Il Sagrantino dei Pardi e la somma delle parti

Sono passati ormai diversi mesi, eppure quella degustazione organizzata da Alberto Pardi in cantina continua periodicamente a riaffacciarsi tra i miei pensieri. Una panoramica di bottiglie, tutte microvinificazioni fatte in damigiana, provenienti dai diversi vigneti di sagrantino di proprietà dell’azienda. Collearfuso, Casale, Pietrauta (da cui provengono le uve per il “Sacrantino”, la selezione) e Campolungo. Quattro vini, ognuno in cinque annate, per una panoramica complessiva di ben venti vini.

Una diagonale organizzata per confrontarsi e riflettere sulle caratteristiche uniche di ogni appezzamento. Uno sguardo per certi versi unico, straordinariamente istruttivo anche per capire meglio le diverse sfumature che una varietà così “densa” come il sagrantino riesce a proporre. Più o meno sapidità, più o meno tendenza ad una certa ossidazione, più o meno concentrazione, più o meno freschezza. Di Fratelli Pardi poi ho scritto più e più volte, e non è un segreto che si tratti di una delle realtà più interessanti del comprensorio, cantina che anno dopo anno riesce ad esprimere vini che tendono ad una decisa idea di eleganza senza mai perdere in beva e in gusto. Vini buoni.

Una panoramica, dicevo, che se da una parte è stata molto formativa dall’altra mi ha permesso di capire ancora una volta, se ce n’era bisogno, quella che è la direzione da non prendere. Mai come in quell’occasione mi è stato infatti chiaro quanto un grande vino sia quasi sempre il risultato di una somma delle parti. Le parti migliori, quelle che raramente coincidono con il singolo vigneto, quel concetto di “cru” che se da una parte è così affascinante dall’altra rischia di essere un po’ abusato.

Tutto questo per dire (anche) che fuori dalla finestra sembra esserci per la prima volta da diverse settimane una chiara idea di estate e che sempre di più ho voglia di partire per una regione ricca di fascino per cui provo sempre maggiore attrazione: Bordeaux.

Il Rosso di Montefalco (in generale) della Cantina Fratelli Pardi (in particolare)

Nonostante la vicinanza geografica non posso certo definirmi come un assiduo bevitore del Rosso, la seconda denominazione di Montefalco. Apro una parentesi: non so se infatti in questo caso si possa parlare di vera e propria DOC “di ricaduta”. Per fare un esempio geograficamente non troppo lontano, a Montalcino il Rosso segue sostanzialmente lo stesso disciplinare del Brunello con l’ovvia differenza relativa ai tempi di maturazione in cantina. Cento percento sangiovese in modo -io la penso romanticamente così- da permettere alle cantine una certa rotazione dei vigneti utilizzando quelli meno vocati o più giovani per la produzione del cosiddetto “secondo vino” (a proposito, ci sono dei Rosso di Montalcino stupendi, eleganti e gustosissimi che costano solo pochi euro, magari un giorno ci tornerò). Dicevo di Montefalco: il disciplinare prevede una consistente quota di sangiovese, fino al settanta percento, una piccolo contributo di sagrantino, fino al quindici percento, ed un taglio finale a base di una qualsiasi delle varietà a bacca rossa autorizzate in Regione (l’impressione è che sia il merlot a farla un po’ da padrone). Insomma, la varietà più importante del territorio influisce solo in modo marginale al taglio finale del Rosso di Montefalco tanto da farne una denominazione a se stante, troppo diversa dal Sagrantino per poter parlare appunto “di ricaduta”.

Tra le interpretazioni che storicamente mi hanno sempre convinto non posso non pensare a quelle targate Milziade AntanoPaolo Bea (nonostante il prezzo) e forse Adanti. A queste, da ieri, se ne aggiunge prepotentemente quella di una cantina i cui prodotti con il passare degli anni mi piacciono sempre di più: Fratelli Pardi. Dallo stabile che si trova proprio alle porte del centro abitato di Montefalco continuano infatti ad uscire vini di grande definizione gustativa: dal Trebbiano Spoletino, il recente 2012 è da urlo, fino al Sagrantino non c’è etichetta che non esprima didascalicamente uno stile preciso, elegante e disteso, tanto da poter parlare di un vero e proprio “stile Pardi”. Il Rosso 2010, appena uscito in commercio, è ampio, decisamente aggraziato, addirittura giocato su note floreali che introducono ad un assaggio mai pesante, caratterizzato da una beva compulsiva, ogni sorso tira la volata al successivo come poche altre volte mi è capitato nelle ultime settimane.

Da avere, da bere.

Trebbiano Spoletino DOC Fratelli Pardi 2011

I più affezionati lettori di questo blog ricorderanno che, circa diciotto mesi fa, uscì sul periodico Enogea un mio lungo articolo dedicato al trebbiano spoletino. Da allora non sono praticamente più tornato sull’argomento eppure di cose ne sono successe, eccome. Per esempio il disciplinare è diventato realtà e, come anticipato allora, con la vendemmia del 2011 quasi tutte le cantine hanno deciso di aderire alla nuova denominazione di origine. Poi è aumentato il numero dei produttori che si sono affacciati sul mercato, spesso realtà che hanno cominciato ad acquistare le uve da quelli che prima erano conferitori della cantina sociale di Spoleto. E infine, particolare affatto irrilevante, è successa la vendemmia 2010. Su Enogea infatti la panoramica era dedicata alla 2009, dieci cantine e undici vini. Quella successiva ha regalato vini particolarmente equilibrati, più freschi, vini caratterizzati da un maggiore slancio ed un peso minore. Vini certamente più longevi.

Ma torniamo all’oggi. Ieri ho fatto un paio di soste in cantina a Montefalco e mi sono imbattuto in una di quelle bottiglie che non c’erano, allora. Ed è un peccato, perchè il trebbiano spoletino di Fratelli Pardi è buonissimo. Da un’annata caldissima e dalla gestione particolarmente difficile è uscito un vino il cui unico limite, se di limite si può parlare, è che (forse) non sarà longevo come alcuni suoi fratelli della precedente annata. Ma che stile. Un assaggio che prima di tutto ho immaginato come paradigmatico nell’esprimere il varietale. Trebbiano spoletino, punto e a capo. Un assaggio tanto ricco quanto complesso, straordinariamente equilibrato, teso al punto giusto, caratterizzato da un’acidità solare e da un finale di grande pulizia. Se fosse stato in quella degustazione sarebbe certamente stato tra i miei assaggi preferiti.

E comunque niente è mai casuale. Ad affiancare in cantina la nascita di questo piccolo capolavoro la professionalità di Giovanni Dubini di Palazzone, Orvieto. Uno di quei manici che vorresti sempre avere con te, quando si parla di vini bianchi.

Rosso di Montefalco DOC – Fratelli Pardi 2006

PardiUvaggio: Sangiovese 70%, Sagrantino 15%, Merlot e Cabernet sauvignon 15%

Del Montefalco Rosso non scrivo da davvero troppo tempo, era marzo ed era Scacciadiavoli. Allora in giro si trovava il 2005, oggi il 2006, e quello che mi è capitato tra le mani è quello di Fratelli Pardi. E’ vino diretto, caratterizzato da un naso netto, visciola e ciliegia in primo piano, ma anche fiori, vivi, spezie nere a fare da sfondo ed una leggera nota erbacea. In bocca ha un’acidità vibrante. E’ piacevolissimo nel suo avere carattere ma non grande struttura, nell’essere secco ed avere una leggera nota di sapidità, che apre ad un finale appena etereo e molto pulito.

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