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Questo blog saluta con una certa curiosità l’apertura di uno spazio dedicato al vino sul sito del settimanale Panorama, tenuto tra l’altro dal famosissimo sommeliere Luca Gardini. Questo blog, tuttavia, guarda con un certo sospetto la dicitura ben in evidenza sotto al primo post, quello dedicato al lambrusco: “comments are closed”.

I tre giorni del condor (o della Via Emilia)

Partire all’alba di un venerdì d’estate per la provincia di Pavia. Fatto.
Ascoltare i silenzi di Lino Maga mentre ripercorre la storia del suo vino. Fatto.
Sedere allo stesso tavolo dove amavano banchettare Veronelli e Brera. Fatto.
Bere un Barbacarlo di trent’anni e capire tutta la grandezza di un piccolo vino. Fatto.
Affezionarsi al caos creativo di Vittorio Graziano. Fatto.
Cantare Vasco passando in macchina da Zocca. Fatto.
Addormentarsi nel silenzio più assoluto e svegliarsi al canto del gallo. Fatto.
Bere latte appena munto. Fatto.
Amare Camillo Donati per la più bella delle ospitalità. Fatto.
Scoprire che a Langhirano viene bene anche il cabernet franc. Fatto.
Bere lambrusco sotto ad un cielo fatto di milioni di stelle. Fatto.
Riempire la macchina di vino al limite delle sue possibilità. Fatto.
Amare una realtà fatta di vignaioli (ma sopratutto di persone) che resistono. Fatto.
Trascorrere tre giorni indimenticabili con alcuni dei miei più cari amici. Fatto, fatto, fatto.

Lambrusco Mantovano DOC Corte Pagliare Verdieri 2009

Lambrusco Viadanese – Sabbionetano | 5 €

Un piccolo miracolo, direttamente dalla pianura (quella vera) tra Mantova e Parma. Un lambrusco di grande beva e al tempo stesso di bella profondità. Il meglio al naso: da una parte una sorta di fragrante freschezza, quella data da quei sentori che riportano ad una certa florealità, ad un frutto rosso e fresco. Dall’altra un’intensità più viscerale, che riporta a profumi apparentemente più difficili. Un tutt’uno particolarmente intrigante.
In bocca il bicchiere richiama immediatamente il successivo, c’è un momento conduttore che attraversa tutto l’assaggio appena amarognolo, anche sul finale.

Gustoso e buono, con un prezzo che commuove.

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VSQ – Ermete Medici, Unique Rosé Brut 2008

Lambrusco Marani | Sboccatura: 2010 | 10 €

Eh, bel colore. Quel rosato appena un po’ stanco, lontanamente antico, di quelli che ammaliano. E poi bollicine, tante e vigorose. Il naso affascina, che forse all’inizio appare monocorde, ma in realtà dietro sa essere al tempo stesso sfaccettato e sottile. Gentile, profumato. In bocca c’è equilibrio, si avverte subito la realizzazione di un’idea. E poi non è fragile, anzi. C’è una vena di freschezza che porta subito al bicchiere successivo. Una punta di sapidità che sul finale si trasforma in una sensazione più calda, ad avvolgere il palato. Insomma, buono.

Ecco, questo tutto quello che ho pensato di quello che avevo nel bicchiere. E, davvero, non riuscivo a carpire quale potesse esserne la provenienza che, come ultimamente capita spesso con alcuni amici, la bottiglia era coperta. Champagne? No. Franciacorta? Uhm. Oltrepò? Forse.
Reggio Emilia. Lambrusco. Ermete Medici & Figli. Poi uno dice i pregiudizi.

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Pourparler (di Lambrusco)

Una delle cose più belle dopo una piacevole cena, forse, è quella di ripensare ai tanti spunti che possono essere nati e condividerli, via email.

Assaggiarli insieme è stato interessante ed utile.
Cinquecampi 2007: in assoluto il mio preferito. Animale vero, pieno, con note di grande finezza tutte da scoprire a bicchiere vuoto.
Cà de Noci 2007: molto più sottile in bocca, più astringente, con la carbonica poco da Ferrarelle, un pò troppo da Levissima. Più ci penso più non so. Comunque sapeva di sudore e di aglio checchè ne diciate vo’ altri 🙂
Camillo Donati 2008: perfetto. Ortodosso (se lo sentisse, come dicevi tu, sverrebbe) senza essere omologato. Il vero lambrusco del contadino, ma di quello buono buono. E’ quello che mi riconduce di più al perchè mi piace il Lambrusco.
Le Barbaterre 2008: preferisco il Rosso di Rosso (o come si chiama adesso). Questo in batteria aveva della amarezze rabarbariche dovute forse al fatto che lo abbiamo servito più freddo di tutti. Nel complesso sfragoleggia un pò ed è di una sottigliezza eccessiva, che emerge quando la confronti con gli altri campioni. Buono, ma da quel colore mi aspettavo un corpo diverso.
Vittorio Graziano, il grande assente. A mio avviso, il 2009 è inferiore al 2007 di Cinque Campi. Ma se crescerà e diventerà come il 2004 assaggiato recentemente troveremo l’animalità di Cinquecampi contenuta in un gabbia di profonda perfezione.

