Fauno, il Chianti di Pancole

Continua la mia totale sintonia con il 2010. Un millesimo capace di essere nella stragrande maggioranza dei casi molto fresco, estremamente equilibrato, mai eccessivo. In una parola: elegante. Ci sono illustri eccezioni (il Carso, tra le altre) ma girovagando qua e là per l’Italia è difficile non imbattersi in vini di grande fragranza, vini irresistibili per quella bella tensione che riescono a trasmettere. In particolare in Toscana: ho ancora in bocca il memorabile Montevertine 2010 dell’altra sera, vino che non mi stancherò mai di bere e che invece, visto l’esiguo numero di bottiglie presenti in cantina, so già che finirà fin troppo presto. Non solo però, su e giù per il Chianti c’è davvero da divertirsi.

Prendiamo l’Azienda Agricola Pancole. Una realtà nata nel 2009 non lontano da San Giovanni Valdarno (Arezzo) che mi sono ritrovato ad assaggiare un po’ per caso e che non conoscevo. E della quale, guarda un po’, il 2010 mi è piaciuto tantissimo. Un Chianti (non Classico) di grande carattere, fresco e tipico esattamente come potete immaginare: sfaccettato per florealità, luminoso per acidità, sorprendente per profondità. Un vino bellissimo, uno di quelli dalla beva travolgente e dal prezzo particolarmente centrato, mi sembra di poco sopra i dieci euro in enoteca.

Prossima tappa, andare direttamente in cantina per farne incetta.

L’elegante fragilità dei Chianti del Casale


Non sapevo bene cosa aspettarmi, giovedì scorso. Il programma della serata prevedeva, dopo un aperitivo in compagnia di Matteo Furlani e dei suoi spumanti (un sur lie e due metodo classico di cui scriverò sicuramente), una cena con i vini dell’Azienda Agricola Casale, vicino Certaldo, Firenze. Cioè, io non solo non li conoscevo, ma non avevo neanche mai sentito nominare la cantina. La mia curiosità nasceva grazie ad alcune segnalazioni provenienti dalla redazione di Porthos, pare che da quelle parti i loro Chianti fossero prepotentemente entrati in agenda dopo diversi assaggi ed una visita in zona.

Insomma, arrivo in perfetto orario al ristorante, saluto alcuni amici e tempo una decina di minuti mi siedo, stanco ma al tempo stesso molto interessato ad assaggiare questi vini di cui ho così tanto sentito parlare. Via. Il primo è uno Charmat da trebbiano che, bontà sua, ho dimenticato circa dieci secondi dopo averlo assaggiato. Oddio, non era neanche così male. Ma insomma, niente per cui perdere la testa, davvero. Il secondo bicchiere cambia colore, e diventa un rosato da sangiovese che centra perfettamente la tipologia. Forse semplice ma certamente appagante, così nitidamente legato ad alcune delle sensazioni che più associamo al vitigno. Ciliegia, marasca, fragola. La fragranza qui non è un’idea astratta ma una sensazione reale. Era un 2009 e sul taccuino ho scritto “ottantadue”, a ripensarci forse sono stato appena corto. Il terzo bicchiere si chiama sangiovese, ecco il 2011. Un assaggio che nonostante l’evidente residuo zuccherino riesce ad essere equilibrato e di una certa eleganza. Un traguardo mica da poco, in particolare ripensando ai tantissimi assaggi della stessa vendemmia degli ultimi tempi. Un “ottantaquattro” scritto velocemente, ci può stare.

Tre bicchieri, e fino a qui nessuna vera scintilla, tanto che il mio livello di attenzione nel frattempo era drammaticamente calato. Con un orecchio sentivo parlare Antonio Giglioli di biodinamica, di quanto sia filosofia produttiva abbracciata ormai da un trentennio (tutta la produzione del Casale è certificata Demeter) e con l’altro ascoltavo le voci che mi circondavano: assaggia quello, assaggia questo, cosa ne pensi, eh, davvero, si, ok, mah.

