Understanding the 2010 vintage in Italy, ciao da Alquimie

Era l’autunno del 2013 quando per la prima volta ho sentito parlare di Alquimie. Se non ricordo male avevo intercettato qualcosa su Twitter e subito la mia curiosità era schizzata alle stelle. In quel periodo infatti il mio radar era particolarmente ricettivo nei confronti di qualunque nuova iniziativa editoriale avesse a che fare con la carta. Figuratevi con il vino.

Il primo numero è uscito all’inizio del 2014 e quella copia l’ho acquistata senza pensarci troppo. A quasi 2 anni di distanza il format è lo stesso, quella che è cambiata è la periodicità (da 4 a 2 numeri l’anno): un magazine il cui ambizioso sottotitolo recita “periodic research & analysis of wine & beverage culture”. Uno di quelli che hanno iniziato ad andare di moda in particolare negli ultimi anni, curatissimo tanto nella confezione quanto nei contenuti, bellissimo da leggere e da sfogliare.

Insomma, tutto per questo per sottolineare quanto mi piaccia tutto il progetto Alquimie e quanto sia contento che sul numero in uscita, il sesto, ci sia un mio contributo. Un pezzo dedicato a quello che a me piace definire come il “nuovo vino italiano” osservato attraverso la vendemmia del 2010 e nato poco meno di un anno fa dopo aver conosciuto Josh, l’editore, in un locale di Melbourne (grazie al fondamentale apporto di un caro amico, quel James cui avevo dedicato una lunga intervista su Intravino).

È possibile ordinarne una copia qui, con le spese di spedizione dovrebbe venire via a 25 dollari australiani (poco meno di 17 euro al cambio attuale).

Giorno quindici: Marsala

È un bel dopo cena e ho appena salutato James, un ragazzo australiano che dopo aver finito gli studi ha deciso di fare un viaggio e di girare il mondo del vino con l’obiettivo di lavorare in questo campo. Sul blog racconta questo percorso e forse si tratta di qualcosa lontanamente simile a quello che sto facendo io. Unica differenza, il tempo a disposizione: il suo è viaggio di sedici (!) mesi. Dopo la California, il Cile, l’Argentina è adesso in Italia e in Sicilia prima di andare in Francia, Spagna, eccetera, eccetera, eccetera. Se in questi giorni vi capitasse di avvistarlo nella Cinquecento bianca che ha noleggiato fategli un cenno, io (virtualmente) lo seguirò con piacere.

Nel frattempo ho guardato il sole tramontare alla fine dell’Italia e mi sono gustato un paio di bicchieri di Catarratto 2008 di Nino Barraco. Il primo è un momento simbolico, da questo momento è iniziata quella famosa inversione ad U che piano piano mi riporterà a casa, il secondo è una splendida sicurezza, tutto giocato su una lieve nota ossidativa, una fantastica spalla acida ed un turbinio di frutti maturi, miele, richiami floreali ed una struggente e lunghissima sapidità. Nino poi è una persona fantastica, girare per vigneti con lui non è solo estremamente istruttivo ma anche entusiasmante: la sua è energia contagiosa. Non metto qui la fotografia di uno dei suoi appezzamenti, quello più vicino al mare. Se mai vi capitasse di arrivarci con lui capirete perchè, non voglio essere io a rovinarvi la sorpresa.

Oh, poi questa è Marsala. Non era neanche lontanamente immaginabile non approfondire almeno un po’ il Marsala. La cantina fondata da Marco De Bartoli è un riferimento assoluto e la dimostrazione che si tratta di vino capace di sfuggire ad alcune delle logiche industriali dei grandi produttori. Il “Vecchio Samperi Riserva Ventennale” per esempio è un Marsala vecchio stampo, uno di quelli capaci di raggiungere una gradazione di oltre diciotto gradi naturalmente, senza bisogno di essere fortificato. Un monumento a quel Marsala che aveva affascinato John Woodhouse ma che, inevitabilmente, rimane fuori dal disciplinare di produzione. È un assaggio caleidoscopico, fatto di pesca, di miele, di mallo di noce, di vaniglia, di rovere e che poi in bocca è secco come una fucilata, in cui la componente alcolica è perfettamente integrata e che ti fa venire una voglia matta di tornare sul bicchiere. Un (non) Marsala indimenticabile.