Giorno tredici: Feudo Principi di Butera e altre storie

In questi giorni sto usando pochissimo il navigatore. Certo, è oggetto utilissimo per muoversi nel modo più veloce possibile ma che inevitabilmente fa capire poco di quello che si ha intorno. Ecco quindi che ho riesumato una delle vecchie ma sempre utili cartine del Touring Club Italiano. Ve le ricordate? Sono quelle con la copertina verde che dividono l’Italia in tre volumi. In questo modo capisco (più o meno) dove mi trovo e riesco a collocarmi geograficamente in un punto preciso. Bene, nonostante questo riesco a perdermi con una frequenza a tratti preoccupante. Cioè, so di essere in una determinata zona ma non riesco ad individuare alcuni dei riferimenti per trovare la giusta via. Il bello però è che mi ritrovo spesso in posti straordinari nel loro essere assolutamente isolati e vivo panorami che il navigatore (credo) mi farebbe solamente intuire fuori dal finestrino.

Per dire, per arrivare nella tenuta siciliana della famiglia Zonin, a Feudo Principi di Butera, pensavo bastasse arrivare vicino a Butera, paese di riferimento. Invece no, la cantina e i vigneti sono una ventina di chilometri più in là. In più credo di aver sbagliato strada almeno un paio di volte perchè di chilometri ne ho fatti quasi trenta. Quando però arrivato sulla sommità di una collina mi è apparsa di fronte è stata vista che mi ha colpito, tanto. Si tratta infatti di una splendida tenuta – completamente isolata dal resto del mondo – di circa quattrocento ettari di cui la metà sono a vigneto. Ora, considerato che non sono minimamente abituato a queste vastità, è panorama che non mi ha lasciato per niente indifferente. Vigne a perdita d’occhio. Letteralmente.

Ci tenevo a venire qui, da una parte per il lavoro che Francesco Zonin ha portato avanti sui social media e nel rapporto con i blog, dall’altra per confrontarmi con una realtà particolarmente grande, unica prevista in questi giorni siciliani. Girando in jeep tra i vigneti e visitando la cantina mi sono poi reso conto una volta in più di quanto in cantine come queste nulla venga lasciato al caso e di quanto solamente una struttura fatta di grandi professionalità possa gestire al meglio tali ordini di dimensioni. Certo, ci ho messo un po’ ad abituarmi ad un cambio di melodia così repentino, dal rock’n roll al pop in meno di due ore. Ma mi ha fatto riflettere sull’importanza di realtà come queste, capaci garantire lavoro e di creare ricchezza sul territorio. Non è poco.

Sicilia IGT – Feudo Principi di Butera, Symposio 2007

Cabernet sauvignon 65%, Merlot 30%, Petit Verdot 5%

E’ passato quasi un anno dal lancio del progetto My Feudo da parte della famiglia Zonin, proprietaria della tenuta siciliana Feudo Principi di Butera. Forse ricorderete com’era andata. L’idea, erano i primi di febbraio, era quella di coinvolgere alcuni appassionati e di far assemblare loro -nelle rispettive case- un blend di merlot, petit verdot, cabernet sauvignon. Una volta fatto questo piccolo esperimento in cantina si sarebbero impegnati a preparare alcune bottiglie per una degustazione da fare tutti insieme ad aprile, a Verona durante Vinitaly. La possibilità quindi di misurarsi tanto tra “piccoli chimici” con i propri esperimenti quanto con Francesco Zonin e Franco Giacosa, direttore tecnico del gruppo. Poi certo, si trattava certamente di un gioco. Feudo Principi di Butera infatti aveva precedentemente già individuato quello che sarebbe stato il blend finale, quello che sarebbe stato effettivamente imbottigliato e venduto in circa seimila bottiglie. Questo, appunto.

