Tutti i Massimiliano Croci del mondo

È che più o meno all’ultimo momento mi sono trovato con la serata libera. Venerdì pomeriggio, alle sei o giù di lì. Rimanere a Milano o cosa? L’idea di salire in macchina, prendere la direzione di casa e fermarmi lungo la strada è stata pressoché immediata. E poi era davvero troppo tempo che non tornavo in cantina da Massimiliano Croci. La prima (e fino all’altro giorno, unica) fu visita un po’ rubata, di passaggio tra un impegno e l’altro. Giusto il tempo per una veloce chiacchierata e qualche acquisto.

Tra l’altro Castell’Arquato è un borgo davvero bello. Così nostalgico, così elegante. È lì che Massimiliano ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia ormai quasi quindici anni fa. Oh, stiamo parlando di un ragazzo allora poco più che ventenne, capace di un coraggio che invidio e stimo al tempo stesso. Avete presente? Lì intorno pensare nel 2002 o nel 2003 di continuare a produrre quelli che solo oggi sono considerati come i vini della tradizione era una cosa da pazzi scatenati. Stiamo parlando di un periodo storico che ha visto praticamente dall’oggi al domani rifiutare non solo una tipologia ma il significato stesso, inteso in senso culturale, dei vini a rifermentazione in bottiglia. Invece no, per Massimiliano allora era impossibile pensare di passare come avevano già fatto tutti i suoi vicini all’autoclave e a quei vini tutti uguali tra di loro. Scelta difficile, difficilissima. Per lui, per tutta la sua famiglia.

Una scelta che oggi Massimiliano rivendica come l’unica possibile, l’alternativa è infatti oggi rappresentata da una continua rincorsa verso il prezzo più basso per una tipologia, quella dei Colli Piacentini, che non brilla certo per qualità media. C’è il Monterosso, forse il suo vino che preferisco, il più tipico dei vini bianchi di Castell’Arquato. Un blend che vede protagoniste trebbiano e malvasia. Un vino secco e gustoso, dritto e dissetante. Uno di quelli che richiamano immediatamente quelle atmosfere un po’ estive, aperitivi giusti quando il sole è ancora alto. C’è il “Lubigo”, un bianco leggermente macerato sulle bucce e prodotto da sole uve di ortrugo che spicca per ruvidità e per profondità. Uno di quelli che richiamano sempre il sorso successivo, tra una fetta di salame ed un pezzo di formaggio. Infine c’è il Gutturnio, classico blend di barbera e di bonarda. Un vino rosso lungo e trascinante, brioso e saporito. Perfetto collegamento tra i Lambrusco delle provincie di Modena, Reggio Emilia e Parma e le Barbera che si cominciano a trovare pochi chilometri più in là, in Lombardia.

Un produttore, Massimiliano Croci, che spicca per continuità e per costanza. I suoi sono infatti tra i più affidabili vini a rifermentazione in bottiglia che io conosca, sempre lineari e limpidi nella loro consapevolezza. Vini solidi, verrebbe da dire. Invece no, non in questo senso almeno: è proprio una certa, lontana fragilità a renderli così romanticamente affascinanti.

Trasparenza per un mondo migliore: venerdì sera sono stato ospite di Massimiliano e di sua sorella nel Bed&Breakfast che hanno appena finito di ristrutturare alle porte di Castell’Arquato. Un luogo semplice e delizioso (ancora grazie).

La carta dei vini di Lattughino

A proposito di Lattughino non è più possibile parlare di startup. È realtà che nell’arco di poco tempo si è affermata come riferimento nel mondo del delivery e del take-away di qualità, per ora solo a Milano. Ingredienti giusti, un bel po’ di inventiva ed un sacco di passione sono gli elementi che ne hanno decretato il successo. Ed è solo l’inizio.

Per loro, sono cari amici, ho curato i testi della piccola carta dei vini che dal mese scorso accompagna il menu serale (clicca sull’immagine per ingrandirla).

