Ein Prosit e un sorso di acidità

Vero è che Tarvisio (Udine) è davvero lontano ma se per qualche strano motivo questo weekend foste in zona l’occasione potrebbe essere giusta per un paio di bicchieri buoni. Dopodomani, sabato, sarò infatti ad Ein Prosit per partecipare ad una degustazione un po’ particolare, il cui filo conduttore non è rappresentato dai vini ma dalle persone e dal loro percorso.

Ai giorni nostri la comunicazione è divenuta parte fondamentale di qualsiasi attività, commerciale e non. Nel mondo dell’enogastronomia la possibilità di accedere ad informazioni si è dilatata in maniera esponenziale. Buona parte di questa “colpa” è certamente da riconoscere ai giornalisti enogastronomici e ai blog aperti (e talvolta chiusi..) nel corso di questi ultimi anni. Partendo dall’assunto che non esiste “una” lingua del vino perché il vino non è mai “uno”, abbiamo voluto riunire insieme 6 professionisti del mondo del vino, giornalisti e blogger che scrivono per passione e per lavoro, sentire il loro racconto del vino, in particolar modo di un vino, che ha lasciato una traccia memorabile nella loro memoria degustativa e del quale condivideremo l’assaggio.

Accanto ai vini di Marko Fon, di Josko Renčel, di Ferdinando Principiano ed altri avremo modo di assaggiare una delle mie Gueuze del cuore, quella di Cantillon. L’appuntamento è per le 16.00, a Malborghetto (qui il programma della degustazione).

Sono stato a Bruxelles e sono sopravvissuto

Questo post potrebbe iniziare e finire così: vale la pena salire su un aereo e volare a Bruxelles solo per visitare Cantillon. Tutto il resto è un piacevolissimo contorno. O magari no, perchè in fondo quello che mi interessa non è tanto celebrare uno dei birrifici più famosi del mondo, vera e propria meta di pellegrinaggio per tutti gli appassionati, quanto una tipologia -quella dei lambic- che certamente nel quartiere di Anderlecht trova il suo interprete più rilevante. Un attimo. Va infatti precisato che tutto questo continuo viaggiare, visitare cantine, discutere a bicchieri pieni, confrontarsi con amici e con produttori ha a che fare con uno degli aspetti del vino (e della birra) che mi affascinano maggiormente: la rifermentazione in bottiglia. Quella “sporca”, contadina, senza alcun sboccatura. El vin col fondo, come lo chiamano nei territori storici del Prosecco. Il come, il quando, il perchè ogni aspetto porti inevitabilmente ad un risultato differente. Oh, nessuno poi che la pensi alla stessa maniera: potete ascoltare Camillo Donati, Vittorio Graziano, Luca Ferraro, Giovanni Frozza, Loris Follador o il giovanissimo Christian di Ca’ dei Zago, solo per citare alcune delle soste più recenti, ed ognuno difenderà a denti stretti la propria come la tecnica migliore. Non in assoluto, quella che però più si adatta al proprio percorso ed alla propria idea di vino. È infatti al vino che va ogni pensiero mentre te ne stai lì, imbambolato davanti alla grande vasca di raffreddamento di Cantillon. Il luogo dove succede ogni cosa. Si tratta di una vasca di rame molto grande, larghissima e dai bordi particolarmente bassi, capace di contenere gli oltre settemila litri di mosto che dopo la bollitura ed una prima e grossolana filtrazione vengono pompati al suo interno. Ovviamente la forma è funzionale al suo scopo: permettere al mosto di raffreddarsi e al tempo stesso di venire in contatto con i lieviti che sono naturalmente presenti nell’ambiente. Si tratta infatti di una stanza senza finestre vere e proprie, un sottotetto in cui lo scambio d’aria con l’esterno è continuo grazie alle grandi feritoie presenti sui lati (vedi foto). È qui che il mosto viene letteralmente colonizzato dai lieviti tipici della zona, quegli organismi che porteranno alla successiva fermentazione alcolica in grandi botti di rovere (per la cronaca, per la rifermentazione Cantillon -come tutti i produttori più tradizionali- aggiunge in imbottigliamento una piccola quota di birra giovane, ancora ricca di zuccheri). Se esiste un contatto tra il (grande) vino e la birra è certamente questo: il mosto, l’ossigeno, i lieviti, il tempo. La tecnica in funzione del luogo. E guardate, bisogna davvero andarci, a Bruxelles, anche per sentire l’odore all’interno del birrificio. Un aroma leggermente acre, profondo, a cui qualunque appassionato di vino non può rimanere indifferente. L’odore che si avverte in ogni grande cantina.

