Non mi ci riconosco più

L’elemento di fondo è l’evoluzione del gusto. Nella scala valoriale dei gusti che hanno contraddistinto la valutazione delle nostre guide per una decina d’anni io non mi ci riconosco più. Cosa significa: che è evoluto anche il mio gusto, e questo è nella natura delle cose.

Carlo Petrini, (curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso dalla prima edizione, nel 1987, fino ai primi anni zero) nel bel documentario Barolo Boys, autunno 2014.

Parco buoi

Molto dipende dai vari “tour” che le case editrici delle guide organizzano. Gambero Rosso e Slow Food in prima linea. Più sono i vini e le aziende premiate, maggiore sarà il “parco buoi” dal quale attingere per chiedere la partecipazione a quegli eventi. Ma questo inverte il ruolo delle cose. Non si fa più il roadshow in funzione della guida e della sua diffusione anche su mercati esteri, si fa la guida in funzione dei vari roadshow, che sono l’obiettivo vero per la remunerazione che la loro organizzazione consente.

Daniele Cernilli (curatore della guida “Vini d’Italia” del Gambero Rosso dalla prima edizione, nel 1987,  fino a quella del 2011), 18 novembre 2013.

Il più classico dei post senza titolo

È davvero curioso che gli ultimi due post che ho firmato di là, su Intravino, riguardino un tema che in fondo mi appassiona così poco: quello delle guide e dei conflitti di interesse che a volte si portano dietro. Ma che ci volete fare, sono post che si buttano giù praticamente da soli (qui quello su I vini di Veronelli, qui quello su Slow Wine). La verità è che vorrei scrivere molto di più di vino bevuto, nelle ultime settimane ci sono stati diversi spunti, ma sono letteralmente sommerso di lavoro. Presto aggiornamenti (spero).

La foto qui sopra (clicca per ingrandire) è una delle tante infografiche disegnate dai quei fenomeni dietro a Wine Folly, gente capace a spiegare cose a volte molto difficili in pochi semplici passaggi.

Biodinamica, l’ultimo grido in fatto di preferenze degli appassionati più snob e selettivi

Curioso che immediatamente dopo aver rimesso sullo scaffale la guida ai vini d’Italia de L’Espresso mi sia imbattuto in questo testo. Ero alla solita Feltrinelli, ammazzavo il tempo aspettando di andare a prendere un aperitivo ed avevo appena riletto l’introduzione dei due curatori, Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili. Mi è venuta voglia di riportarla qui per intero, credo sia testo molto bello ed in cui mi riconosco particolarmente. Così convinto, anche io, che nell’approccio ad un vino non esistano posizioni aprioristicamente esatte e che solo la degustazione, rigorosamente alla cieca, possa confermare o confutare eventuali idee su un determinato vino.

Forse mai come oggi il mondo del vino è stato diviso in due parti contrapposte: da un lato un numero crescente di produttori, piccoli e piccolissimi, che hanno deciso di abbandonare o ridurre fortemente le tecniche agronomiche e soprattutto enologiche più interventiste; dall’altro aziende grandi e grandissime che – forti di quote di mercato consistenti – resistono e utilizzano senza complessi tutta l’infinita varietà di strumenti che la tecnologia moderna mette a disposizione del cantiniere.

Certo, le due fazioni si fronteggiano da anni, non è una novità. È invece una novità la durezza, ideologica e pratica, dello scontro in atto. La tanto nominata crisi ha esacerbato il confronto. Un sereno dialogo democratico è una chimera, in un contesto dove parlano, anzi urlano, gli estremismi: chi vuole produrre in maniera non invasiva, senza sostanze di sintesi, si sente (ed è percepito da molti bevitori) come una sorta di Davide che lotta contro un Golia avvelenatore, avido di denaro, senza scrupoli. Chi vuole produrre tenendosi le mani libere di usare ogni strumento tecnico, si sente (ed è percepito da molti bevitori) un baluardo di razionalità e di modernità assalito da orde di talebani oscurantisti che vogliono tornare al medioevo enologico.

Come ogni anno in questa introduzione al lavoro della Guida ripetiamo, monotonamente e insistentemente, il nostro ritornello: per noi è saggio e opportuno valutare caso per caso. Una verità elementare è sotto gli occhi di tutti: il vino in natura non si fa da solo. È l’uomo che fa il vino. Una manipolazione c’è sempre, per definizione. Si tratta di valutare fino a quale grado una manipolazione rimane nei confini del buono, del giusto e dell’autentico. Nell’ambito pratico di una guida dei vini la valutazione è senza dubbio legata alla conoscenza dei luoghi e delle persone, ma poi, su un piano decisivo, è eminentemente sensoriale. Un vino nato su una terra intatta, da viti centenarie di una varietà locale, vinificato senza solfiti, imbottigliato senza aggiunte di sostanze chimiche di sorta, può benissimo essere un vino scadente, per quanto autentico. Un vino prodotto da uve cabernet con tecniche moderne, lieviti selezionati, affinato in barrique, può essere benissimo un vino di grande naturalezza espressiva.