Vino, il Symposio, che racconta il calore della terra che lo ha visto nascere. Scurissimo, impenetrabile, racconta di sentori mediterranei da cui emergono note di cacao e di frutta rossa matura, praticamente cotta. La mora e la ciliegia e, dopo, sensazioni più crude, quasi vegetali. Ricordo bene quando a casa, provetta alla mano, toglievo un po’ di merlot quà e mettevo un po’ più di petit verdot là alla ricerca della freschezza perduta. Sono quei sentori che si ritrovano anche oggi anche se certo, sei mesi in bottiglia hanno reso il tutto più omogeneo, non necessariamente più delicato però. In bocca infatti è compatto come pochi, fatica a distendersi ed al centro colpisce il palato con una sensazione di alcolicità prepotente. Non così tannico, anche questa è idea che era evidente all’assaggio dei singoli vini che poi avrebbero fatto il blend, solo sul finale riesce a fare emergere una nota più fresca, che accompagna verso un piacevole finale di media persistenza.
Un vino, questo esperimento, che riporta la mente verso una certa idea figlia degli anni novanta, capace si di stupire per l’intensità dei profumi ma che poi paga, inesorabilmente, in bevibilità e digeribilità.

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Da febbraio ad oggi ho dedicato diversi post a quella che credo essere una bella idea, che avvicina ad una cantina ed alle sue pratiche produttive. Un momento in più di confronto non può che essere sempre auspicabile e Francesco Zonin ha dimostrato che non è impossibile, anzi. Basta avere voglia di provarci.

Sicilia IGT – Feudo Principi di Butera, Simposio 2007

Cabernet sauvignon 65%, Merlot 30%, Petit Verdot 5%

Ieri scrivevo di quanto sia rimasto un po’ così, con la testa piegata da un lato e lo sguardo perplesso, di fronte al mio blend, quello a prevalenza di Petit verdot. Ecco, qui il contrario.
Per prima cosa va detto che è vino non ancora pronto. E’ in affinamento e verrà messo in commercio solamente dopo l’estate. Qualche idea, però, ce la si può fare ugualmente.

L’impressione è di un’architettura equilibrata, in cui tutte le componenti sono funzionali al raggiungimento di un risultato definito. Va bene che siamo in Sicilia, e che è sempre un taglio dal carattere bordolese (sintonizziamo quindi un attimo il palato), ma il naso racconta di un vino verde, ancora in divenire, in cui il cabernet gioca un ruolo fondamentale. Bella la complessità, con sensazioni che vanno dal goudron ad uno sfondo fatto di frutti rossi ed una punta di inaspettata mineralità.
In bocca rimane -giustamente- in tensione. Al centro una spalla acida a renderlo vivo ed un tannino particolarmente pungente. Il Petit verdot, seppur presente in quantità minima si avverte per un pizzico di profondità, ma è il giusto coniugarsi tra merlot e cabernet che stupisce.
Complessivamente piacevole quindi, in attesa di riassaggiarlo a settembre, al momento giusto.

E poi tutte le considerazioni che si potrebbero fare su My Feudo, a cominciare da quelle di Francesco Zonin.

Il mio My Feudo

Petit verdot 65%, Cabernet sauvignon 30%, Merlot 5%

Avevo già scritto di quanto non avrei voluto essere nei panni dell’enologo. Per fortuna, posso dire oggi. Il mio My Feudo, com’era ampiamente prevedibile, è blend da dimenticare.

Mi spiego. Non ero riuscito ad essere presenta alla degustazione ufficiale, quella durante Vinitaly. Eccomi quindi con calma a casa, ieri sera, ad assaggiare alcuni dei blend dei partecipanti al progetto voluto da Francesco Zonin (giocosfidaprogetto, ricordate?).
Li ho aperti alla cieca, senza sapere quale specifico assemblaggio stessi assaggiando. C’erano, oltre al mio ed al blend ufficiale, alcuni campioni rappresentativi per il particolare uvaggio (prevalenza merlot, o cabernet, o petit verdot, appunto). Li ho assaggiati con calma, stupito di quanto fossero così diversi rispetto ai primissimi assemblaggi di pochi mesi fa. Li ho bevuti sorpreso per quanto stiano evolvendo molto rapidamente e per quanto fossero così didascalicamente diversi gli uni dagli altri. Una piccola percentuale in più od in meno variava il risultato più di quanto ci si possa aspettare.

