La riscoperta del Trebbiano Spoletino (forse)

L’occasione per tornare a scrivere velocemente qui sul blog ha a che fare con una tavola rotonda cui interverrò e che si terrà il prossimo sabato mattina a Spoleto, in occasione di Vini nel Mondo: la riscoperta del Trebbiano Spoletino, da illuminata visione a concreta realtà enologica. Il titolo è molto suggestivo e sintetizza una buona parte di quanto successo in tutti questi anni intorno a questo vino così unico. Vi ricordate? Era forse il 2011 quando per la prima volta avevo scritto un lungo articolo dedicato proprio al Trebbiano Spoletino, pezzo seguito da numerosi degustazioni e assaggi (qui e qui, tra gli altri). Allora le cantine che lo vinificavano erano appena una decina mentre oggi sono oltre 30, numero in costante crescita. Non solo, è notizia proprio di questi giorni che il nuovo disciplinare del Montefalco Bianco DOC (lo so, forse la denominazione più sconosciuta del mondo) ne prevede una quota davvero sostanziosa: il 50% del taglio complessivo al posto del più semplice trebbiano toscano.

Qualche mese fa, era da poco passata l’estate, con un gruppetto di amici al Vinodromo, a Milano, si erano aperte alcune bottiglie un po’ datate. Sulla newsletter, era la seconda, scrivevo di “una panoramica sulla carta particolarmente istruttiva, capace di ripercorrere la storia recente della tipologia” con i vini di Pardi, Perticaia, Antonelli, Collecapretta, Novelli, Bea e Tabarrini. Al tempo stesso scrivevo però anche di aspettative “in parte tradite da vini poco performanti, sfocati, soprattutto incapaci nella loro interezza di esprimere caratteristiche comuni o quantomeno facilmente riconducibili alla mia idea del varietale. Pensare che tra il 2009 e il 2010 molti tra i produttori in assaggio avevano appena iniziato a cimentarsi con la tipologia è giustificazione che non mi sento di abbracciare fino in fondo”.

Insomma un momento per tirare le fila e fare il punto su una tipologia che da qui appare quanto mai confusa tra stili e idee differenti. Tra l’altro durante la manifestazione ci saranno altri due momenti dedicati a questo bianco, uno con Antonio Boco (giovedì alle 16:30, storia e futuro del Trebbiano Spoletino) e uno con Danilo Marcucci (sabato alle 16:30, il Trebbiano Spoletino, parte nobile di una grande famiglia). Maggiori informazioni sul sito di Vini nel Mondo.

Al solito, see you around.

[immagine: Andrea Passoni]

Il Sur Lie Alpino di Furlani

E insomma non credo ci sia bisogno di ribadire il mio debole per i sur lie (eh? tu che mi leggi non sai di cosa sto parlando? prova a dare un’occhiata qui). Spesso, non sempre, trovo siano vini di rara schiettezza, caratterizzati da una beva travolgente e da una levità del tutto particolare, una grazia che a volte sembra fare parte del loro DNA.

La bottiglia di oggi viene dalle colline di Trento, la produce Matteo Furlani con la collaborazione di Danilo Marcucci e beh, è un altro vino che già al primo sorso mi ha letteralmente conquistato. Si tratta di un rifermentato in bottiglia da uve bianche raccolte l’anno scorso, nel 2012. Un vino la cui fermentazione si interrompe naturalmente con l’arrivo dell’inverno e che riparte in bottiglia con il salire delle temperature primaverili. Un sur lie che viene quindi prodotto senza l’aggiunta di lieviti selezionati e/o zuccheri e senza l’aggiunta, in nessuna fase della vinificazione e/o dell’imbottigliamento, di anidride solforosa (argomento su cui devo tornare quanto prima).

Un assaggio teso come mai mi sarei aspettato, tutto giocato su una certa mineralità e su toni agrumati ancora verdi, che ricordano il pompelmo e il lime. Acidità e freschezza sono sensazioni che si possono toccare con mano, che lo accompagnano proiettano lungo il palato fino ad una chiusura di rara pulizia. E se non si tratta certo di un campione in termini di complessità è anche vero che basterà aspettare alcuni mesi per trovare nel bicchiere sensazioni nuove, più docili ed avvolgenti.

A meno di dieci euro, sarà uno dei vini dell’estate.

Il Rosato d’Abruzzo “Selezione Damigiana” 2012 di Rabasco

Dice: “fammi capire, ma scrivi del nuovo rosato di Rabasco solo perchè la persona che l’ha pensato (e realizzato) è tuo carissimo amico?“. Risponde: “no, o comunque non solo: ne scrivo prima di tutto perchè mi piace l’idea dietro questa bottiglia, poi perchè – aspetto direi centrale – mi piace il risultato e solo in ultima analisi anche perchè Danilo Marcucci è un carissimo amico“.

