Un Orvieto migliore è possibile


Ieri alla sempre ottima Osteria del Bosco, locale alle porte di Perugia, ho avuto il piacere di partecipare a una bella serata organizzata da un pugno di produttori dell’orvietano. Una cena, certo, ma anche un’occasione di confronto giunta alla quarta tappa. Grazie infatti alla voglia di stare insieme e la volontà di crescere come gruppo e come “sistema” da alcuni mesi a questa parte alcuni produttori del posto hanno iniziato a riunirsi e ad assaggiare i propri vini, magari affiancandone altri, alcuni vicini, alcuni lontani. Una bellissima idea per una denominazione dalle incredibili potenzialità ma al tempo stesso costantemente in cerca di autori in grado di esaltarne le migliori caratteristiche.

Ieri sera per esempio abbiamo assaggiato quindici vini del 2015, tutti alla cieca. Gli Orvieto, Classico e non, erano undici, quattro gli intrusi provenienti da altre zone della regione. Una degustazione molto informale, eravamo a tavola, ma che si è rivelata tutt’altro che semplice da affrontare. Che non era questione di dire “è più buono” o “è meno buono”, “perché mi piace” o “perché non mi piace”, ma cercare di trovare quelle caratteristiche che potevano più o meno “stonare” nella coralità espressa dai vini in assaggio. Ecco quindi quel Grechetto che da Montefalco poteva presentare un profilo organolettico più largo o quel Trebbiano che da Spoleto poteva essere più aromatico, se mi passate il termine. Vini imbottigliati da poco, quindi freschissimi, che nei migliori casi riuscivano comunque a presentare quelle che mi sembrano essere le migliori caratteristiche dell’Orvieto: dinamicità e allungo, una certa profondità, una sicura complessità in un contesto aggraziato.

Ah, il Trebbiano Spoletino non l’ha riconosciuto nessuno (l’ho detto che non era una passeggiata).

[foto: Luigi Manganelli, anima e motore dell’Osteria del Bosco]

Il Musco di Palazzone


Se fosse uno slogan sarebbe forse qualcosa tipo: un vino nuovo che nasce da un’idea antica. Un Orvieto Classico solo nelle intenzioni, nei fatti non ha alcuna classificazione, che nasce da una vigna come quelle di una volta. Un piccolo e giovane appezzamento dove procanico (trebbiano toscano), verdello e una piccola quota di malvasia trovano dimora tutti assieme. Un bianco che viene vinificato in una piccola grotta scavata in quel tufo tipico della zona, una tomba etrusca, e lavorato come se fosse stato prodotto 50 anni fa: senza nessuna rete di salvataggio, ci sono il vecchio torchio manuale e il tino per la fermentazione, la tradizionale botte di castagno e le tante damigiane in cui il vino riposa fino all’imbottigliamento.

È così che nasce il Musco, bianco presentato oggi in quella stessa grotta che lo vede nascere. Un (non) Orvieto Classico materico e piacevolissimo, luminoso e ben disteso, caratterizzato da una piacevolissima vena aromatica e da un’acidità veemente. Meno di 1500 bottiglie prodotte, un esperimento voluto da quel Giovanni Dubini (in foto) che in fatto di bianchi, insomma, credo non abbia da dimostrare davvero niente a nessuno. Un progetto di grande fascino che si è tradotto in un vino altrettanto intrigante (in attesa del Musco 2014, un fugace assaggio dalla damigiana ha mostrato un altro vino di sicura classe).

Plus: c’è anche un video dedicato al progetto. Qui.

L’Umbria ed il sangiovese, un rapporto complicato

Su Piacere Magazine (anche) questo mese ho scritto di vino. Impossibile non riportare per intero il pezzo (anche) qui.