Attenzione però. Questo non significa tirarsi fuori della contesa lavandosene pilatescamente le mani. Il punto centrale è questo: tra il rispettare senza pregiudizi ogni singolo vino e il non prendere partito c’è un differenza sottile ma decisiva. Noi in partenza rispettiamo tutti i vini e tutti i produttori. Lo impone l’esigenza di equidistanza peculiare di uno strumento interpretativamente complesso come una guida. Non ci interessa suddividere le aziende in convenzionali o biologiche o biodinamiche o simili.

Ma la nostra prospettiva è chiara. Al netto di ogni deriva estremista, la fazione che lotta per il rispetto per la natura, per la forte riduzione di interventi fisici e chimici, per l’esaltazione del carattere autentico del territorio, ha il nostro massimo rispetto e il nostro appoggio critico. Al contrario, la parte più spregiudicata della fazione avversa, che abusa della permissività di una legge italiana – ed europea – troppo lassista, per aggiungere nel vino decine di sostanze lecite ma artificiali, e/o manipolarlo con mille procedimenti meccanici, ha la nostra condanna critica. Una condanna, lo ripetiamo, non preventiva. Non c’è bisogno di stroncare aprioristicamente i vini prodotti con troppa tecnica: si stroncano da soli, in degustazione coperta. E infatti non ne troverete nella pagina della nostra Guida, che segnala soltanto vini – almeno a nostro giudizio – onesti e ben fatti. Simmetricamente, non c’è bisogno di esaltare preventivamente i vini più veri e genuini: si esaltano da soli, in degustazione coperta.

Ah, la foto in apertura è tratta da una delle prime pagine del libro “Il profumo del vino” di Federico Oldenburg. Una fotografia che rende abbastanza bene l’idea di quella “durezza ideologica e pratica dello scontro in atto” citata da Gentili e Rizzari.

Quel periodo dell’anno in cui inevitabilmente si finisce per dare un’occhiata anche veloce ai tanti premi assegnati dalle guide cartacee

Fine settembre, quel periodo dell’anno in cui si comincia a parlare insistentemente di guide e dei rispettivi premi. Non sono molti i blog che si sottraggono alla tentazione, pubblicare le anticipazioni sui Tre bicchieri ed i loro fratelli garantisce un discreto numero di accessi durante tutto l’anno. Alle guide ovviamente la cosa non può che fare gioco, garantisce loro un minimo di visibilità riportandole per qualche settimana al centro dell’attenzione.

Quest’anno l’unica novità di rilievo è che i ragazzi di Slow Wine, la guida edita da Slow Food, stanno pubblicando con cadenza giornaliera le anticipazioni sul loro sito (oggi per esempio è il turno del Chianti Classico). E, cosa ancor più rilevante, non si tratta di uno sterile elenco di cantine e di vini. Spiegano, raccontano, descrivono le loro scelte. Bravi.

Edit: Mi segnalano che anche al Gambero Rosso stanno facendo qualcosa di simile. Il viaggio alla scoperta dei Tre bicchieri è raccontato giornalmente sull’omonima newsletter e poi sul sito, io l’ho trovato qui (un cenno agli sviluppatori del GR: uhm, se solo ci fosse un feed cui abbonarsi..).

XtraWine, compro solo Tre Bicchieri

La cosa bella nel non gestire direttamente la pubblicità che passa da queste pagine (si, qui andrebbe aperta una parentesi dedicata al funzionamento del network Vinoclic, ma tanto se siete interessati sul sito c’è tutto) è che non ho rapporti con gli inserzionisti. Cioè, proprio non so chi siano, è il network a gestire il tutto. Io, di tanto in tanto, mi accorgo che c’è qualche cosa di nuovo e -regolarmente- vado a curiosare un po’, giusto per capire di che cosa si tratta.

Insomma, tutto questo per dire che in questi giorni nel box qui a destra, a rotazione, appare la pubblicità di XtraWine, uno dei tanti negozi online dedicati al vino che negli ultimi anni sono spuntati un po’ come funghi. Clicca di quà, clicca di là, mi sono accorto che è possibile navigare il loro catalogo non solo, com’è ovvio, per tipologia, zona di produzione e prezzo ma anche per riconoscimenti. Cioè, in un attimo posso sapere quali dei vini disponibili hanno preso i tre bicchieri del Gambero Rosso, i cinque grappoli dell’AIS, le tre stelle di Veronelli (giuro, hanno messo anche quelle), oppure oltre novanta punti secondo Wine Advocate, Wine Spectator e Luca Maroni (ecco, questo è il punto in cui lo scrivente sviene e cade dalla sedia. Luca Maroni? Davvero?).