Fino alla batteria dei Chianti Riserva.

Bum. Quattro vini che hanno risvegliato tutti i miei sensi quasi immediatamente. Un 1986 di grandissima pulizia, caratterizzato da un terziario delicatissimo e da una bocca fresca ed appagante, tesa, non travolgente ma anzi, meravigliosamente più sussurrata che urlata. Un 1999 che non mi sembrava vero. Elegante come non mai, sangiovese all’ennesima delicatezza. Purissimo, altissimo, levissimo. Leggiadro, così capace di svelare tutta la sua profondità grazie anche ad una balsamicità rinfrescante. Forse severo ma al tempo stesso fragile, quasi vivesse in uno stato di magico equilibrio. Un 2004 paradigmatico, che era tanto tempo che non assaggiavo un Chianti così elegante, bevibile nella migliore accezione del termine, slanciato. E poi un 2005 preso da vasca (!) che ne metterebbe in fila tanti, ma che a sentire le parole di Antonio Giglioli non è ancora del tutto pronto. E ho detto tutto. Vini che mi hanno stupito come non succedeva da tempo, vini che sarebbe divertente mettere alla cieca insieme ad alcuni dei grandi nomi del sangiovese italiano. Ci potrebbero essere sorprese. E poi la straordinaria pulizia di tutta la batteria, quando si parla di naturale e di vini prodotti senza alcun controllo della temperatura non è mai facile trovare vini così eleganti.

Inutile dire che sto già organizzando una trasferta a Certaldo. Urge vederci chiaro, presto aggiornamenti.

Anteprime, il Chianti (no, non quello Classico)

Sono praticamente appena tornato da Firenze: ieri pomeriggio (per la prima volta) il Consorzio del Chianti (quello allargato) aveva organizzato una sorta di anteprima. Una presentazione del territorio e dell’annata, la 2011. L’idea era ed è quella di promuovere un territorio estremamente produttivo ma che, al tempo stesso, sembra essere sempre un po’ ai margini della comunicazione del vino toscano. La data tra l’altro non era casuale, si inseriva appena prima di tutte le altre anteprime, da San Gimignano al Chianti Classico, Dal Nobile di Montepulciano al Brunello di Montalcino. Giornalisti presenti: a pacchi, gran parte dei quali (tutti?) erano ospiti del consorzio stesso, il sottoscritto compreso.

E sapete cosa? Nell’arco di un pomeriggio io non sono neanche lontanamente riuscito a farmi un’idea precisa. Per capirci, il Chianti DOCG racchiude circa duemilaseicento aziende, ci sono quasi undicimila ettari di vigna iscritti alla denominazione che complessivamente producono qualcosa come ottanta milioni (!) di bottiglie all’anno. Presenti all’anteprima a Palazzo Borghese c’erano una cinquantina di aziende precedentemente selezionate dallo stesso consorzio, appena il due per cento del totale.

Dopo la lunga conferenza stampa ho timidamente assaggiato una quindicina di campioni “atti a diventare Chianti DOCG 2011”. Inizialmente entusiasta, bicchiere dopo bicchiere mi sono reso conto dell’oggettiva impossibilità di valutare un’annata difficile come quella appena trascorsa. Non (solo) per l’ampiezza della denominazione, neanche per le diverse interpretazioni presenti (dai vini più cotti a quelli che invece mantenevano una certa fragranza), quanto per il fatto fossero vini che in teoria potrebbero entrare in commercio tra poche settimane ma che nella pratica saranno destinati ad un ulteriore (anche lungo) affinamento in cantina prima di vedere il mercato.

Girando invece tra i banchi d’assaggio e bevendo molti Chianti 2010 mi sono subito riappacificato con la tipologia. Ho trovato infatti alcune aziende capaci di proporre un vino fresco, caratterizzato da una bella acidità, un vero sangiovese giovane a prezzi davvero irrisori, mai oltre gli otto euro al termine della filiera. Ok, si, c’erano anche un sacco di cantine che proponevano vini non particolarmente armonici, spesso troppo spinti sulle morbidezze. Piacevoli, certo, ma da un Chianti d’annata io mi immagino grande beva e poca struttura. Più florealità che speziatura. Acidità e freschezza.