Dieci vini per il duemiladodici, e dieci canzoni

And here we go again. Ecco un post immancabile, quello che chiude un’annata quanto mai povera di novità in campo musicale e che apre la strada alla prossima. Dopo il 2010 e il 2011 il format è ormai rodato, sono dieci vini che hanno accompagnato e caratterizzato queste quattro stagioni (senza ripetere quelli già citati le altre volte) e dieci canzoni rigorosamente uscite durante l’anno, quelle in assoluto più ascoltate, quelle che ho preferito nonostante trovarne così tante non sia mai stato così difficile. Un anno, questo 2012, certamente da ricordare per l’impressionante quantità di cose successe. Alti e bassi, cose bellissime e cose da lasciarsi alle spalle il prima possibile. Da queste parti, al solito, si guarda avanti con entusiasmo ed energia. Dai.

Cirò, ‘A Vita – Inevitabile cominciare da qui e da “A sud di nessun nord“, viaggio nato un po’ per caso e raccontato giorno dopo giorno su queste pagine per quasi un mese (qui l’itinerario). Un percorso non solo geografico che non dimenticherò mai e che trova nel lavoro di grandi vignaioli come Francesco De Franco il suo senso più compiuto. Che poi i suoi Cirò siano poi tra i vini più buoni assaggiati quest’anno non è altro che un piacevolissimo contorno. Grande.

Of Monsters and Men, Mountain Sound

Faro, Bonavita – Lo Stretto di Messina tanto come luogo geografico quanto come luogo mentale. Di distacco e di confine. Dalle colline e dai (pochi) vigneti sopra Punta del Faro, esattamente dove qualcuno ipotizzava il ponte sospeso più lungo del mondo, Giovanni Scarfone illumina tutto il territorio con un vino di rara personalità. Grande (e due).

TV Girl, Loud and Clear

Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Pietracupa (di là) – Montefredane, Avellino. Ma che vini pazzeschi produce Sabino Loffredo? Grande (e tre).

Malika Ayane, Tre Cose

Aglianico del Vulture, Carbone – Cioè, davvero nel 2010 e nel 2011 non avevo nominato i vini di Sara e Luca Carbone? Grave, rimedio subito. Anche per la bellezza di un legame, stima ed amicizia, che ogni volta rivedo nel bicchiere. E poi il Vulture, luogo del cuore.

Chris Cohen, Caller No.99

Barolo Brunate-Le Coste, Rinaldi O della generosità, sensazione a cui rinuncio con fatica.

Bon Iver, Air Studio Session

Boca, Le Piane – Un vino che rappresenta il forte percorso di avvicinamento ai nebbioli del nord iniziato quest’anno. A Ghemme, Gattinara, Boca ma anche Carema e la Valtellina. Non posso scrivere altro che: sto arrivando.

Montevideo, Castles

Dolcetto, Pino Ratto – Ogni volta che qualcuno si presenta con una vecchia bottiglia de Gli Scarsi o de Le Olive mi brillano gli occhi. E poi quella sensazione di avere sempre a che fare con una bottiglia che potrebbe essere l’ultima.

Asaf Avidan, Different Pulses

Vino Nobile di Montepulciano Riserva, Crociani – Non solo perchè si tratta di uno dei Montepulciano più buoni (mai) assaggiati ma anche perchè è sangiovese di grande fascino e austerità, diverso – penso alla vicina Montalcino o alle zone più meridionali del Chianti Classico) e al tempo stesso di grande personalità. Non teme paragoni.

Jens Lekman, I Know What Love Isn’t

Capo di Stato, Conte Loredan Gasperini – Dedicato a tutti quei vini che nonostante siano meno mainstream – per zona di produzione, per vitigni, in generale per coolness – hanno personalità da vendere.

Grimes, Oblivion

Lambic, Cantillon – Unico non vino, quest’annata passa anche da qui. Non posso non ricordare infatti con piacere le tantissime serate, era la scorsa primavera, passate al pub vicino casa: ogni volta l’occasione era buona per assaggiare un nuovo lambic. Difficile sceglierne una, sono troppe le birre di Cantillon che mi hanno portato via un pezzo di cuore. So solo che a Bruxelles ancora non ci sono andato, il 2013 (forse) sarà l’anno giusto.

Chromatics, Kill for Love

Questo è quanto, durante una giornata dal sapore ancora natalizio non posso che sperare che anche voi abbiate sempre in tasca un bel pacchetto di gioia da asporto da consumare all’occorrenza. Buone feste, di cuore.