Non condivido ma in un certo senso capisco la scelta. Anche se, ovvio, come fare a giustificare vini che magari per scelta del produttore non vengono inviati alle guide e che sono buoni tanto quanto? E tutti i vini che hanno preso un riconoscimento sono sicuramente meglio di altri? Però, certo, può essere una chiave di lettura che a qualcuno interessa, ci mancherebbe.

Appurato quindi possa avere un senso inserire quelle che per certe testate sono considerate come eccellenze, perchè mettere anche i due bicchieri ed i quattro grappoli? In questo sistema di riferimenti c’è davvero qualcuno che vuole il vino che è arrivato secondo?

Degustare?

Così per una fortunata serie di eventi qualche giorno fa mi sono ritrovato per la prima volta seduto ad un tavolo per assistere ad una degustazione professionale.
Non una bevuta didattica o conviviale tra amici, orizzontali o verticali oquellocheè, ma uno di quei momenti in cui si cerca di valutare il più precisamente possibile un’intera denominazione, assaggiando tutti i campioni inviati dalle aziende nell’arco di una mattinata, dedicando ad ogni bicchiere una piccola scheda ed assegnandogli un voto.

Complessivamente si trattava di 39 assaggi, divisi in batterie da 6, tra bianchi monovarietali, bianchi igt, bianchi doc, rossi igt, rossi doc. Ero ad assistere, dicevo. Quindi assaggiavo, scrivevo, pensavo, e scrivevo ancora. Non che la mia opinione valesse qualcosa al momento, anzi, ero con persone ben più preparate ed allenate del sottoscritto. Però, e per me era importante, ho avuto la possibilità di prendere un po’ le misure con me stesso, e con il mio palato. Sbagliando anche, diverse volte.

Ma le mie considerazioni, sparse, sono altre.

. Degustare professionalmente è una faticaccia.
Io, abituato a tirare fuori il blocchetto e scrivere di uno, due, massimo tre vini, con tutto il tempo possibile a disposizione sono stato davvero in difficoltà a mantenere la concentrazione per 4/5 ore per cercare di valutare ogni bicchiere al meglio. E, sia chiaro, non ci sono riuscito. Ho avuto i miei momenti di sbandamento.

. Nel raccontare un vino scollegato dal suo contesto si perde di vista il quadro generale.
Qui io scrivo dei vini che compro, per lo più. Uno oggi, magari due domani. E’ ovvio che sia impossibile pensare di prendere perfettamente le misure con il vino in relazione all’annata ed il territorio senza assaggiare più etichette simili nello stesso momento. Ma questo lo sapevo e lo sapevate già. E’ il limite (limite?) dell’essere consumatore. Per fortuna esistono le guide.

. I vini buoni sulla distanza vengono fuori (ma và?).
La degustazione era coperta. Questo significa che non si sapeva mai che vino si aveva nel bicchiere. E solo al termine di una denominazione si procedeva a vedere chi era chi.Io non ero assolutamente in grado di riconoscere i vini – tranne due o tre, forse – ed è stato un piacere scoprire che le etichette più famose, o magari celebrate, spiccavano per punteggio e venivano fuori con forza e personalità. Sensazione rassicurante.

. Gli assaggi meno buoni saltano subito all’occhio.
Assaggiando vini di una stessa zona ed annata la qualità media è abbastanza chiara. Un assaggio palesemente inferiore agli altri viene liquidato in pochi secondi.
Io, magari con solo quella bottiglia a casa, vedi punto due, gli avrei dedicato più tempo, cercando di trovare tutte le possibili note positive. Ancora: per fortuna esistono le guide.

Ecco, erano considerazioni veloci a sintesi di una giornata decisamente istruttiva.

Un’ultima banalità? Non si smette mai di imparare.

Le migliori 99 maison di Champagne 2009

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Ricordavo di aver incrociato, al tempo, qualche informazione, ai tempi della presentazione a Merano durante il Wine Festival, a proposito di una guida su quella parte di Francia che cerco di approfondire da tempo. Ci è voluto però il consiglio di un amico che considero mio opinion leader sull’argomento per convincermi all’acquisto.