Mi sono anche segnato qualche nome: Fattoria Le Sorgenti, Le Querce, Malenchini, Castello di Gabbiano. Ma a posteriori mi sarebbe piaciuto assaggiare con più calma i 2011, magari dividendo gli assaggi per zona di produzione: dai Colli Fiorentini agli Aretini, dai Senesi alle Colline Pisane, Da Montalbano a Rufina e Montespertoli. Chissà, magari l’anno prossimo.

E’ ufficiale, il Chianti in televisione tira un casino

La mia passione per la serialità televisiva è cosa nota. E si, alcune delle migliori produzioni degli ultimi anni ci hanno lasciato. Ce ne stiamo però facendo una ragione grazie ad un palinsesto estremamente variegato ed in cui non mancano, anzi, serie splendide. Per sceneggiatura, regia, recitazione.
Ma andiamo oltre. Stavo guardando, ormai sono passati diversi mesi, un’altra splendida puntata di Mad Men ed un pochino mi ero stupito nel vedere il grande Don Draper ordinare due bicchieri di Chianti, al ristorante (la puntata è la 4×08). E vabbè, ho pensato, si vede che nel 1964 a New York la Toscana cominciava a tirare. E’ stato la settimana scorsa però che ufficialmente mi sono posto qualche interrogativo. La serie è Boardwalk empire (Martin Scorsese e Steve Buscemi, mica gli ultimi arrivati) ed è ambientata nell’Atlantic City del proibizionismo, anni venti. Una delle attrici si avvicina languida verso il letto (1×07) chiedendo, cito testualmente: “more Chianti?“.

Chianti DOCG – Cecchi 2006

Chianti Cecchi 2006Uvaggio: Sangiovese, Canaiolo, Colorino

Sempre a proposito dei vini che scendono direttamente dagli scaffali del supermercato, ho trovato Cecchi in offerta al PAM a 2,99 euro. Ben spesi, si potrebbe quasi dire. Perchè, certo, niente di trascendentale, ma vino abbastanza onesto, che fa della bevibilità la sua caratteristica più importante. Il colore è rosso rubino, con una sfumatura appena più chiara sui lati, con una bella trasparenza. Al naso emergono sentori tipici del sangiovese, quando ancora non è evoluto. Leggermente vinoso, quindi, violetta, mammola, piccoli frutti rossi ed un accenno di speziatura verso la vaniglia. In bocca è piuttosto morbido, più armonico delle aspettative e discretamente persistente. Alla stessa cifra c’è di peggio, molto peggio.

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Chianti DOCG – Sorelli 2005

Chianti DOCG – Sorelli 2005Uvaggio: Sangiovese, Canaiolo e, forse, altri non pervenuti.

Che tristezza. Primo perchè questo vino raggiunge il non fantastico primato di peggiore bottiglia bevuta nel 2007. Secondo perchè la peggiore bottiglia di quest’anno non è un anonimo vino da tavola ma un Chianti a denominazione di origine controllata e (!!) garantita.

Riporto dal sito (www.vinosorelli.com):

Colore: Rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento. Più o meno.. Rosso rubino abbastanza scarico.

Odore: Intensamente vinoso con sentori di mammola e frutti a bacca rossa. All’incirca. Direi più intenso (abbastanza) che complesso (poco). Vinoso: si. Mammola: mmmm. Bacca rossa: si.

Gusto: Sapore armonico, asciutto, sapido, leggermente tannico, che con il tempo si affina al morbido vellutato. Piuttosto disarmonico, poco sapido, poco fresco, abbastanza tannico. Abbastanza caldo, abbastanza morbido. Poco equilibrato. Poco persistente. Poco armonico.

Sopraggiungono sensazioni di tristezza.

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