Lambic, Cantillon, banalità


Questa sera ero in birreria ad assaggiare un po’ di Lambic. Birre “nuove” nel senso di appena arrivate, etichette che prima non c’erano e che da oggi si vanno ad aggiungere alla buona selezione già presente. L’idea, nata tra una chiacchera e l’altra qualche giorno fa, è quella di organizzare una serata dedicata alla tipologia (si, appena avrò dettagli più precisi la segnalerò anche qui) per la prima metà di febbraio. Una piccola panoramica che quasi sicuramente vedrà protagoniste una Framboise (ai lamponi), due Kriek (alle ciliegie) e tre Gueze (nessuna aggiunta, è quella che si ottiene dalla rifermentazione in bottiglia di una miscela di lambic più giovani).

Tutto questo per dire cosa? Solo che tra i tanti assaggi di queste settimane c’è evidentemente un produttore che si è imposto in cima alle mie personalissime preferenze: Cantillon. Facile, direte, è di gran lunga considerato il più tradizionale tra i pochi produttori ancora attivi. Eppure in birreria non tutti la pensano come me, amano un’idea di birra più rotonda, meno dritta, meno “acida”. La mia sensazione è quella di avere a che fare non solo con prodotti di grande stoffa ma soprattutto di grande purezza espressiva, prodotti in alcuni casi molto magri, duri, dritti ma al tempo stesso straordinariamente eleganti.

La Rosé de Gambrinus, una Framboise fresca e al tempo stesso magnetica. O la Lou Pepe, una Kriek (ma c’è anche la versione ai lamponi) la cui fermentazione in bottiglia viene attivata da un liquore dolce e che sa essere lenta ed avvolgente. La Gueze 100% Bio da cereali da agricoltura biologica è secca, amara, pungente e lunga. E poi la Kriek, quella dell’altra volta. Insomma, per ora la cosa sta prendendo una piega inaspettata, sono birre che mi piacciono tantissimo e che mi incuriosiscono oltremisura. Mi sa che l’unica soluzione è quella di andare a Bruxelles, il prima possibile.

La Kriek di Cantillon

Lambic quindi. In breve la Kriek è una particolare tipologia che prevede l’aggiunta di ciliegie intere nelle botti di affinamento della birra, la proporzione è di circa 20/30 kg di frutta ogni 100 litri di Lambic. Dopo la successiva fermentazione e comunque dopo alcuni mesi di macerazione la Kriek viene imbottigliata. È in questo momento che si aggiunge una piccola quantità di Lambic più giovane capace di fare partire la terza ed ultima fermentazione, quella in bottiglia. Sembra facile, sicuramente non lo è affatto.

A berla si riconosce subito, anche da lontano. Le ciliegie infatti donano alla Kriek un colore tutto particolare, paragonabile forse al cerasuolo nel vino. Un rosato molto convinto, più scuro al centro e più delicato sui lati. Al naso è fantastica: avvolgente, profonda, morbida grazie all’evidenza del frutto e dritta per la percezione di una certa acidità. In bocca è un colpo di fucile. Dimenticate le dolcezze, qui l’acidità regna incontrastata. E si, le ciliegie continuano ad essere riconoscibili ma è aroma che fa da contorno ad un Lambic deciso, netto, pulito. Un Lambic che nonostante tutto sembra particolarmente equilibrato. Il finale poi convince, sfumato e leggermente astringente. Che altro? Questa dell’altra sera, una classica mezza bottiglia da 37,5 cl, era stata imbottigliata nel 2008 e viene via a cinque euro, centesimo più, centesimo meno. E si, è un’acidità che conquista.

Il Lambic e l’anello mancante tra la birra e il vino

Chissà come mai, per un sacco di coincidenze (predisposizone certo, ma anche l’apertura di una nuova birreria a due passi da casa) in questi giorni pre e post natalizi mi ritrovo sempre più spesso a bere, dopo cena, uno o due Lambic. Birre definitive, gustosissime, di grande acidità e stoffa. Birre che, è sicuro, non possono lasciare indifferenti. Gueuze e Kriek le tipologie che vendono qui, Cantillon e Girardin gli unici due produttori al momento a scaffale.

La birra è per me una continua scoperta, un mondo che mi affascina e che piano piano sto cercando di conoscere. Insomma, tutto questo per dire che mi sono messo a leggere qua e là e che ho trovato un articolo di Kuaska che, se avete voglia di approfondire il Lambic, va assolutamente letto. È qui, si apre un pdf.