Assaggi vari, in mancanza di altro

Si, sto scrivendo davvero poco. E si, sarebbe bello dire che sono completamente concentrato in altri progetti, che sono immerso nel lavoro o chissà cos’altro. Ma non sarebbe (del tutto) vero: quella che manca è la spinta, quella che ti porta a scrivere in qualunque momento libero della giornata, quella che ti porta a stare qualche minuto in più alla tastiera piuttosto che svenire a letto, la notte. In attesa di nuove ispirazioni ecco qui due o tre assaggi, assolutamente a random:

Toscana IGT Bianco, Il Paradiso di Manfredi 2006. Ok, parliamone. Più eccezione che regola è la dimostrazione che anche a Montalcino possono nascere vini bianchi di grande interesse. L’uvaggio è quello tipico del centro Italia, malvasia e trebbiano. L’assaggio profondo, dinamico e sfaccettato. Forse non così lungo e tagliente (in caso si sarebbe gridato al miracolo) ma piacevolissimo. ***+

Colli Piacentini DOC, Croci “Monterosso” 2004. Grande vitalità, ad oltre sei anni dall’imbottigliamento questo “sur lie” mantiene un’anima galoppante. Il naso è fantastico: le note sono calde, avvolgenti, nitide. In bocca acidità, corpo, e la sensazione di un vino capace di continuare la sua strada ancora a lungo. Un po’ largo sul finale. ***+

Freisa d’Asti DOC, Cascina Gilli “Vigna del Forno” 2008. Eccolo, un grande vino da tavola. Una freisa che mi piace tantissimo, che fa della bevibilità la sua caratteristica principe. Non stanca, è gustosa, non aggredisce il palato. Un’altra bottiglia, grazie. ****

Monferrato Rosso DOP, Forti del Vento “Ventipassi” 2009. Curioso assaggiare un nebbiolo che viene dal dolcetto, da Ovada. E, guardate, è bicchiere davvero sensato nel suo essere equilibrato. Certo, il naso gioca sull’immediatezza del frutto ed anche in bocca emerge per succo, certe eleganze sono sicuramente altrove. Ma ha parecchio fascino, e tanto mi basta. ****-

Rosso di Montalcino DOC, San Lorenzo 2008. Bellissimo esempio di un solo apparentemente piccolo sangiovese. Al naso il meglio di sé, già così profondo e pungente. In bocca è fresco, dinamico, bello. ****-

Barbaresco DOCG Gaja 1986. Annata minore, e si sente (in particolare in bocca). Al naso però l’impressione è subito quella di avere a che fare con un grandissimo nebbiolo. Evoluto ma tipicissimo, dolce, invitante. In bocca tutto è più soffuso, in particolare per una certa mancanza di grip. Ma la corrispondenza è quella dei grandi, tutto torna.  ****+

A cena sui lieviti

La loro schiettezza, la loro capacità di chiamare immediatamente il sorso successivo. La loro profondità e il loro senso compiuto a tavola, compagni ideai di molti piatti. Vini della gioia, che solo negli ultimi dieci anni sono prepotentemente tornati alla ribalta nonostante in alcuni luoghi siano legati alla nostra cultura rurale da generazioni. I vini sui lieviti, o sur lie.

Eccone alcuni, era cena dedicata a loro (alla cieca, ovvio).

Casa Coste Piane, Prosecco “Brichet” 2009: Piacevolissimo nell’esprimere tutta la tipicità del vitigno. In bocca è soffice, elegante, sfaccettato e profondo. Grande bevibilità con quella chiusura che richiama il bicchiere successivo. Estivo. ****+

Croci, Ortrugo 2009: Impossibile non riconoscerlo tra mille, in particolare al naso. Così duro, al tempo stesso ostico e generoso. E poi quelle note aromatiche, calde, che poi sfumano verso l’amarognolo. Arcaico, nel senso più positivo del termine. ****

