Sauvignon dell’Emilia IGT – Camillo Donati, Il mio Sauvignon 2007

Sauvignon | <10 €

Il Sauvignon di Camillo Donati mi piace perchè ha una bevibilità straordinaria. E certo, questo è un leitmotiv di praticamente tutti i suoi vini.

Mi piace perchè il colore ammalia, nel suo conciliare un’anima frizzante ed un colore che tende ad essere opaco.
E poi è vero che in apertura forse le sensazioni tendono ad essere un po’ chiuse, ma è questione di pochi minuti perchè esca in tipicità. Sono sentori maturi, di albicocca, di arancia amara, ma anche vegetali. E poi ci sono delle note che sembrano venire da una certa evoluzione in bottiglia, che donano profondità. Se mi spiego.
In bocca è avvolgente, morbido ma appena tannico con un accenno di astringenza, certamente piacevole. Perchè scorre, è fresco, integrato, armonico quando alla fine tornano alcune delle sensazioni agrumate.

Ecco, è un Sauvignon che mi piace perchè è un aperitivo al mare ma anche un compagno che non teme abbinamenti su una tavola invernale.

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Di ritorno da Vini Naturali a Roma


Ci sono manifestazioni che vorresti avere non solo poche ore, ma diversi giorni a disposizione. Sarà per l’ambiente, rilassato ed informale, e per gli amici incontrati. Sarà per la qualità media elevatissima delle bottiglie presenti. O forse per il fatto che i produttori sono tutti lì, felici e disponibili.

Ed invece l’orologio è tiranno, ed il tempo disponibile è solo quello di un pomeriggio, scarso. Allora eccoti sempre con l’occhio alle lancette, curioso di scoprire cose nuove e di riassaggiare amori. Ecco, la persona organizzata avrebbe controllato l’elenco dei presenti sul sito ed avrebbe stilato una bella lista con quelli imperdibili. Tu invece no, ti sei dimenticato e ti fai trasportare da un “devi assaggiare questo” ed un “hai provato quello?“. Che non è così male, in effetti, perchè poi, a casa, a riguardare le note scritte veloci e nervose su un foglio stropicciato scoprirai che ne avrai scoperte davvero di cose interessanti e nuove. Ed avrai anche riassaggiato quei grandi che ti emozionano, che solo quelli valevano il viaggio ed il nubifragio verso la capitale.

Prendiamo Cappellano, per dire. Tu non è che tutte le settimane ti ritrovi al bar sotto casa a discutere di Piè Rupestris o Piè Franco, annusando il bicchiere. Due Barolo 2005 straordinari, vibranti, vivi, forti. Per non parlare di un Barbera 1999 che sembrava ieri, a guardare a freschezze e complessità.

Il Sagrantino di Giampiero Bea, che senza esitazioni inserisci tra i grandi italiani, ben oltre la sola denominazione. Ed il Trebbiano Spoletino, uno sconosciuto innalzato ai ranghi di nobile.

Radikon ed il suo merlot, una carezza. E certo, i bianchi, ma non hai necessità di ribadire l’ovvio. E quelli di Zidarich, certo.

In Toscana Podere le Boncie, il cui chianti Classico 2006 è di una tipicità straordinaria, e Massa Vecchia, di cui finalmente avrai scoperto il Rosato e la Malvasia, due piccoli miracoli per rapporto qualità/prezzo.

Queste le conferme. Perchè poi, al bar sotto casa, potrai bullarti con gli amici di avere finalmente conosciuto Camillo Donati, quello del Lambrusco, e di avere assaggiato una Malvasia secca che ti ha portato via, direttamente nelle campagne di Parma. Altro che Roma.

In Sicilia finalmente avrai avuto modo di mettere mano alla produzione di Arianna Occhipinti e ad un Frappato che non solo ti ha stupito. Ti ha ammaliato. Vuoi mettere? E poi un’azienda nuova, che vinifica da poco. Graci ed un Etna Rosso di solo Nerello con tutta una serie di profumi che ancora non ti spieghi come sia possibile.

