punto giusto. Più delicato quello di Peppucci ma non per questo meno godibile nel suo giocare su toni molto sussurrati e certamente equilibrati. Appena indietro gli altri due, quelli di Todini e della locale cantina cooperativa, Tudernum. La strada però è quella giusta, anno dopo anno sono prodotti che sembrano crescere. Più andando verso una maggiore eleganza che verso muscoli lontani dai vini che da sempre si bevono da quelle parti.

L’unica perplessità riguarda il disciplinare, il Grechetto di Todi infatti (per poter essere segnalato come monovitigno in etichetta) è previsto nella misura dell’ottantacinque percento. I vini che ho nominato però dichiarano tutti di essere interamente figli di questo vitigno. Insomma, che motivo c’era di lasciare spazio a contaminazioni non necessarie? Apparentemente nessuna.

Ancora sul Grechetto di Todi

Ci sarebbe quindi questo mensile distribuito localmente, in Umbria, sul quale il sottoscritto ha il piacere di tenere una rubrica dedicata alle cose buone del territorio. Il mese scorso siamo ritornati, a quasi due anni di distanza, sul Grechetto di Todi. Eccolo.

Certo, a guardare da fuori il mondo del vino dell’Umbria è normale che si veda una realtà piuttosto piccola, almeno se inserita in un contesto nazionale che vede così tante regioni più grandi e più varie. Però, ed è opinione diffusa, negli ultimi tempi la crescita qualitativa è stata inarrestabile.

Il Sagrantino di Montefalco ha attraversato confini sia regionali che nazionali ed è oggi considerato, a ragione, una delle bandiere della produzione italiana di qualità. Il territorio nel corso degli anni ha attratto investimenti ed è cresciuto sia per numero di aziende che per ettari vitati e bottiglie prodotte. Un successo straordinario, senza pari nel nostro paese degli ultimi anni.

Il Torgiano Rosso Riserva è denominazione considerata da molti appassionati come mitica, il cui sangiovese trova in Vigna Monticchio un cru straordinario, capace di sfidare il tempo. L’ampia zona del Lago Trasimeno sembra, rispetto solo a qualche anno fa, in grado di regalare vini di particolare equilibrio.
E poi tante ottime cantine, che non rientrano in denominazioni note, ma che lavorano benissimo e producono vini di grande interesse.

Tutti rossi, però.

Voglio dire, l’Umbria non è certo nota come regione bianchista anche se, va detto, qui si è sempre prodotto e consumato un gran numero di Orvieto e di Grechetto, tra gli altri. Quasi tutti i produttori vinificano almeno un bianco, per la maggior parte bottiglie destinate al nostro consumo che difficilmente trovavano strada in altre regioni.

Però, forse, le cose stanno per cambiare.

Vicino Todi viene coltivata una particolare varietà di Grechetto che riesce a dare vini di particolare carattere ed eleganza. Alcune cantine, nel corso degli ultimi anni, hanno deciso di provare a mettersi in gioco per vedere se fosse possibile riuscire a produrre un grande bianco, in Umbria, oggi. E i risultati, timidamente, cominciano a dare loro ragione.

Il Grechetto di Todi infatti, rispetto ai suoi simili coltivati in tutta la zona dei colli Martani, è vino certamente più profumato e strutturato, dalle architetture più complesse, capace di accompagnare tutto il pasto e certamente regalare soddisfazioni.
In pochissimo tempo sembra avere trovato una sua dimensione e certamente le basi affinchè possa diventare il vino bianco di riferimento della regione ci sono tutte.

Le cantine coinvolte, intelligentemente tutte riunite in un’associazione il cui scopo è la promozione della tipologia, sono realtà che producono Grechetto di sicuro interesse, ognuno con peculiarità e caratteristiche appena differenti, tutti piacevolissimi. C’è Roccafiore, una splendida cantina ma anche residenza con ristorante. C’è Tenuta San Rocco ed il suo agriturismo. Ci sono Tudernum, Peppucci, Franco Todini.