Non è passato molto tempo da quando mi sono imbattuto in un articolo in cui l’Umbria veniva definita, insieme a Toscana e Romagna, come la “patria del sangiovese”. E sì, anche io ho storto la bocca esattamente come state facendo voi in questo momento. Beh, non che sia sbagliato del tutto, sia chiaro: nel pensare alla nostra regione e le sue varietà a bacca rossa è ovvio che il pensiero corra veloce al sangiovese, appunto, e al sagrantino. Si tratta però di un dato molto più legato alla sua diffusione in termini di ettari vitati che al prestigio che può offrire in termini di etichette.

Tra l’altro non più di un paio d’anni fa -proprio per esplorare questo argomento- avevo organizzato una degustazione (rigorosamente alla cieca, nessuno dei presenti sapeva quale vino corrispondeva a quale bicchiere) dedicata alla questione. Avevo cercato più bottiglie umbre possibili, tutte della vendemmia del 2006, tutte sangiovese in purezza. Al loro fianco in assaggio alcune blasonate bottiglie provenienti dai più importanti territori toscani: il Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano. Il risultato, ampiamente prevedibile, vide un deciso affermarsi di quest’ultimi. Senza se e senza ma, i “nostri” vini uscirono da quella degustazione davvero a pezzi. E guardate, anche senza stare a scomodare un discorso puramente qualitativo quello che allora mi stupì maggiormente fu il numero delle bottiglie che riuscii a recuperare, non più di una mezza dozzina. Esatto, un numero ridottissimo. Sono infatti davvero poche le cantine che in Umbria si cimentano con la vinificazione ed il successivo imbottigliamento del sangiovese in purezza. Per capirci, il Rosso di Montefalco, vino il cui disciplinare prevede una sostanziosa quota di sangiovese, era automaticamente escluso da quella indagine proprio per la presenza di altre varietà (merlot e sagrantino le più diffuse).

Stavo però riflettendo che nel frattempo, dal 2006 ad oggi, sono nate tante nuove realtà e che sarebbe interessante ripensare quell’appuntamento inserendo tutti quei vini che allora non ero riuscito ad acquistare vuoi perchè non esistevano, vuoi perchè erano da tempo esauriti. Qualche nome? Il “Margò Rosso” del vulcanico Carlo Tabarrini, one man show dell’omonima cantina del perugino. Lo “Janus” del bravissimo Marco Merli di Casa del Diavolo. Il “Piantata” di Giovanni Cenci, i più attenti di voi ricorderanno l’articolo a lui dedicato sullo scorso numero di Piacere Magazine, “l’Era” di Lamborghini sul Lago Trasimeno,  il “Piviere” di Palazzone, a Orvieto, e “La Cupa” di Mani di Luna, vicino Torgiano. A questi si affiancherebbero quelli già inseriti nella prima degustazione: il famoso “Rubesco Vigna Monticchio” di Lungarotti (nonostante comprenda una piccola quota di canaiolo), il “Properzio” di Di Filippo, il “Calistri” di Castello di Corbara, il “Rosso Roccafiore” dell’omonima cantina di Todi, “Le Cese” (anche nella versione “Selezione”) di Collecapretta, nello spoletino.

Anzi, se avete suggerimenti non esitate a scrivermi. Mi piacerebbe riuscire a raccontarvi com’è andata.

Ancora sul Campo del Guardiano, il grande Orvieto di Palazzone

L’altra sera avevo rilanciato velocemente su Facebook e su Twitter una battuta a proposito di un vino stupendo, oggi in una forma smagliante: il Campo del Guardiano 2004 di Palazzone. Non pensavo di tornarci, ma poi proprio questa mattina ho letto su Intravino della bella verticale di Cervaro della Sala scritta da Andrea Gori e non ho resistito. Negli ultimi anni ho infatti più volte avuto la fortuna di assaggiare entrambi questi grandi vini in diverse annate e.. beh.. a parità di millesimo l’Orvieto Classico Superiore di Giovanni Dubini ha uno slancio davvero sorprendente.