A Verona ti ha incuriosito il Ripasso di Corte Sant’Alda. Fruttato, fresco, libero e piacevolissimo. Lì vicino, verso oltre Soave, uno dei dolci più interessanti degli ultimi tempi. Il Recioto di Gambellara di Angiolino Maule, teso e pulitissimo.

A sud il Fiano di Ciro Picariello, forse uno dei migliori mai assaggiati. Perchè nessuno te ne aveva mai parlato?

Al di là del confine, poi, una delle tue scoperte della giornata, tale Klinec. Uno che a parlare di bianchi ne metterebbe in fila un’enormità. La ribolla gialla e le sue rotondità, il Pinot grigio di un fascino antico, quasi dimenticato, lo Jakot (o Tokaj), secco e buonissimo e la Malvasia, che sembrava di mettere il naso nel bagnasciuga, in riva al mare, da quanto era sapido e minerale.

Ecco, ci sono manifestazioni che non basterebbero due giorni. Perchè poi guardi sul sito i produttori presenti e ti rendi conto di averne saltato la stragrande maggioranza.
Nonostante questo, però, ti sembra che in molti stiano aggiustando il tiro. Che non hai trovato acidità troppo accentuate in favore di vini spesso molto più equilibrati rispetto anche solo a manifestazioni simili di un paio d’anni fa. E già speri di esserci l’anno prossimo.

La foto in apertura, il Pinot grigio di Klinec, è di Andrea Petrini, uno degli amici sopracitati.

Lambrusco dell’Emilia IGT – Camillo Donati, Il Mio Lambrusco 2007

Lambrusco Maestri ed altre varietà | <10 €

Era un obbligo cominciare a scrivere della nouvelle vague dei Lambruschi da quel Camillo Donati così conosciuto anche oltre i confini regionali.

Il Suo Lambrusco è assaggio di profondità e piacevolezze. Scuro, certo, regala complessità davvero inaspettate. Che qui si va, oltre al frutto iniziale, dal timo al rosmarino, dalla ciliegia al pepe nero. E poi pulizia ed armonia. All’assaggio è più che intrigante, estremamente equilibrato e con una sapidità giusta, integrata. E’ ricco, morbido, un bicchiere chiama immediatamente il successivo.

Un Lambrusco buonissimo.

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La Nouvelle Vague dei Lambruschi

Attenzione, questo post è altamente autoreferenziale. Praticamente racconta, o ci prova, mesi di chiacchere, di incontri e di post su altri blog e social network in genere. E certo, mi coinvolge, visto che mi sono trovato a vivere alcuni di quei momenti in prima persona.
Ma capisco certamente possano non interessare. Ci mancherebbe.

Per essere chiari: non so dire con certezza come sia iniziato tutto questo. E neanche pretendo di riuscire a sintetizzare correttamente quello che può essere successo e che coinvolge decine di persone.
Sicuramente, e questo è un fatto, il merito è dei produttori protagonisti. E dei loro vini. Poi, dopo, viene quello che riguarda l’internet, i blog, il seguente interesse. La cosiddetta viralità. Solo dopo, però.

Ho scritto viralità, o enoviralità, visto l’argomento. Che praticamente è quando un po’ di persone si interessano ad un prodotto. E cominciano a parlarne ed a scriverne. Ad investire parte del loro tempo per fare in modo che tale prodotto venga conosciuto da altri. Si creano delle conversazioni intorno alla questione ed ecco che con il passare del tempo da pochi ci si trova magicamente in tanti.
E’ così che il mercato sta cambiando, è così che le relazioni tra le persone stanno diventando cruciali per il mercato.
Ora, chi si occupa di prodotti reali, e della loro promozione reale, si trova di fronte alla necessità che tutto quello che possa venire detto su un prodotto sia quantomeno sincero, reale, non artefatto. Ed è forse la cosa più dificile.
Ecco, la grandezza, e mi riferisco a quello che è successo fino ad ora, è tutta qui. Che nessuno aveva interessi commerciali nell’incontrarsi a parlare del vino più povero che ci sia. Anzi. Alla base di tutto c’è passione, divertimento, voglia di stare insieme.