Andare a cercare questi vini, magari direttamente in cantina, tra le altre cose significa anche andare ad approfondire un territorio splendido, forse quello in grado di regalare i panorami più belli della regione, scusate se è poco.

Umbria Rosso IGT – Peppucci, Petroro 4 2007

Sangiovese, Merlot, Cabernet sauvignon | <10 €

E così ti ritrovi ad assaggiare un rosso che non avevi ancora avuto modo, di quelli che vengono fatti proprio qui vicino. La cantina è Peppucci, praticamente a Todi, e più di una volta avevi apprezzato quell’accenno di profondità del loro Grechetto.

Ed è blend puntuale e profondo, in cui il Cabernet esce in tipicità ed intensità ed in cui il Merlot dona quella morbidezza. E tannicità.
Piacevole quindi, eccome, e pensi in particolare all’austerità dell’assaggio, sia in termini di profumi che in generale, anche dopo averne bevuto un bicchiere.
Piuttosto buono quindi, anche se (dopo) ti rimane quell’idea di tipicità mancata, e quel leggero distacco dal territorio. Ma tant’è.

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Il Grechetto (anche di Todi)

A corto di assaggi, vi ripropongo un articolo scritto qualche tempo fa per una piccola rivista locale, rimanendo in tema con la bella bevuta di ieri.

Sono tornato a vivere in Umbria da poco. E tra le tante cose che ho ritrovato con piacere non posso non pensare ai tanti vini che mi hanno accompagnato durante gli anni dell’università e di cui ho definitivamente sentito la mancanza. Ce n’è uno, poi, meno blasonato di tanti altri, più economico, talvolta poco considerato e generalmente molto diffuso, per cui ho proprio un debole. Il Grechetto. Previsto in praticamente tutte le denominazioni di origine a bacca bianca della regione, ha delle caratteristiche di bevibilità straordinarie. Ha aromi floreali e fruttati, anche tropicali, magari di nocciola, di mela e di pera; è sempre secco e fresco, ha una bella acidità e talvolta si presenta con una bella nota amarognola sul finale. Come aperitivo è perfetto, è raramente scontato ed è capace di regalare anche prodotti di buona struttura che lo rendono abbinabile ad innumerevoli piatti.

Generalmente lo preferisco in purezza, così, semplice, senza che abbia fatto passaggi in legno. Magari dai Colli Martani, anche se nel perugino un po’ tutti ne interpretano una propria versione. Penso ad Adanti, ad Antonelli, a Caprai, al biologico Di Filippo, a Scacciadiavoli, e tanti altri.

Generalmente lo preferisco in purezza, dicevo. Ma come non pensare al grande Cervaro della Sala, in cui viene assemblato allo Chardonnay. O ai tanti Orvieto, vini molto spesso belli ed eleganti. O al Torre di Giano di Lungarotti, premiato lo scorso anno dal Gambero Rosso come miglior vino italiano sotto gli otto euro, in cui protagonista è anche il Trebbiano.

Il nome? Niente a che vedere con, ad esempio, il Greco di Tufo o le cosiddette uve di famiglia greca. Sembrerebbe risalga al medioevo, che i grechetti di allora ricordavano aromi propriamente tipici del mediterraneo orientale. Che poi si sia scoperto che geneticamente è molto simile alla Ribolla Riminese ed al Pignoletto dell’Emilia-Romagna è informazione che interessa più agli scienziati, che a noi bevitori.

E poi ci sarebbe il Grechetto di Todi, o Tuderte, una varietà coltivata nell’omonimo comune, che si caratterizza per maggiore struttura e finezza. Progres, associazione nata per difendere, promuovere, diffondere la produzione del tudertino – appunto – ha recentemente organizzato a Roma, all’Hotel Cavalieri Hilton, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Sommelier, una presentazione dei vini dei produttori aderenti: Peppucci, Roccafiore, Tenuta San Rocco, Todini, Tudernum. Ne sentirete parlare, sempre di più.