Prendiamo questo 2004. Un bicchiere spiazzante per integrità, dal colore -ancora vivido- fino ad un profilo giocato su note di frutta mai stanca ed anzi ancora fragrante. Per non parlare di quella mineralità che lo caratterizza, una traccia gessosa di grande luminosità solare, e di quella tensione gustativa davvero difficile da trovare in altri vini bianchi di pari annata. Non è solo un discorso di freschezza e di acidità, non solo almeno. È tutto un equilibrio tra un peso specifico mai invadente e lo slancio dei grandi. Un’unione che porta ad un assaggio croccante, di grandissima longevità. È stato quasi un peccato aprirlo adesso e l’unica consolazione è quella di averne un’altra bottiglia, giù in cantina (l’appuntamento è per il prossimo decennio).

Ma è davvero possibile paragonare questi due vini? Non credo, uno è l’esempio più fulgido di quanto di buono si possa produrre sotto il cappello della denominazione di Orvieto partendo da quelle che sono le uve più tradizionali della zona, trebbiano e grechetto in particolare. L’altro rappresenta una scommessa su un vitigno internazionale, lo chardonnay, nata negli anni ottanta e capace di far parlare di sé come pochi altri vini bianchi italiani. Se però è vero che “la sfida per il bianco più longevo ha pochi concorrenti” è altrettanto vero che uno di questi è proprio accanto a Castello della Sala. A Palazzone, a meno di venti chilometri.

Il Campo del Guardiano, grande vino bianco italiano

Negli ultimi tempi ho scritto più e più volte del trebbiano spoletino, vitigno riscoperto abbastanza recentemente e capace di attirare l’attenzione su quella che un giorno mi ero divertito a definire come “l’Umbria bianca“. Però, c’è un però, non è possibile ignorare e dimenticarsi forse della migliore espressione di questa tipologia, un Orvieto classico di enorme spessore ed eleganza, mi riferisco al Campo del Guardiano di Palazzone.

Orvieto, pare che per il superiore ci sia aria di docg, è denominazione storica, poche altre aree del centro Italia possono vantare una tale tradizione nella vinificazione. Eppure a parlarne ci si rende conto di quanto sia poco conosciuta ed in generale sottostimata, almeno a livello qualitativo. Giovanni Dubini però ha dimostrato con gli anni quanto tutto questo possa essere falso. Il suo Terre Vineate è forse una delle bottiglie con il miglior rapporto tra prezzo e qualità non solo della regione. E poi il Campo del Guardiano, vero e proprio cru. Il più importante e certamente il più rappresentativo dell’intera denominazione.

Le uve sono le tipiche della zona, dal procanico (che poi sarebbe un sinonimo del trebbiano toscano) al grechetto. Dal verdello al druppeggio passando per la malvasia. A berlo subito, oggi è facile trovare il 2008, si riconosce immediatamente la stoffa del grande. E’ raffinato nello svelarsi, teso ed ampio tanto nei profumi quanto in forza espressiva. Si potrebbe dire che la sua sia una struttura molto solare, mai invasiva, mai troppa. A quindici euro, praticamente un miracolo.
Poi, a volerlo aspettare, ecco le sorprese. Il 2004 comincia appena a raccontare quale sia la sua strada. La frutta è più matura senza essere stanca, la mineralità comincia a svelarsi con tutta la sua forza. E che finale. E’ nel 2001, oggi davvero splendido, che tutte queste caratteristiche sembrano però particolarmente compiute. In particolare in bocca tutta la sua vitalità appare intatta, ha anzi guadagnato in morbidezza, quella della seta, senza aver perso quella tensione che lo contraddistingue. E poi il 1998, assaggiato recentemente, dimostrazione non solo della sua straordinaria longevità ma anche di quanto sia capace di assumere toni profondi e maturi pur rimanendo così fedele a se stesso. Poche le note scritte sul taccuino, questo è certamente è il campo delle emozioni.

J’adore.

La lista sociale. Che vini mettere in carta li scegli tu.

