Birra vs. vino

In un periodo in cui il vino va sempre più verso una parcellizzazione delle sue etichette sarebbe bello rivendicare il valore dell’assemblaggio. Non tutto il mondo è Borgogna, e spesso nella decisione di vinificare e commercializzare a parte le uve provenienti da un singolo appezzamento si rinuncia a quello che potrebbe essere un tassello fondamentale di quello straordinario mosaico che è il vino.

Su Piattoforte ho scritto una cosa su alcuni aspetti del mondo della birra che potrebbero fare piuttosto bene a quello del vino.

Sono stato a Roma a bere un paio di birre

18.00 La pigrizia, eterna nemica. Due ore e centocinquanta chilometri dalla capitale per andarci quanto? Due, tre volte l’anno? Bisogna rimediare.

20.15 L’appuntamento è in un’enoteca vicino casa: I colori del vino. Piacevole per l’atmosfera, c’è gusto ed attenzione ai particolari, non è da tutti. E soprattutto c’è una bella selezione di vini al bicchiere: ad accompagnarci durante un veloce aperitivo la splendida Cuvée St.Catherine di Domaine Weinbach, riesling di rara eleganza e ricchezza, ed il Brut di Gatinois, solo pinot nero dal comune di Aÿ. Uno Champagne gotico lessi una volta: mai definizione più azzeccata.

22.00 Dopo una breve sosta ed una veloce corsa in taxi eccoci finalmente all’Open Baladin. Ne avevo letto e sentito parlare talmente tanto che era tappa irrinunciabile. Dovevo vedere, toccare con mano. E l’impatto non delude le attese, di fronte all’ingresso un bancone mirabolante per grandezza e luminosità e le centinaia di bottiglie che lo sovrastano regalano un effetto stupefacente. E’ il trionfo dei birrifici italiani; chi anche solo dieci anni fa avrebbe mai immaginato possibile un locale del genere? Ce ne sono tantissime, dalla Baladin (ovvio) in giù. Io, che di birra capisco poco, posso solo dire di aver amato -ancora- la ReAle di Birra del Borgo.

22.30 C’è anche la cucina che regala un’esperienza non indimenticabile. E ci può stare, protagonista qui è la birra (il prezzo? Alto: cinque euro per ogni bevuta da 33 cl a scelta tra le tante spine disponibili). Temperature però sempre perfette, bicchieri giusti, servizio attento nonostante il locale sia davvero grande. Ed intendo grande, praticamente una catena di montaggio al servizio della birra artigianale italiana.

23.30 Il Ma che siete venuti a fa’, eletto dal portale RateBeer come migliore pub del mondo (!) sapevo dov’era, ma per un motivo o per l’altro non mi era mai capitato di mettere il naso oltre la soglia. Anche qui c’è casino, ma è più tranquillo, meno rumoroso e -decisamente- più accogliente. Come quando andavo al pub, erano gli anni dell’università, a giocare a freccette. Rumori e sensazioni amiche. Manuele Colonna, poi, ti rapisce nel raccontare pazientemente le tante birre che offre alla spina, impossibile non amare la tanta passione che trasuda dalle sue parole. Nel bicchiere una stout norvegese, il cui nome era già impronunciabile ieri, impossibile ricordarlo con esattezza oggi (ho già detto che di birra capisco poco?).

00.30 Chi pensa di arrivare qui a Trastevere e trovare chissà cosa è fuori strada. Il Ma che siete venuti a fa’ è l’apoteosi dell’understatement. Piccolo, raccolto, tutta la sua incredibile energia ruota intorno al bancone. Poi, dopo, si sta fuori in piazzetta e si chiacchera amabilmente. Perchè c’è una bella atmosfera, ci sono risate e sguardi d’intesa.

Lunga vita al pub quindi, quello tradizionale. Ma questo è un altro discorso.