Infatti, guarda, forse l’assaggio che mi è piaciuto meno, ed è tutto dire visto che erano tutti più che eccellenti, è stato proprio Ca’ de Noci 2007, su cui invero riponevo molte aspettative. Appena più stanco, senza quello straordinario guizzo che avevo invece ritrovato nel 2006.
Camillo Donati è un grande. Il 2008 è un Lambrusco paradigmatico, virtualmente perfetto, forse senza quell’apparente difetto o magari asperità che ci fa drizzare le orecchie e che spesso ci conquista. Ma. Che. Stile.
Cinque Campi 2007 è stata una sorpresa anche per me. Mi ha stupito la perfetta coniugazione tra profondità (quasi animale) e freschezza. E poi che beva. Buonissimo, sicuramente il più emozionante della serata.
Le Barbaterre 2007 è un punto interrogativo. Perchè è sicuramente piacevolissimo, ma forse mancava quella compiutezza che ho trovato negli altri. E poi, come giustamente osservi, c’era una fragranza di frutto che non mi sarei aspettato. Millesimo da aspettare, può decisamente crescere.

O forse no, però a noi piace così: il vino come leitmotiv delle nostre stagioni. E lasciateci lì, felici.

Lambrusco Reggiano DOC – Le Barbaterre 2008

Lambrusco Grasparossa | <10 €

Le Barbaterre, Vini come Bio comanda, si legge in grassetto sia sul sito che sulla brochure cartacea. Così, giusto per chiarire, da subito, come stanno le cose. Ed i vini di Quattro Castella, la provincia è quella di Reggio Emilia, non tradiscono le attese, mai. Anzi, spesso riescono ad accompagnarti lungo un percorso inaspettato ed affascinante, pur rimanendo fedelmente ancorati alla terra da cui provengono.

Il Lambrusco, assaggio in divenire, ti ricorda subito che il mondo è quelle delle rifermentazioni in bottiglia, difficili ed affascinanti. Scuro, scurissimo, regala un naso concentrato ed a suo modo introverso. Rabarbaro, anche. In bocca ti aspetteresti un sorso dirompente per forza e struttura. Ed invece, invece c’è scorrevolezza e pulizia. Ritorna un po’ sul frutto, in particolare verso sensazioni più gentili, come se l’uva volesse dire la sua, alla fine.
Assaggio in divenire, dicevo. Sicuramente crescerà.

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Emilia IGT – Ceci, Otello Nero di Lambrusco

Lambrusco Maestri | 10-15 €

C’è un’anima secca, nell’Otello nero. E’ quella della nota vegetale, più dura, quasi pungente. E’ la stessa che in bocca si trasforma in un’idea asciutta, agrappante.

E c’è un anima più dolce, forse più scura. E’ quella della schiuma, violacea e compatta, che al naso esprime quel sentore fruttato e che in bocca si trasforma in un’idea quasi abboccata. Che rimane, sul finale.

Due anime che faticano a trovare un punto d’incontro.

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#Lambroosky4

Ci tenevo a scrivere questo post oggi, subito dopo (o quasi) la degustazione cui avevo dedicato quello precedente, che ancora le parole ed i pensieri sono chiari e definiti. Per dire:

a) al di là delle opinioni personali sulle singole bottiglie, e mi riferisco proprio alla degustazione in sé, è innegabile che quello che è successo oggi, vicino Castelvetro, Modena, avesse il sapore dell’evento. Che io sappia non si ha memoria di un produttore che, incuriosito dal rumore generato in rete da un gruppo di appassionati intorno ad una specifica tipologia di vino, decida di intervenire in prima persona per raccontare la sua visione e parlarne, insieme.
Anselmo Chiarli merita un applauso, di quelli lunghi, per la lungimiranza ed il coraggio. Chapeau.

b) ma c’è di più. Presenti intorno al grande tavolo su cui si alternavano i bicchieri anche Alberto Medici e Sandro Cavicchioli (cui si è aggiunto successivamente Pietro Pezzuoli). Insomma, decine di milioni di bottiglie prodotte ogni anno ed un manipolo di blogger. Non posso nascondere di esserne stato intimorito.
Avevo torto, però. Si è assaggiato molto e chiaccherato altrettanto, approfondendo varie tematiche relative al Lambrusco, sia produttive che commerciali. Tutti i produttori presenti si sono dimostrati estremamente disponibili e generalmente aperti al confronto. Non è da poco (in particolare durante un assaggio alla cieca).

