Barolo Brunate-Le Coste DOCG Rinaldi 2005 (o della generosità)

Certo che il caso. Da qualche giorno mi girava per la testa l’idea di scrivere un post su una particolare sensazione legata all’assaggio. Non una caratteristica strettamente legata all’analisi organolettica ma un’idea che il vino riesce a trasmettere durante (e dopo) lo stesso: la generosità. Mi capita a volte di ritrovarmi ad assaggiare vini anche molto buoni che ai miei occhi, magari qualche minuto dopo il primo bicchiere, appaiono particolarmente rigidi. Come se non fossero disposti, in quel particolare momento della loro vita, a concedersi completamente.

Certo, mi rendo conto che è argomento non facilissimo da introdurre proprio per la sua non riconducibilità ad un unico o ad un insieme di precisi riscontri. Perchè non si tratta di acidità o di trama tannica, di tattilità o di morbidezza, quanto di un particolare equilibrio che il vino (il grande vino) riesce a raggiungere in un preciso momento. La stessa bottiglia, aperta un anno prima o un anno dopo, potrebbe aver perso quell’apertura, quell’altruismo, quella disponibilità al dialogo. Non è solo un discorso di espressività, e in questo senso credo che la sensibilità di ognuno sia fattore molto rilevante, o di slancio gustativo. È la capacità di un vino di farsi guardare e comprendere.

Spesso parlando di questo argomento a tavola tra amici portavo come esempio alcuni Barolo, in particolare due. Il Piè Rupestris di Cappellano e il Brunate-Le Coste di Rinaldi. Due vini fantastici, per motivi diversi. Tanto generoso uno quanto austero l’altro. Ripenso ad alcuni recenti assaggi del secondo e trovo nel 2002, nel 2004, nel 2006 un tratto comune inconfondibile. Una finezza straordinaria (ed eleganza) che al tempo stesso si fonde con una compostezza che non ero ancora riuscito a valicare. Come se tra me ed il bicchiere ci fosse una sorta di muro. Un qualcosa che mi impediva un dialogo che sentivo necessario nonostante si trattasse di un indiscutibile monumento al nebbiolo. Complessità, finezza, allungo del campione ma nel quale non trovavo la sfaccettatura che mi facesse entrare nel vino.

Poi, come spesso capita, è arrivato il momento in cui tutto questo discorso ha cominciato a traballare. È successo ieri sera davanti ad uno struggente Brunate-Le Coste 2005. Tutto il castello che mi ero costruito su questa argomentazione barolesca si è rivelato profondamente errato. Perchè non solo non è possibile inquadrare un grande produttore in un aggettivo, ma tanto la diversità delle vendemmie quanto il momento storico in cui una bottiglia viene aperta sono elementi fondamentali per la sua comprensione. Un bicchiere, quello di ieri, luminoso ed ospitale. Un bicchiere che mi ha fatto vedere sotto una luce diversa tutto il lavoro di Giuseppe Rinaldi. Un bicchiere, uso le parole di un amico, che “non impensierisce, non deprime, ma ti fa ridere come quando arriva la primavera“.

Questi vini hanno finalmente il successo che io, fin da giovane, speravo che avrebbero potuto meritarsi

Ieri mattina l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, vicino Alba, ha conferito al grande Bruno Giacosa una laurea honoris causa. Questa mattina sul sito di Slow Wine è stato pubblicato l’intervento, una vera e propria Lectio Magistralis, che il Dr. Giacosa ha tenuto subito dopo. È testo lungo e denso di significati. Necessita concentrazione ed ascolto, prendetevi il tempo necessario.

Eccolo qui (in pdf).

Barolo Brunate-Le Coste DOCG, Rinaldi 2002

La degustazione racconta un vino granato con riflessi che ricordano la ruggine. Di un naso caratterizzato da una florealità viva, da note farmaceutiche e da ricordi di tabacco ed anguria. Il tutto inserito in un contesto terroso, quasi autunnale. Di un’assaggio caratterizzato da una grande, grandissima freschezza, da una mineralità incisiva capace di vivacizzare un assaggio che, nonostante le difficoltà dell’annata, è capace di avere un’aderenza territoriale come pochi altri.
Le sensazioni poi suggeriscono sia il miglior Barolo targato 2002 mai passato da queste parti.

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Saldi prenatalizi

Edit: Ogni commento è superfluo. A proposito però dell’assurdità di certe svendite e del conseguente danno che (credo) arrechino al “sistema Barolo” rimando al post di Franco Ziliani della settimana scorsa. Lì però veniva via a 9,76 a bottiglia, era di qualche centesimo più economico.

Il Barolo di Bartolo Mascarello. Il 2003.

Avevo deciso di scrivere qualche riga sul Barolo di Bartolo Mascarello ben prima di aprire questa bottiglia, in fondo non era mai capitato su queste pagine. Solo dopo averla assaggiata bevuta ho capito che in realtà l’occasione poteva essere buona per parlare dell’annata, così didascalica nell’esprimere il caldo di quell’estate.

