Fin qui tutto bene

Scusate l’assenza, più lunga del solito. Guardo infatti il calendario e mi accorgo che sono ormai dieci giorni che colpevolmente non riesco a pubblicare nessun nuovo post. Niente di grave, una leggera diminuzione degli argomenti è cosa naturale, aggiungeteci poi un periodo lavorativamente piuttosto intenso ed i giochi sono fatti. Prometto di rimediare quanto prima. Nel frattempo, ormai è quasi aria di weekend (ehm), vi lascio con alcuni post che nei giorni scorsi mi hanno particolarmente colpito e che mi sono tenuto diligentemente da parte.

– Daniele Tincati racconta di una bella giornata trascorsa ad assaggiare prosecco 2013 da vasca. Un appuntamento (hashtag ufficiale: #serbatoy1) pensato, voluto e organizzato da Luca Ferraro di Bele Casel. Su Gli Amici del Bar.

– Maurizio Gily, sul sito di Slow Wine, mette in discussione uno dei pilastri della viticoltura moderna, in particolare degli anni novanta: i vigneti ad alta densità. Qui la prima parte, qui la seconda.

– Lo squilibrio dell’equilibrio. Paolo De Cristofaro su Tipicamente.

– Dietro al vino. Antonio Boco, sempre su Tipicamente.

– Giampiero Pulcini scrive del Barbacarlo. Come nessuno mai prima di lui.

– Fiorenzo Sartore invece riporta l’attenzione su cosa significhi scrivere di vino su uno, o più blog.

– Ah, a proposito di trasparenza, la settimana scorsa è uscito un post particolarmente calzante su Minima&Moralia. Impossibile non citarne uno stralcio – “un valore imprescindibile è quello della trasparenza, trasparenza delle scelte, trasparenza nel codice etico, trasparenza con il lettore. È questo e soltanto questo che crea un rapporto di fiducia” – e linkarlo.

– C’entra meno, ma il nuovo Lambiczoon, a Milano, è pub meravigliosamente accogliente. Plus: ci sono una valanga di Cantillon, anche alla spina. Vale la deviazione, eccome (ne ha scritto Sybelle proprio questa mattina).

Dalla quercia alla barrique

Google ha recentemente annunciato la dismissione del suo famosissimo “Reader” e la notizia mi provoca un certo sgomento. Sono infatti del tutto impreparato, trovare un rimpiazzo degno del suo predecessore non sarà così immediato, anzi. Nel frattempo, ed è forse l’unico aspetto positivo, mi sono messo a fare un po’ di pulizia tra quei contenuti che avevo contrassegnato con la classica stellina di Mountain View ed è saltato fuori questo video dell’anno scorso. Dalla quercia alla barrique, una produzione targata Millevigne e Maurizio Gily. Vedi a sistemare quegli scatoloni, laggiù nell’angolo?

La guida ai vitigni d’Italia di Slow Food

Spesso ci si imbatte con colpevole ritardo in qualcosa di fondamentale. “Ad averlo preso prima“, viene da dire. Avrei per dire evitato di sostenere per troppo tempo che il Trebbiano d’Abruzzo è sinonimo del Bombino. Quando invece, cito testualmente, “le difficoltà che si incontravano nel distinguerlo nettamente dal Trebbiano toscano e dal Bombino bianco hanno portato all’iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà della Vite solo nel 1994“. O scoprire che il Grechetto di Todi è gemello del Pignoletto. Il Blanc de Morgex del Prié Blanc e, ma questa è più facile, che Cannonau, Grenache, Alicante, Roussillon, Gamay del Trasimeno e Tai Rosso sono tante facce della stessa medaglia.

Il volume curato da Fabio Giavedoni e Maurizio Gily è uno di quelli fondamentali. Seicento vitigni, di cui oltre a oltre la metà è dedicata una scheda mai avida di dettagli, dalla storia alla diffusione, dalla pianta al vino. E poi tutti i sinonimi, un’ampio glossario, le biografie dei più importanti ampelografi della storia.

In due parole, da avere.

Slow Food Editore, 14 euro.

La scoperta del Grignolino

L’avevo scritto venerdì: #grignolino1 si inserisce in quel contesto di degustazioni seriali nate in rete, in particolare su Twitter, che hanno avuto la capacità di riunire decine di persone in diverse occasioni per parlare e confrontarsi su vini particolarmente legati ad un determinato territorio. Lambrusco, Barbera, Aglianico del Vulture, Dolcetto di Dogliani, Prosecco Colfòndo, Trebbiano. E probabilmente è lista destinata ad allungarsi.

Il grignolino è il più rosso dei vini bianchi ed il più bianco dei vini rossi” pare abbia scritto Veronelli. “Probabilmente una cazzata“, così esordisce Maurizio Gily, direttore di Mille Vigne, nel raccontare la storia di un vitigno che attraversa quella del Piemonte e che oggi vede il numero dei propri ettari vitati drammaticamente diminuito. Eppure c’è orgoglio nel coltivarlo, lo vedi negli occhi dei produttori presenti. E’ impossibile imporre un ragionamento utilitaristico, almeno in questo caso, per questo vitigno. E non è solo un discorso di tradizione: c’è una forte componente emozionale nelle loro parole.

Perchè lo devi amare: acino piccolo, poco succo, tanti vinaccioli, rese basse, delicato. Qualsiasi approccio di tipo industriale porterebbe altrove, che qui si parla di terreni impervi, meglio sicurezze. Meglio morbidezze. E infatti nel bicchiere è un vino tannico, con un nerbo acido tutt’altro che delicato. Difficile da una parte, adorabile dall’altra. I profumi prima di tutto, così profondi e sempre delicati di toni floreali, di piccoli frutti rossi appena colti, di speziature molto fini. In bocca poi ha una forza travolgente, è netto, dritto, verticale. Difficile? No, basta saperlo ascoltare per qualche minuto. A tavola, come tutti i grandi.

In degustazione dieci grignolino. Non per giudicare ma per capire. Da Portacomaro ad altre zone del Monferrato sia in provincia di Asti che di Alessandria e Cuneo. Da Dogliani a Barbaresco. Diversi territori, diverse espressioni, consapevoli che “il grignolino ha una personalitá talmente spiccata che qualunque cosa si aggiunga si puó solo peggiorare“, parola di Mauro Spertino.

Anarchico ed individualista“, diceva Veronelli. “Vino scandalo, vino dispari, vino difficile e poco redditizio ma profondamente amato. No pain, no gain“, conclude Maurizio Gily.

(continua)