Chiarito questo, ecco a voi la “Selezione Damigiana” 2012 di Rabasco. Ovvero una produzione limitatissima di montepulciano vinificato in rosato da vigneti nel comune di Pianella, in provincia di Pescara, Abruzzo. Non vi dice niente questo nome vero? Neanche a me, basta però dare una veloce occhiata alla mappa per scoprire che è località che confina con Loreto Aprutino e con quei vigneti. Si, esatto, e tutto comincia a diventare più chiaro. Questa vendemmia è la prima di un progetto a lungo termine, se fosse un software si tratterebbe di certo di una “beta release”. È evidente che le cose cominceranno infatti a farsi più chiare a partire dalla prossima vendemmia quando rispettivamente aumenterà il numero di bottiglie, da quella del 2012 ne sono state prodotte solo duecentottanta (!), e in vigna saranno riviste alcune piccole cose.

Racconta la bellissima etichetta: “Questo rosato nasce dalla vinificazione in bianco di uve rosse. Fermenta con i propri lieviti a temperatura libera in un tinello aperto troncoconico per sei giorni e termina la fermentazione in damigiane da 54 litri dove rimane fino alla primavera subendo solo due travasi in luna calante, uno ai primi di novembre e uno a febbraio. Viene imbottigliato a mano con la prima luna di marzo e non si aggiunge solforosa in nessuna fase della vinificazione“. Il risultato oggi, ed è prestissimo per una valutazione, racconta di un rosato che vive un interessante conflitto tra le sue parti più morbide, dolci, mature, ed un’indomabile anima sapida, praticamente salata. Due livelli di profondità che sul finale si fondono molto bene, un equilibrismo che porta ad un assaggio di spessore, coinvolgente ed appagante.

L’idea dichiarata, a partire dalla prossima vendemmia, è quella di anticipare la raccolta di qualche giorno e di cercare una maggiore tensione verso le durezze. Vedremo, quello che è certo è che le basi ci sono, eccome, e che da queste parti si seguirà con grande interesse il risultato.

E adesso scusatemi, vado a finire la bottiglia.

Il Trebbiano d’Abruzzo 2009 di Valentini (con parole non mie)

Mentre ieri ascoltavo leggere queste righe ho sentito l’urgenza della condivisione. Non solo perchè è scheda impeccabile, una di quelle capaci di trasportare fisicamente il lettore dentro al vino, ma anche per l’amore smisurato che traspare passo dopo passo, per l’affetto e per la partecipazione emotiva -così evidenti- che gli autori provano nei confronti dell’ennesimo capolavoro della cantina di Loreto Aprutino.
Sono le parole, le gran belle parole, di Marco Durante e di Danilo Marcucci. Grandi amici e maestri.

Di questo vino impressiona la fusione magistrale, elegante e partecipe, di due diverse anime: una sensualità quasi scabrosa -inquietante- e una delicatezza corale che conforta e allieta. Il bicchiere è giallo paglierino, delicato, attraversato da lampi ancora verdi; la sua inusuale densità nasconde una giovinezza profondamente ormonale, amorale, che ingabbia una luce che scalda il colore con la sua forza. Di colpo esce una furia sulfurea -abissale- che scuote il naso prima di sterzare su toni viscerali, territoriali, di carne secca, brodo e mare. Poi il vino sorprende ancora con una florealità primaverile di margherita e luppolo e un vapore languido di limone maturo e caldo. L’ingresso in bocca disorienta anche chi questo vino lo frequenta assiduamente: la modalitá soave del corpo si adagia sul palato, ha del tenero e del magico; dura un attimo ma questo è un passaggio sublime della dinamica gustativa, si fissa nella mente e nel cuore. Appena inizia a scorrere sulla lingua torna la sua estrazione terrosa fortemente pregna di umori, ravvivata da una sapidità nitida. L’acidità che gioca, punzecchiando il sapore e allungandolo, trascina l’immagine olfattiva iniziale, declinando con precisione una mirabile carnosità. Il finale spiazza di nuovo per la delicata, lunghissima e raffinata anima linfatica, di erbe, tisane e fiori.

+ Reattivo e riposante, vive di preziosi contrasti mirabilmente fusi in una sintesi rara di forze primigenie.

Tagliatelle fatte in casa cotte al dente con ceci e baccalà. La sapidità grassa del baccalà, la dolcezza polverosa e terragna dei ceci, la consistenza e l’amabilità della tagliatella cotta “al dente” si sposano con un’acidità viva ma non aggressiva, con una sapidità elegante e con una presenza viscerale degli estratti che emancipano la semplicità saporosa del piatto.