c) la degustazione, a differenza della voluta confusione stilistica dei precedenti appuntamenti, si è svolta in varie fasi. Inizialmente abbiamo assaggiato tre Lambrusco Sorbara, poi due Lambruschi rifermentati in bottiglia, tre Lambrusco Grasparossa, tre Lambrusco Salamino ed infine un blend di diverse varietà.
Ancora una volta è evidente quanto sia importante seguire la strada della differenziazione, che si tratta di vini completamente diversi gli uni dagli altri. Questo va spiegato con forza, non c’è via di uscita.

d) per quel che vale, le mie personali preferenze sono andate ad uno dei due Lambruschi rifermentati in bottiglia (l’ancestrale di Paltrinieri) ed uno dei tre Grasparossa (il vigneto Enrico Cialdini di Chiarli). Perchè ho trovato vini oltre che stilisticamente belli anche affascinanti, capaci di regalare quell’accenno di profondità. Bevute intriganti ed avvolgenti.

e) “il Lambrusco è capace di aprire i mercati, in particolare in quei paesi non abituati al consumo di vino. La sua beva, il basso grado alcolico, il suo essere facilmente comprensibile lo rendono perfetto come vino entry-level“. Questa frase di uno dei produttori mi ha fatto riflettere e, forse, spiega molte delle opinioni che mi sono formato in questi mesi di assaggi. Non è un segreto che sia rimasto affascinato da alcuni Lambruschi rifermentati in bottiglia, su queste pagine ne sono passati diversi, il più rappresentativo è forse quello di Camillo Donati. Vini oggettivamente più difficili, fatti di profondità, che vanno aspettati e capiti. Ecco, io forse ho fatto il percorso inverso, e sono arrivato al Lambrusco dopo, in cerca di territori inesplorati. E allora ecco perchè, il forse è ancora d’obbligo, tendo a rimanere piuttosto freddo nei confronti di Lambruschi troppo lineari, magari caratterizzati da una beva straordinariamente facile ma che faticano ad andare oltre.

f) è innegabile che gli spunti di riflessione siano innumerevoli, ed io ne sto sicuramente dimenticando molti. La tipologia però merita tanti altri incontri e discussioni, è troppo vasta ed affascinante per essere racchusa in poche righe.

Le bottiglie assaggiate oggi. Foto di Massimo D’Alma.

Lambruschi, un’altra degustazione

Negli ultimi mesi mi sono ritrovato più di una volta (tre) a degustare in luoghi diversi, alla cieca, lambruschi di diversa estrazione e provenienza. Si trattava di momenti che univano convivialità da una parte e curiosità dall’altra. Appuntamenti nati e successivamente sviluppatisi in rete su un particolare social network, Twitter.

Dopo le prime due degustazioni avevo cercato di riassumere di cosa si trattasse in un post dal titolo “la Nouvelle Vague dei Lambruschi“. Scrivevo di tecnologie, di amicizie e di fermentazioni in bottiglia.

Tra un poche ore, ed ecco il motivo di questo particolare post, parteciperò al quarto appuntamento sul tema. La differenza, questa volta, è che lo spunto per un incontro non è nato online ma è venuto da un’azienda produttrice. Una di quelle grandi, molto grandi, Chiarli. Incuriosita dal nostro rumore ha deciso di invitarci (da loro, in cantina) e proporci una degustazione, sempre bendata, in cui inserire alcuni lambruschi scelti insieme.

L’incontro è di enorme interesse. Per la prima volta una grande realtà apre le proprie porte a chi dello scrivere di vino non ne fa una professione, ma ad appassionati che condividono le proprie esperienze sulla rete.
Poi, forse ancora più clamoroso, accetta di mettersi in gioco, inserendo uno dei propri vini in una batteria alla cieca, ed ascoltare opinioni e commenti.

Inizieremo dopo le undici. Sarà possibile seguirci su Twitter (l’hashtag è #lambroosky4) o su Intravino, sul post che troverete in home page dedicato alla degustazione.

Rock’n’roll.

Update: Questo il post live su Intravino

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC – Tenuta Pederzana 2009

Lambrusco Grasparosso | <10 €

Il Grasparossa di Pederzana ha quel qualcosa che affascina, almeno un po’. Sarà forse quel carattere, un po’ nobile, o forse semplicemente quel suo essere diretto, pulito, certamente elegante.

Il rubino è scuro, dalla spuma ricca e più chiara. Il naso ricorda piccoli frutti rossi, con una profondità che va cercata e che ricorda un terziario fatto di spezie scure.
In bocca il semisecco è protagonista nel continuo dell’assaggio, e quella leggera profondità del naso ritorna abbastanza definita, prima di una conclusione certamente pulita, appena rapida, di sicura piacevolezza.

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