Vini con vista (summer edition)

E niente, ogni volta che il calendario mi permette qualche giorno di ferie a portata di automobile è inevitabile che nel bagagliaio, con la borsa, faccia capolino anche qualche bottiglia recuperata in cantina e la solita scatola dei bicchieri. Vini che mi diverto a scegliere in base all’umore, cose che ho voglia di assaggiare e che al tempo stesso immagino particolarmente adatte alla destinazione scelta. Lo so che non è normale, ma che ci volete fare: il pensiero di arrivare a destinazione e di non trovare nei dintorni vini di particolare interesse può essere opprimente, sempre meglio poter contare su una propria riserva, per quanto minima. In questi giorni di mare eccone cinque che si sono rivelati di sicura affidabilità.

Aurora, Offida Pecorino “Fiobbo” 2013

Una meraviglia, davvero non saprei come descrivere diversamente il più buon Pecorino (non solo di Aurora) abbia forse mai assaggiato. C’è tutto, è di una completezza disarmante. Apre su toni agrumati, più di limone che di lime, e prosegue su note di erbe quali l’anice e la menta. E poi che frutto, pesca bianca e mela golden si ritrovano anche al palato, sussurrato e deciso al tempo stesso, così capace di muoversi su diversi piani gustativi. Leggiadro e profondo, sintesi di tutto quello che amo nei vini dell’Italia Centrale (argomento su cui vorrei tornare quanto prima). Sui 10 euro, tutta colpa di Francesco Annibali (grazie).

Fongoli, Grechetto dei Colli Martani 2015

Cantina che non spicca certo per costanza, quella di Fongoli è però realtà capace di insospettabili colpi d’ala, in particolare sui rossi (Montefalco Sagrantino su tutti). Bianco che dagli scaffali del piccolo supermercato vicino casa mi guardava da ormai qualche mese, il Grechetto si è rivelato tanto semplice quanto appagante: freschezza, materia e allungo, non senza un finale piacevolmente fruttato. Le complessità sono altrove, sia chiaro, mi è però sembrato rispettoso del varietale come in pochi altri casi, in questa fascia di prezzo almeno. Sui 5 euro.

Olivier Pithon, Côtes Catalanes Blanc “Cuvée Laïs” 2013

Maccabeu, grenache blanc e grenache gris per un taglio la cui anima mediterranea si rivela con prepotenza solo sul finale. A sentirne i profumi il rischio di pensare infatti a latitudini completamente diverse è davvero dietro l’angolo: agrumi freschi e fiori gialli, una punta di fieno, soprattutto gesso e un gran ventaglio di idrocarburi che trovano il loro riconoscimento più chiaro nella benzina, quella verde. Ma è dopo, dicevo, che l’ampia zona del Languedoc-Roussillon si rivela con tutto il suo impeto. Perché sì, certo che è fresco, dinamico, caratterizzato da una vena acida di sicura limpidezza. Al tempo stesso però, in particolare in chiusura, sfuma verso una maggiore grassezza -ananas e frutto della passione- che lo rende avvolgente e imprevedibile. È sempre così con i bianchi di Pithon, basta pochissimo tempo perché sia la mineralità a prendere il sopravvento su tutto. Sui 25 euro (grazie Jack, ricambierò quanto prima).

Domaine Gauby, Côtes Catalanes Blanc “Les Calcinaires” 2015

Colpa mia che l’ho aperto troppo presto, solo così posso giustificare il meno minerale dei “miei” Calcinaires. C’è tanta frutta a polpa bianca e gialla e poco altro: mela golden e ananas, susina e pera sono i primi riconoscimenti che mi vengono in mente. In bocca è puntualissimo, lievemente sapido, mai eccessivamente pieno e anzi dritto come sempre. Certo lontano da quelle sferzate minerali cui i vini di Gauby ci hanno abituato negli anni, se ne riparlerà (forse) tra un po’. Come sopra, sui 25 euro.

Mas Zenitude, Vin Rouge “Audace” 2013

Ancora Languedoc-Roussillon (poi smetto) per un rosso a base di cinsault di grande, grande beva prodotto da una piccola cantina che -come tante altre in zona- è nata da pochi anni e che fin da subito ha abbracciato con entusiasmo il movimento dei vini naturali. Inizia timido e profondo con sentori lievemente ematici e animali. Prosegue con note di frutta matura e polposa, ciliegia e prugna, pesca e arancia rossa. È poi una punta di grafite a introdurre un assaggio altrettanto succoso, semplice ma al tempo stesso di grande impatto gustativo. Sinuoso, ricorda il più buono dei succhi di frutta, quelli che sul finale schioccano (specie se bevuti belli freschi). Sui 15 euro.

Domaine Gauby, non è solo luce

Mi spiego meglio: certo che quelli di Domaine Gauby sono vini da bere con gli occhiali da sole (cit.), ci mancherebbe. Solo ieri sera però – per la prima volta – mi sono reso conto della grande sostanza che sostiene quella luminosità. Che poi figuratevi, non era nè il (mitico) “Coume Gineste” nè il “Vieilles Vignes” bensì il più semplice “Les Calcinaires”, assemblaggio di muscat, macabeu e chardonnay trovato in carta al ristorante a circa trenta euro.