Si, il 2003 è tutto qui. Nel naso, largo ed accogliente, così capace di spaziare dal cioccolato alla mora. Ma anche menta, rosa, mirtilli. In una parola, sferico. Nella bocca, con quel tannino per niente dritto, quasi asciutto eppur polposa. Nessuna ruffianeria, è che il calore si avverte in un modo talmente definito da spiazzare. Buono? Si, eccome. Però così diverso da quell’eleganza assoluta di altre annate. Più corto sul finale, ma comunque scattante. La cosa che più forse rimane, dopo, è quella polpa, buonissima ma al tempo stesso contratta. Ma è così, il 2003. Da bere, adesso.

Barolo DOCG – Prunotto 2003

Barolo DOCG – Prunotto 2003

Uvaggio: Nebbiolo

Sto quindi continuando con il tentativo di districarmi tra i vini piemontesi. Dopo quasi 10 anni vivendo nel centro Italia ho troppo colpevolmente spesso trascurato alcune – importanti – regioni produttive, Campania e Piemonte su tutte. Barolo quindi. Barolo ancora piuttosto giovane, Barolo abbastanza importante. Colore rosso rubino scuro. Quasi granato. Intenso e piuttosto complesso al naso. In bocca è pieno, piacevole, abbastanza lungo. Complessivamente equilibrato ed abbastanza armonico.

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Il Barolo?

Non me ne vogliano, ma la sede dell’Onav di Milano è davvero brutta. Sarà forse la posizione, non certo nel quartiere più a la pagé della città, saranno forse i muri bianchi ed i neon di stampo ospedaliero, o forse gli arredi che se andassero a fare un giro in un grande magazzino di arredamento svedese sarebbe meglio. Tant’è. Ieri sera, nonostante la location, si è tenuta un’interessante orizzontale di Barolo tenuta da Lorenzo Tablino. Ecco alcune impressioni.

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Barolo DOCG – Montaribaldi 2003

Nel primo bicchiere un Barolo proveniente da Grinzane, dell’Azienda Agricola Montaribaldi, il vino aveva un colore granato pieno, un po’ stanco, dovuto probabilmente alle condizioni dell’annata, molto luminosa e molto calda. Al naso era abbastanza intenso, quasi complesso, piuttosto fine, molto franco. In bocca era -ovviamente- secco, caldo, ricco di estratto, equilibrato ed abbastanza persistente

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Barolo DOCG – Cadia 2003

Questo Barolo viene dal comune di Verduno. E’ di color granato piuttosto scuro con un’ottima viscosità. Al naso note balsamiche e speziali si affiancano a note quasi vegetali. Un naso fantastico, che potrà essere soggetto a grandi evoluzioni, con il passare degli anni. In bocca è equilibrato ed è sorretto da un’ottima struttura nonostante la sua giovinezza. A conti fatti, alla fine della degustazione, questo era uno di quelli che mi avevano convinto di più.

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Barolo DOCG – Rocche Viberti 2003

Granato con un unghia aranciata. Speziato, non molto intenso, abbastanza complesso. Meglio in bocca, non potente ma comunque abbastanza equilibrato. Insomma, un Barolo (viene da Castiglione Falletto) che ho lì per lì ho trovato un po’ meno importante degli altri.

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Barolo DOCG – Tenuta Rocca 2003

Barolo proveniente da vigneti siti nei confini del comune di Monforte. Colore rubino scuro, decisamente tendente al granato. Naso fine, molto fine, caratterizzato da note speziate e “fumose”. In bocca interessante la sapidità.

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Barolo DOCG – Guido Porro 2003

Tutta la potenza dei Barolo di Serralunga, il primo dei tre. Quasi granato al colore. Ottimo naso, persistente, fine, intenso, complesso. La bocca è piena ma elegante, in bocca rimane una leggera sensazione di amarognolo.
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Barolo DOCG – Cascina Cucco, Cerrati 2003

Bella tonalità, granato intenso. Già al colore si intuisce che questo è un Barolo più figlio della cantina che della vigna. Il naso è piacevole, note affumicate si affiancano ad eleganti sentori di spezie e, leggermente, di vaniglia. In bocca è potente, il più potente, e molto strutturato. C’è una buona corrispondenza con le sensazioni olfattive, con un fondo di legnosità ed umidità.

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Barolo DOCG – Massolino 2003

Vista l’annata l’azienda ha rinunciato ad i suoi Cru ed ha prodotto solamente questo Barolo “base”. Alla faccia. Colore tra il rubino ed il granato. Naso ampio, profondo, speziato, etereo, balsamico. In bocca è completo, sa di terroir ed è buono, molto buono.

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Barolo DOCG – Fontanafredda 1990

La degustazione si è conclusa con l’apertura di questa doppia magnum, imbottigliata prima che facesse legno. Notevole, davvero notevole. Peccato – non me ne vogliano – che la sede Onav di Milano sia così brutta, perchè questo era un bicchiere da fare durare, per ascoltarne i continui cambiamenti. Il colore ha tenuto perfettamente, rosso granato con un unghia di aranciato. Naso davvero fine, cui, a sentori di spezie calde e catrame, si affiancano spiccate note animali. In bocca è ancora fresco, caldo, morbido, potente, equilibratissimo. Ha armonia da manuale ed una persistenza lunghissima. Grande!

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