Il mio, dicevo. Dopo aver provato diverse combinazioni avevo deciso per un blend a decisa prevalenza di Petit verdot. Il Merlot praticamente non c’era. Questo il primo errore. Il primo risulta oggi troppo invasivo, quasi fastidioso nel suo essere così esuberante. Certo, il succo c’è, la polpa anche. E’ evidente che le basi sulle quali è stato costruito sono presenti, sono vive e lottano insieme a noi. E’ però assaggio che appare piuttosto squilibrato, in cui la profondità verde e selvatica del petit verdot risulta davvero eccessiva. Mi piace che il merlot e le sue particolari dolcezze non siano in primo piano, manca però di quella spalla più morbida, che ti accarezza il palato, per capirci. E poi è troppo tannico, in particolare sul finire dell’assaggio rimane quella sensazione di incompiuto.

I più buoni? Quelli a prevalenza di Cabernet sauvignon, senza dubbio. Anche il Symposio quindi, blend ufficiale e definitivo, ma di quello scriverò domani.

My Feudo, io purtroppo non c’ero

Si è tenuta ieri mattina a Verona, all’interno di Vinitaly, la degustazione di tutti i blend di My Feudo, il progetto di un vino (quasi) fatto dalle persone voluto da Francesco Zonin. Ve lo ricordate?

Contestualmente è stato anche presentato il blend ufficiale, quello che tra qualche mese sarà messo in vendita, il Symposio.

Io purtroppo non c’ero, ero per lavoro a VinoVinoVino, ma sarà mia premura aggiornare questo post con i racconti dei partecipanti che erano presenti.
Intanto ecco un’anteprima dal sito di My Feudo.

My Feudo, ovvero come non vorrei essere nei panni dell’enologo

A proposito di quanto scritto la settimana scorsa, e mi riferisco al progetto comunemente noto con il nome di My Feudo, vorrei solo dire che costruire il proprio blend è molto più difficile di quanto possa sembrare. Davvero.

E che l’assemblaggio finale, ci pensiamo sempre poco, è l’ultima fatica di un percorso molto più lungo, che nasce anni prima, in vigna.
Ho scritto di questa prima superficiale impressione sul sito del progetto stesso, in attesa di rivelare l’esatta composizione del mio assemblaggio.

Anche se, certo, posso anticipare di avere fatto fatica con il Merlot, che in ogni possibile percentuale mi sembrava ospite inatteso. E che forse sarà blend scorbutico e difficile ma in fondo sarà quello per cui era nato, ovvero un piccolo specchio dei gusti di chi lo ha costruito.

My Feudo: un gioco, una sfida, un progetto.

Va bene, probabilmente non è esattamente come fare un vino da sé. E ci mancherebbe. Ma la possibilità che Zonin mi ha dato, coinvolgendomi in questo gioco/sfida/progetto, è di quelle che non ci si può proprio tirare indietro. Anzi.

My Feudo è il nome provvisorio del nuovo vino di Feudo Principi di Butera, tenuta siciliana della famiglia Zonin. E’ un blend, attualmente in affinamento in bottiglia, di Petit verdot, Cabernet sauvignon e Merlot del 2007.
C’è una sostanziale differenza, però, rispetto al normale itinerario che porta alla nascita di un nuovo prodotto. Ed ecco il perchè di questo post.

Un gioco?
Francesco Zonin ha coinvolto tredici appassionati ed ha spedito loro, separati, i tre vini alla base dell’assemblaggio. Un kit, lo ha chiamato, che comprende oltre le tre bottiglie le schede tecniche di ogni uvaggio ed un misurino, di quelli per i millilitri.
Eccomi quindi questa sera, pronto e concentrato, con la mia inesperienza da piccolo chimico sulle spalle, a provare a vedere quello che può nascerne.

Una sfida?
Sta alle persone coinvolte, poi, vedere se sia possibile costruire un vino capace di non sfigurare di fronte a quanto già pensato dagli enologi Franco Giacosa ed Antonio Cufari. E’ improbabile, ma non è certo la cosa più importante.

Un progetto?
Dopo avere assaggiato, bevuto e deciso le proporzioni, in Sicilia procederanno all’assemblaggio comunicato. Uno per ogni partecipante. Ecco quindi nascere il (quasi) mio vino. Durante il prossimo Vinitaly poi ci si vedrà, tutti insieme, per assaggiare i reciproci esperimenti. Da lì si potranno trarre idee e spunti utili per capire quale potrà essere la strada di questo particolare nuova bottiglia. Che è più di un vino. E’ un progetto, ma aperto. Una specie di cantiere.

Adesso però smetto di scrivere. Corro a preparare l’assemblaggio mediterraneo definitivo.