Il luogo si chiama Calce, minuscola enclave nel cuore del Roussillon, a pochi chilometri da Perpignan, diventata famosa nel mondo proprio grazie alla svolta produttiva di Gérard Gauby. Piccolo produttore che verso la fine degli anni Novanta ha iniziato lavorare in sottrazione, se si può usare questo termine, producendo vini sempre più espressivi di quel territorio forse sottovalutato un po’ da tutti. Dalla svolta prima biologica fino a quella biodinamica, dalla riduzione delle estrazioni fino alla scelta di usare contenitori per la maturazione più grandi e neutri, è strada che nel giro di pochi anni ha portato su Calce l’attenzione di tanti. Stava cambiando qualcosa.

Vini verticali, certo. Luminosissimi e profondamente minerali ma che riescono a trasmettere una generosità che è impossibile non definire come mediterranea. “Les Calcinaires”, il 2012, è vino certamente elegante ma al tempo stesso goloso, gustoso, saporito. In una parola: buono. Tutto questo grazie alla sua capacità di lavorare su una certa tridimensionalità. Lo bevi e pensi a quel suo sviluppo quasi aereo – sole, roccia e mare – poi lo ribevi e ti ritrovi in frutteto. A mangiare una mela, con gli occhiali da sole.

Una piccola parentesi, che Calce vale ben più di qualche riga

La vicenda è che all’anteprima della Vernaccia, ogni anno, si tiene una degustazione chiamata inattese liaisons durante la quale assaggiare, insieme ad alcuni dei vini locali, denominazioni lontane che in qualche modo possono avere qualche cosa in comune con i vini di San Gimignano.
Quest’anno i giornalisti del Gambero Rosso Antonio Boco e Paolo De Cristofaro, che conducevano la degustazione e che hanno pensato a questo particolare parallelo, hanno presentato i vini di un minuscolo villaggio del sud della Francia, Calce. Ecco, questo è il momento in cui il sottoscritto salta dalla sedia, che ancora il ricordo di quei vini è così vivo, spendidamente impresso nella sua memoria che vorrebbe poter premere il tasto rewind e ricominciare la degustazione da capo. Tanto per rendere l’idea.

I Pirenei sono quelli orientali, la regione il Roussillon. Qui c’è solo una strada che porta in su, verso i cinquecento metri sul mare di Calce, la D18. Ed è qui, tra piccoli canyon e terreni che raccontano di roccie, di calcare, di scisti grigi che nascono gli alberelli che danno alla luce questi vini così straordinariamente espressivi. Grenache bianca e grigia, maccabeu da una parte. Grenache nera, carignan e syrah dall’altra. Vini luminosi, le cui uve “sembrano semplicemente un mezzo per traghettare nel bicchiere i caratteri minerali dei terreni“.

A San Gimignano si sono assaggiati sei vini di quattro cantine. Eccoli.

VDP des Cotes Catalanes Horizon Blanc 2008 – Domaine de l’Horizon

Floreale e minerale, racconta anche un sentore più caldo, mediterraneo. In bocca grande spalla acida per un assaggio vagamente suadente. Il centro dell’assaggio, anche sapido, sfuma verso un finale addolcito e fresco, come se in bocca ci fosse in corso una battaglia tra le diverse componenti. ****-

VDP des Cotes Catalanes Matassa Blanc 2007 – Domaine Matassa

Naso affascinante, di grande mineralità caratterizzato da un frutto appena accennato, mai invasivo, di grande spessore. In bocca è sapido e grasso al tempo stesso, sinuoso nello svolgimento e piuttosto elegante. Bel finale pulito, a ritornare su una nota affumicata. ****

VDP des Cotes Catalanes La D 18 2008 – Domaine Olivier Pithon

Anche qui va in onda una mineralità dal sapore di gesso, così integrata in un sottofondo di grande florealità. Leggermente fruttato (mela ed albicocca). In bocca è particolarmente equilibrato, piacevole nello svolgimento e sorretto da una spalla acida mai sopra le righe. ****

VDP des Cotes Catalanes La D 18 2005 – Domaine Olivier Pithon

Naso bellissimo e profondamente caratterizzato da una mineralià che rimanda la mente altrove, quasi verso certi riesling di grande spessore. Affumicato ed idrocarburico, in bocca è di grande spessore e piacevolissimo nello svolgimento. Appena grasso, ha una bella acidità a tenerlo dritto lungo tutto l’assaggio. ****+

VDP des Cotes Catalanes Coume Ginestre 2008 – Domaine Gauby

Riferimento assoluto per la tipologia, è quello che più di tutti a portato i riflettori su Calce. A ragione. Naso affascinante, morbido, aromatico, caratterizzato da un bel frutto ma ricco di mineralità. Anche burroso, con un accenno di nocciola. In bocca è struggente nel saper coniugare tutte le componenti al meglio. E’ fresco e profondo, teso, bevibile nella migliore accezione del termine e di bella acidità. Rotondeggia per poi chiudere con una grande limpidezza espressiva. In particolare per il ritorno sulle note olfattive. Materico ed al tempo stesso leggero. Splendido. *****

VDP des Cotes Catalanes Coume Gineste 2002 – Domaine Gauby

Grandi idrocarburi in primo piano, poi, dopo, ecco l’espressione una floralità lontana. Ma anche mandorla e nocciola. In bocca, come già emerso nel 2008, è assaggio che sa coniugare al meglio parti più dure e parti più morbide. Grande ritorno olfattivo per un finale che dimostra stoffa e maturità. *****-