C’è una cantina e c’è un ristorante. La prima si chiama Pieve Vecchia, la seconda Locanda del Glicine. Siamo in Maremma, a Campagnatico, non così lontano da Grosseto. L’idea è semplice: vista la necessità di ampliare e rivedere la carta dei vini coinvolgere un po’ di blog e far proporre loro alcune bottiglie rappresentative del territorio da cui scrivono. E farle votare pubblicamente. Tutti i vini con il maggior numero di preferenze andranno dritti in carta. Voglio dire, più democratico di così.

Le mie tre preferenze inizialmente volevano rappresentare quell’Umbria bianca di cui qualche volta ho scritto quà e là. Poi ho pensato che comunque un sagrantino non avrebbe affatto sfigurato ed anzi, avrebbe dato filo da torcere alle altre due proposte, sicuramente più inusuali.

I vini sono:

Sagrantino di Montefalco Antonelli – Un po’ perchè ha classe da vendere, un po’ per la grande tipicità e classica eleganza. E poi è il sagrantino con il miglior rapporto tra spesa e felicità di tutto il comprensorio. Una sicurezza.

Trebbiano spoletino “Adarmando” Tabarrini – Del trebbiano che viene dall’Umbria ormai ne ho scritte di tutti i colori. Questo è un po’ il portabandiera di questo movimento. Di grande espressività.

Orvieto Classico Superiore “Campo del Guardiano” Palazzone – La dimostrazione di quanto di buono può venire dall’ampia zona di Orvieto. Un vino verticale, elegantissimo e capace di sfidare il tempo solo come i più grandi sanno fare.

E’ possibile scegliere il proprio preferito dalla pagine dedicata sul sito della Locanda del Glicine (e poi, sulla colonna di destra, tutti gli altri vini da un po’ tutta Italia. Dalla Valpolicella al Taburno. Votare è stato divertente). Per seguire cosa se ne dice su Twitter l’hashtag è #SociaList.

Umbria IGT Palazzone, Muffa Nobile 1996

Sauvignon

I vini dolci, capitolo complesso. Da una parte una certa abitudine dei consumi in particolare nei ristoranti li porta sempre più ai margini dell’offerta. Dall’altra la loro straordinaria capacità, quando così compiuti, di raccontare il proprio territorio come pochi altri bicchieri sanno fare. Regali preziosi, da cercare.

Orvieto per dire è territorio da sempre vocato alla produzione di muffati particolare pregio. Alla Sauternes, volendo fare un paragone impossibile. Le cantine di riferimento in questo senso sono tre. Castello della Sala, con il suo Muffato. Barberani, con il suo Calcaia. E Palazzone, la dicitura sulla bottiglia riporta Muffa Nobilis.

Un vino che a quindici anni di distanza sa raccontare di una freschezza invidiabile e di una personalità non comune. Un vino splendido, elegantissimo, enorme. Senza esitazioni uno dei migliori vini dolci mai passati da queste parti. Un vino ricco, mai stanco, capace di coniugare aromi di grande avvolgenza (dallo zafferano alla pesca sotto spirito, da una speziatura al tempo stesso gentile e dolce ad una fragranza mai stanca) ed una bocca snella, veloce, pulitissima. Parliamoci chiaro, che qui un bicchiere chiama immediatamente il successivo. In bocca è un susseguirsi di emozioni, continuamente tesi, caratterizzati da una grande spalla fresca. Per non parlare poi del finale, interminabile.

Ci sono dei miracoli quindi, anche in posti ingiustamente trascurati come Orvieto, piccolo comune tra il Lazio, la Toscana e l’Umbria. Quindi scusatemi se sarò forse monotematico, ma questa settimana mi sento di volerla dedicare a loro, ad alcuni dei grandi vini dolci italiani.