Tessère, Rosato di raboso “Redentor” 2007: Ricco, largo ed avvolgente. Peccato per la grana del perlage, noncosìfine e noncosìelegante. Perchè c’è polpa in un bicchiere che in particolare in bocca coniuga materia e leggerezza. ***

Camillo Donati, “Il mio trebbiano” 2009: Qualche minuto per aprirsi ed ecco la magnifica espressività di questo trebbiano, apparentemente irriproducibile altrove. Netto, mai troppo aggressivo ad introdurre una bocca avvolgente (ma secca, eccome), profonda e lunghissima. La via Emilia in un bicchiere. ****

Barbacarlo 2000: Autunnale, ad occhi chiusi impossibile la mente non corra verso le Langhe, verso certi grandi nebbioli. In un’annata minore regala una bocca stupefacente per vitalità: ci sono sapidità e freschezza, complessità e grande armonia per un finale che ritorna prepotentemente sul naso, sull’appassimento del frutto, sull’erba bagnata, sulla foglia secca. Struggente. *****

Vittorio Graziano, Lambrusco “Fontana dei boschi” 2004: La profondità del lambrusco: frutto, certo, affiancato da note balsamiche ed erbacee. Un’evoluzione nobile che introduce ad un assaggio di grande profondità e fascino. Appena largo sul finale, ma quanta polpa, quanta sostanza. ****

Casa Roma, Raboso “Pro Fondo” 2007: Impenetrabile, scurissimo. Sorprendente al naso, al frutto (scuro) affianca note minerali che riportano al ferro. Straordinario anche in bocca, netto, tanto succo affiancato da una freschezza invidiabile. Bel finale elegante, mai sopra le righe. ****+

Menti, Recioto di Gambellara “Sur lie” 2009: Bellissimo naso, tanto ricco quanto fresco. Tre note in particolare: arancia, iodio, salvia. Certamente dolce, sorprendentemente scorrevole, sicuramente buonissimo. Gran finale, appena amarognolo. ****

Spoleto, Vini nel Mondo

Vini nel mondoQuando scrivi un post per punti o non hai tempo o non hai idee. Oppure entrambe le cose.

. Di ritorno da quella bella manifestazione che è Vini nel Mondo pensi che sei perseguitato dal sangiovese tagliato con altri vitigni. Che tutti ne avevano un po’ da farti assaggiare. Con il merlot. Con il cabernet sauvignon. Con il montepulciano. Con il petit verdot. Con il cabernet franc. Con il sagrantino. Con il syrah. E probabilmente ne hai dimenticato qualcuno. Poi però sei stato ad una splendida degustazione di Brunello guidata dal Sangiorgi. E tutto è andato meglio.

. Si, scriverai di quella degustazione, nei prossimi giorni.

. Peccato per la pioggia. Visto che non avevi l’ombrello.

. E se è vero che tante cose non ti sono piaciute ricorderai con soddisfazione tutti i vini di Croci, che Stefano ti aveva incuriosito scrivendone su Appunti digòla. Emozioni di ghiaccio su tutti. Emozionante, volendo essere ripetitivi, ma tant’è.

. E il nebbiolo della piccola denominazione, dei produttori di nebbiolo di Carema.

. Ti ricorderai che il coda di volpe de la Fattoria la Rivolta non ti ha conquistato. Che il Rosso Outsider di Caprai è quanto di meno umbro ci sia in regione. Che il Trebbiano Spoletino di Tommaso Coricelli ha un suo perchè, nonostante la grande acidità. E il suo Rosso di Montefalco ti rimarrà, perchè ribelle e coraggioso al punto giusto. Che la Cantina Cerveteri fa una Malvasia che costa una miseria e che a suo modo torna, grazie anche alla grande mineralità. E che Castello di Torre in Pietra fa un Syrah che riberrestri volentieri.

. E sai che ti stai dimenticando qualcosa. No, i cartelli te li sei ricordati. Ti piacevano un bel po’.

. E poi potresti tornare, magari lunedì. Visto che in due ore hai visto poco. Giusto per una passeggiata a Spoleto.

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