Si, ok, ma di cosa sto parlando?
Il Lambrusco è un mondo vastissimo. Le denominazioni di origine sono più di una. I produttori innumerevoli. Le versioni sugli scaffali dei supermercati diverse tra di loro. E’ un mondo difficile da fotografare, almeno per me.
Una cosa, però, è certa. Moltissime bottiglie, ed in generale il nome del Lambrusco, vengono identificate come vini poveri, semplici, sempre frizzantini ed economici. “No, il Lambrusco no, non mi piace“. L’ultima volta che ho sentito questa frase era di un amico modenese, per dire.

Invece, ed è stata una scoperta anche per il sottoscritto, ci sono alcuni produttori che imbottigliano vini fatti di profondità e complessità, che non sono affatto scontati, che spesso sono dei Quasi-Lambruschi, proprio perchè così diversi dalle centinaia di migliaia di bottiglie precedentemente citate. O, addirittura, dei Non-Lambruschi, vini completamente fuori dagli schemi comunemente conosciuti. Vini che spesso vedono altri vitigni protagonisti. Insomma, cose diverse.

C’è un problema, però. Se nessuno ne avesse scritto difficilmente avrei anche solo immaginato questo piccolo mondo fatto di sovversisi del gusto. Si, ok, avevo sentito nominare Camillo Donati e le sue rifermentazioni in bottiglia. Ma personalmente mi fermavo lì.
Per fortuna allora che Stefano Caffarri, su Appunti digòla, stuzzicato dall’enciclopedico gourmet Vittorio Rusinà, la scorsa estate abbia cominciato ad interessarsi alla questione, scrivendo di Barbaterre prima, di Cinque Campi poi.

E non è una questione solo di blog. Anche se spesso questo o quel post possono dare il via a discussioni davvero interessanti, anche altrove. Magari su Facebook, o su Twitter e FriendFeed.

E non è neanche una questione di volontà collettiva. Cioè, nessuno ha ricominciato a lavorare, a settembre, pensando di concentrare i propri sforzi per promuovere dei produttori sconosciuti ai più. Son cose che vengono da sole.

Spesso è questione, anche, di casualità.
Mi ricordo però di una cena in Acetaia San Giacomo, organizzata online, e della curiosità che alcune bottiglie avevano suscitato nei presenti (per inciso, poi, è questo il bello, i Non-Lambruschi non lasciano indifferenti, mai).

Naturale che il passo successivo, viste le neonate amicizie, fosse quello di rivedersi offline. Dal digitale all’analogico, praticamente. E quale migliore occasione se non assaggiare, di nuovo, ma meglio, quelle bottiglie che erano rimaste così distintamente stampate nelle memorie dei presenti (e scriverne, dopo).

Eccola, l’enoviralità.

E se è vero che niente succede per niente, è anche vero che non sarebbe stato possibile se non grazie all’enorme sforzo organizzativo di Alessandro Setti, che ha creato un primo introduttivo incontro a Carpi ed un secondo, più articolato e complesso, con solo lambruschi reggiani ed un produttore presente, vicino Novellara.

Eccole quindi, alcune persone che parlanoscrivonodiffondono un vino. Anzi, in questo caso l’idea di un vino.

Ma la Nouvelle Vague dei Lambruschi, è chiaro, non è cosa nuova, è solo che noi ce ne siamo accorti solo adesso. Camillo Donati, Le Barbaterre, Cinque Campi, Ca’ de Noci, Storchi, Bellei -e ne sto certamente dimenticando qualcuno- sono produttori che hanno scelto di intraprendere una strada diversa. Una strada avventurosa, sicuramente nuova. E, a prescindere da tutte le altre valutazioni, solo per questo meriterebbero un applauso.