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Orvieto Classico Superiore DOC – Palazzone, Terre Vineate 2001

Procanico 50%, Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio, Malvasia 20% | <10 €

Il tempo. Più passa più il vino in cantina evolve, si affina, matura. In generale cambia. E attenzione, come non è detto diventi sicuramente migliore non è altrettanto detto sia necessariamente destinato a peggiorare. Non è la prima volta che scrivo, un po’ sottovoce, quanto queste piccole mutazioni siano tra le cose che trovo più affascinanti in una bottiglia. Per esempio sapere di averne un po’, giù a riposare, mi regala un senso di sicurezza difficile da esprimere con chiarezza. L’essere consapevole che quelle che ieri mi hanno lasciato un ricordo tanto chiaro quanto definito domani si arricchiranno di nuove sfumature. Un racconto sempre diverso, spesso imprevedibile.

Il Terre Vineate è uno dei due Orvieto prodotti da Palazzone, cantina di riferimento per la denominazione. E’ quel vino che spesso viene definito come “base” perchè più economico dell’altro, il Campo del Guardiano, e prodotto in un numero maggiore di bottiglie. Un vino però capace di sfidare il tempo al di là di ogni possibile previsione, ricordo ancora con chiarezza il resoconto di un’incredibile verticale su Porthos 15 dedicata proprio a questa particolare bottiglia, e lo stupore che cresceva leggendo di annate come il ’95, il ’90, l’86, vini “che riescono ancora a far vibrare le corde della sensibilità, che esigono ascolto e ci chiedono una resa incondizionata“.

Il 2001 –questo 2001– è assaggio commovente, capace di regalare una complessità che un amico ha definito come “solare”, mai scontata. Un Orvieto che coniuga ad una profondità minerale una soavità pungente grazie ad un sottofondo che ricorda tanto la luce quanto il colore giallo, agrumato e floreale. In bocca è scattante, lineare, straordinariamente bevibile ed ancora fresco. E’ una continua scoperta ed emozione, penso, mentre ritorna su un finale particolarmente compiuto e definito. A meno di dieci euro. Praticamente un miracolo.

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Vinix Live! a Perugia, sabato 6 marzo

Quando per la prima volta ho pensato alla possibilità di organizzare un Vinix Live! a Perugia avevo davanti a me due possibilità.

Da una parte avrei potuto coinvolgere le aziende del centro Italia più presenti ed attive sul social network Vinix e vivere con loro un momento di incontro con i tanti che, incuriositi, avrebbero potuto finalmente conoscere personalmente quelli che prima erano solamente degli avatar. Ed assaggiare i loro vini, certo. Sarebbe stata una bella festa.

Dall’altra avrei potuto concentrarmi sul locale, cercando di fare una selezione basata sulla qualità, coinvolgendo aziende non necessariamente presenti su Vinix, ed anzi magari piuttosto assenti dalla rete e dai social network in generale. Avrei poi spiegato qui questa scelta scrivendo di come io creda che queste particolari cantine siano specchio di una regione, l’Umbria, capace di regalare vini di assoluta rilevanza. Queste cantine, poi, vedendo l’interesse nato per un (piccolo) evento promosso unicamente online avrebbero potuto avvicinarsi più o meno ad un mondo che conoscono magari poco. O forse no, comunque a loro la palla.
Ho optato per questa seconda possibilità.

ExEliografica è uno spazio lavorativo che condivido con altre realtà nel centro di Perugia. E’ un locale di stampo industriale abbastanza grande che sfruttiamo anche per mostre ed eventi, e che naturalmente ospita le nostre scrivanie ed il nostro lavoro nel normale orario d’ufficio.

Ecco. Pensate a Paolo Bea, a Milziade Antano, ad Antonelli da Montefalco. A Collecapretta dallo spoletino. A Palazzone da Orvieto e Roccafiore da Todi. A Lungarotti da Torgiano ed alla Cantina La Spina dalla zona dei Colli Perugini.
Prendete ExEliografica ed ecco Vinix Live!.

A Perugia, il prossimo sabato 6 marzo, dalle 14.30 alle 19.30. Il programma completo e tutti i dettagli su Vinix.