Inevitabile e fondamentale una parte introduttiva sulla storia dello Champagne, sui vitigni utilizzati, sulla vinificazione ed una breve intervista a Richard Geoffroy – Chef de Cave di Dom Pérignon – a condire il tutto. Qualche pagina su sigle ed abbinamenti e poi la guida vera e propria: novantanove delle più note e meglio distribuite Maison. Le schede sono impeccabili per chiarezza: all’indirizzo ed il nome dell’importatore segue una descrizione dell’azienda che affronta due tematiche fondamentali per capirne l’approccio, storia e stile. A fronte le degustazioni degli Champagne prodotti. Note veloci, pulite, di grande personalità ma, soprattutto, estremamente dirette e lineari. A concludere, utilissimo per chi decidesse di fare un giro in zona, l’indice delle cantine per villaggio.

A cura di Alberto Lupetti e Luca Burei. Un acquisto fondamentale.

Le stelle, quindi.

Mi ritrovo così a scrivere, con colpevole ritardo, di cosa abbiano davvero significato e cosa continuino a voler dire quelle stelline che fino ad ora ho piazzato quà e là, disquisendo di bicchieri e di bevute. Appurato che, lo scrivevo nel post precedente, dare un voto è anche un’assunzione di responsabilità e che non può davvero esistere senza un’adeguata spiegazione e giustificazione rimane un fatto: deve essere comprensibile il metro di giudizio.

Va prima premesso che, da queste parti, anche se può sembrare banale, si ha un debole per quei vini che appaiono rispettosi del vitigno prima e delle caratteristiche del terriorio poi. Va detto che si cerca di non guardare in faccia nessuno, nei limiti del possibile, ed ogni volta si prova ad assaggiare senza pregiudizi. Va sottolineato che il rapporto qualità/prezzo ha incidenza davvero importante nel giudizio complessivo. Va precisato che ogni valutazione è comunque soggettiva, ed ogni critica, se nata come spunto di costruttiva discussione, bene accetta.

Le stelle, quindi:

0 stelle – Da dimenticare.

1 stella – Complessivamente sotto la sufficienza, ci si aspettava di più.

2 stelle – Corretto e piacevole.

3 stelle – Buono, giusto e godibilissimo.

4 stelle – Grande bevuta, da non mancare.

5 stelle – Amore ed emozione. E non c’è altro da aggiungere.

A parlar di stelle..

Ieri ho scritto del Nebiolo di Teobaldo Cappellano e, se ci avete fatto caso, non ho inserito la piccola immagine a me cara riportante le stelline.

Non è un caso.

Proprio lui, che decise di non inviare campionature a chi si occupa di guide, scrisse anche in controetichetta nel suo Barolo 1997: “Cortesemente a chi di “Guide” si occupa. Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Nobles Wine” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione anche se a giudizio negativo. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori od opposte fazioni, interiormente ricca perché stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre natura, non è stato premiato. E’ un sogno? Permettetemelo. Teobaldo”.

E non è un caso che ne abbia scritto poco dopo un interessante scambio di battute con Mauro Erro, il viandante bevitore, sui commenti al mio post sul Testamatta di Bibi Graetz.

Intendiamoci, a me piacciono i giudizi. Ne è pieno il mondo e nessuno ne è immune. Un giudizio, nel mio caso le stelle, non avrebbe alcun senso da solo, senza una spiegazione, un commento, un racconto. Ed è questo il motivo per cui ho smesso di avere fiducia cieca nella maggior parte delle guide. Troppo sintetiche, troppo impersonali. Un giudizio completa e si completa con quello che viene prima.

Io ho imparato i punteggi come molti altri, anni fa, durante i corsi ais, in centesimi. Spessissimo, mentalmente, anche quando sono magari al ristorante e si sta parlando di altro, dopo i primi sorsi penso in che fascia di punteggio si porrebbe quello che c’è nel bicchiere. E’ ovvio però che un numero non ha alcun senso, se non raccontato e se non contestualizzato. Altrimenti, se non sapessi chi ha attribuito quell’opinione, potrei pensare che Testamatta sia uno dei migliori vini d’Italia. E invece è vino che difficilmente comprerei.

Dare un giudizio significa anche assumersi una responsabilità e, volendo, essere a sua volta giudicato. Non è male.
Giudicare significa avere un metro di giudizio, presumibilmente diverso dagli altri, che il vino è forse quanto di più soggettivo possa esistere.
E, il giudizio, è da sempre materia di discussione e di confronto. Mi chiedo però se non sia uno strumento che aumenta incomprensioni e malumori. Cioè, posso scrivere in queste paginette virtuali le stesse cose che ho sempre scritto, senza voti e valutazioni? Cambierebbe qualcosa? Io ci sto pensando. Se vi va, parliamone.