L’Umbria ed il sangiovese, un rapporto complicato

Su Piacere Magazine (anche) questo mese ho scritto di vino. Impossibile non riportare per intero il pezzo (anche) qui.

Non è passato molto tempo da quando mi sono imbattuto in un articolo in cui l’Umbria veniva definita, insieme a Toscana e Romagna, come la “patria del sangiovese”. E sì, anche io ho storto la bocca esattamente come state facendo voi in questo momento. Beh, non che sia sbagliato del tutto, sia chiaro: nel pensare alla nostra regione e le sue varietà a bacca rossa è ovvio che il pensiero corra veloce al sangiovese, appunto, e al sagrantino. Si tratta però di un dato molto più legato alla sua diffusione in termini di ettari vitati che al prestigio che può offrire in termini di etichette.

Tra l’altro non più di un paio d’anni fa -proprio per esplorare questo argomento- avevo organizzato una degustazione (rigorosamente alla cieca, nessuno dei presenti sapeva quale vino corrispondeva a quale bicchiere) dedicata alla questione. Avevo cercato più bottiglie umbre possibili, tutte della vendemmia del 2006, tutte sangiovese in purezza. Al loro fianco in assaggio alcune blasonate bottiglie provenienti dai più importanti territori toscani: il Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano. Il risultato, ampiamente prevedibile, vide un deciso affermarsi di quest’ultimi. Senza se e senza ma, i “nostri” vini uscirono da quella degustazione davvero a pezzi. E guardate, anche senza stare a scomodare un discorso puramente qualitativo quello che allora mi stupì maggiormente fu il numero delle bottiglie che riuscii a recuperare, non più di una mezza dozzina. Esatto, un numero ridottissimo. Sono infatti davvero poche le cantine che in Umbria si cimentano con la vinificazione ed il successivo imbottigliamento del sangiovese in purezza. Per capirci, il Rosso di Montefalco, vino il cui disciplinare prevede una sostanziosa quota di sangiovese, era automaticamente escluso da quella indagine proprio per la presenza di altre varietà (merlot e sagrantino le più diffuse).

Stavo però riflettendo che nel frattempo, dal 2006 ad oggi, sono nate tante nuove realtà e che sarebbe interessante ripensare quell’appuntamento inserendo tutti quei vini che allora non ero riuscito ad acquistare vuoi perchè non esistevano, vuoi perchè erano da tempo esauriti. Qualche nome? Il “Margò Rosso” del vulcanico Carlo Tabarrini, one man show dell’omonima cantina del perugino. Lo “Janus” del bravissimo Marco Merli di Casa del Diavolo. Il “Piantata” di Giovanni Cenci, i più attenti di voi ricorderanno l’articolo a lui dedicato sullo scorso numero di Piacere Magazine, “l’Era” di Lamborghini sul Lago Trasimeno,  il “Piviere” di Palazzone, a Orvieto, e “La Cupa” di Mani di Luna, vicino Torgiano. A questi si affiancherebbero quelli già inseriti nella prima degustazione: il famoso “Rubesco Vigna Monticchio” di Lungarotti (nonostante comprenda una piccola quota di canaiolo), il “Properzio” di Di Filippo, il “Calistri” di Castello di Corbara, il “Rosso Roccafiore” dell’omonima cantina di Todi, “Le Cese” (anche nella versione “Selezione”) di Collecapretta, nello spoletino.

Anzi, se avete suggerimenti non esitate a scrivermi. Mi piacerebbe riuscire a raccontarvi com’è andata.

Umbria IGT – Lamborghini, Torami 2003

ToramiUvaggio: Montepulciano

Destino crudele per questo Torami. Perchè se è nato come Montepulciano in purezza per vedere la luce nel 2003 solamente un anno dopo nella bottiglia troviamo sangiovese, cabernet sauvignon ed un piccolo, quasi miserabile dieci per cento di montepulciano. Ora. Si può cambiare idea così velocemente? Evidentemente si. Ed è un peccato (lo scrivo senza avere ancora avuto modo di assaggiare il più recente) perchè era un buon montepulciano. Definibile probabilmente come la bottiglia meno cotarelliana di Lamborghini. Dal bel colore e da un naso di carattere. Speziato, si. Ma non troppo legnoso. Fruttato e pieno. Con una bella corrispondenza in bocca. Morbido ma non corrotto. Lungo e non invadente.

Ah. Un pensiero veloce. Ma tutto il montepulciano che veniva usato prima (tremila bottiglie dichiarate) adesso che fine farà? Non è che darà un tocco di colore agli altri? No. Lo direbbero. Vero?

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30/05/2009: Assaggiato ad un anno di distanza appare decisamente convincente. Impenetrabile, pieno, di grande impatto. Il tannino non è ancora pienamente domo, anche se caldo, e generalemente di bell’equilibrio.

Umbria IGT – Lamborghini, Trescone 2004

Umbria IGT – Lamborghini, Trescone 2004Uvaggio: Sangiovese, Ciliegiolo, Merlot

Grande il Trescone! Lo bevevo quando ero all’università, perchè costava poco e piaceva a tutti. Direi che non è cambiato di molto. Dovreste riuscire a portarlo a casa con circa sette euro e mezzo e, essendo una versione piaciona di sangiovese, dovrebbe ancora piacere a tutti. I sentori sono quelli dell’amarena che si fa raggiungere da un qualcosa di speziato e di legnoso. Naso semplice, certo, ma ottimo. In bocca è robusto e morbido. Il tannino non disturba ma accarezza il palato. Le sensazioni sono molto simili al naso. La persistenza è giusta. Il Trescone è una bottiglia giusta.

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Umbria IGT – Lamborghini, Campoleone 2003

CampoleoneLamborghiniUvaggio: Sangiovese, Merlot

Quello che credo essere comunque un vino da conoscere, considerando l’ampia zona del lago Trasimeno. Certo, si potrebbe stare a disquisire sulla tipicità. O su quel cinquanta percento di merlot presente. O sul fatto che molti dei vini di Cotarella hanno evidenti denominatori comuni. Di colore rosso rubino scuro, ma vivace. Un naso di intensità e complessità notevoli: fruttato, floreale, leggermente speziato. Prugna, amarena, vaniglia, viola, ribes, cannella… In bocca i tannini sono eleganti, è equilibrato e di ottimo corpo. E’ piuttosto persistente e, soprattutto, pur essendo pronto, ha un futuro che porterà sicuramente miglioramenti. Mi piace molto.

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