Giorno ventuno: ancora in Campania

Che bello. Questa sera mi sono imbattuto un po’ per caso in un piccolo e delizioso locale a Foglianise, la provincia è quella di Benevento, si chiama Il Vinocolo ed ha una bellissima selezione di vini provenienti un po’ da tutta Italia. Vini spiccatamente artigianali e un po’ di birre (c’era anche una Cantillon, non ho potuto fare a meno: l’ho bevuta con rara avidità).

Tra l’altro qui – almeno questa sera – sembra di essere tornati indietro nel tempo di qualche mese: freddo e pioggia. Davvero, non sono più abituato a queste condizioni atmosferiche (ma provo a non pensarci). Vi ricordate che poco prima di partire scrivevo di quanto fossi rimasto piacevolmente colpito dai tanti consigli ricevuti in rete a proposito di questo viaggio? Dritte accettate spesso con piacere, in particolare quando provenivano da cantine che, avendo letto qua e là della cosa, mi avevano proposto di passare a trovarle. Invito sempre accettato con grande piacere. Qui nel Sannio invece le cose sono andate diversamente. Per una serie di strani incroci sono stato messo in contatto con la responsabile della comunicazione dell’Associazione Produttori Aglianico del Taburno la quale, abbracciando lo spirito un po’ avventuriero del viaggio, mi ha proposto di passare anche in questa zona per scoprirne le peculiarità visitando alcune delle cantine associate.

Eccomi quindi qui, a scrivere queste righe dall’albergo in cui sono ospite. È strano, un po’ per un’ospitalità per certi versi inaspettata, un po’ perchè ho avuto la sensazione di entrare in contatto con un’associazione particolarmente dinamica ed attiva, esattamente l’opposto di quanto avvertito in queste ultime tre settimane. Dal Molise alla Basilicata, dalla Puglia alla Calabria, parlando con i tanti produttori mi è sembrato che avvertissero i rispettivi consorzi (quando presenti) come delle entità completamente scollegate dai rispettivi territori. Realtà esistenti sulla carta ma immobili nella comunicazione. Unica eccezione, Vittoria. Arianna Occhipinti una decina di giorni fa mi aveva portato a visitare la bellissima sede del Consorzio all’interno di un ex carcere e lì, parlandone, ho avuto la sensazione di una grande voglia di fare (anche sistema). Certo, forse per il Cerasuolo di Vittoria è cosa più facile visto l’esiguo numero di produttori attivi, ma comunque non è poco, anzi.

Nel frattempo oggi ho fatto una piccola deviazione per passare a trovare a Castelvenere Nicola Venditti, dell’omonima Antica Masseria, vero e proprio pioniere del biologico nel mondo del vino italiano. È stato bello passeggiare con lui all’interno del “vigneto didattico”, un piccolo appezzamento in cui sono piantate tutte le varietà storiche della zona, anche quelle oggi scomparse o quasi. Ecco quindi scoprire la barbetta, vitigno a quanto pare autoctono che in zona è sempre stata scambiata per barbera tanto da essere definita come tale nei disciplinari di produzione (la faccenda però non mi è chiara, altri produttori sembrano utilizzare quella di origine piemontese e qui è abbastanza diffusa). Nei suoi vini – tutti vinificati e maturati in solo acciaio – si avverte una certa precisione tecnica e al tempo stesso sono vini gustosi e lunghi, scattanti e tipici, tutti estremamente rispettosi dei varietali, dalla falanghina all’aglianico passando (appunto) dalla barbetta. È stata deviazione piacevolissima.

Domani come detto sarà il giorno dell’aglianico, quello del Taburno. Presto aggiornamenti.

Da Nizza Monferrato

La barbera è un vitigno, un vino, che fa parte della nostra tradizione, è quello che ci ha sfamato nell’ultimo secolo e qui volevamo ridargli la giusta dignità“. Gianluca Morino, Presidente dell’associazione produttori del Nizza.

Si parte dal web, è un modo per cominciare, per avvicinare delle persone che condividono degli interessi e per certi versi dei valori. Tutto questo però ha bisogno di trovare dei momenti di realizzazione nella vita reale, per condividere cose fatte insieme e non solo scritte“. Monica Pisciella.

Video di Giulia Graglia.

Domani è il giorno della barbera

La notizia è che domani mattina, a partire dalle 10.00, si terrà a Nizza Monferrato una grande degustazione di barbera. Un momento di confronto e di approfondimento sulla tipologia che vedrà protagonisti dieci vini, cinque a raccontare diversi territori piemontesi e cinque a raccontare una barbera che non ti aspetti, quella che viene dagli Stati Uniti. Circa centocinquanta (!) persone si incontreranno all’interno del Foro Boario per assaggiare alla cieca i vini di Cascina Garitina, Cascina Gilli, Iuli, Vigneti Massa e Varaldo per l’Italia. Pdc Wines, Boeger Vineyards, Cooper Vineyards, Muscardini Cellars e Rosa d’Oro Vineyards per la California.

E’ una degustazione che nasce in rete, in particolare su Twitter, e che si inserisce, tantolosapetegià, in quelle che sono comunemente conosciute come “degustazioni seriali”, ne avevo parlato non troppo tempo fa su Ninja Marketing. Degustazioni aperte, dove concetti quali dialogo, incontro e confronto sono parole chiave non solo per un certo modo di intendere il vino ma la vita stessa.

Sarà possibile seguire la degustazione su Twitter, l’hashtag è #barbera2, oppure in streaming audio e video su Livestream. Sul sito dedicato poi ci sono un mucchio di informazioni e cinque testimonianze, una per ogni produttore (italiano) presente. Davvero, valgono tutti i minuti spesi a guardarli. Questo, pubblicato oggi, è l’ultimo. Le bellissime parole sono quelle di Walter Massa alle prese con minimoto lunari e trattori spaziali.

E’ indispensabile un mondo globalizzato ma al tempo stesso è imprescindibile un mondo di artigiani capaci di essere modelli di riferimento per ciò che producono“.

Barbera dell’Emilia IGT Camillo Donati 2006

Barbera | <10 €

Ho dovuto ricontrollare, davvero non mi ricordavo se ne avessi mai scritto. E no, in effetti. Eppure il nome di Camillo Donati è comparso su queste pagine più di una volta, sempre però legato al suo lambrusco (e sauvignon) o comunque a quella che alcuni avevano timidamente definito come la nouvelle vague della tipologia.

Ho dovuto ricontrollare dicevo. Perchè è da tempo che sostengo che uno dei migliori vini che escono dalla cantina di Arola, la provincia è quella di Parma, sia la sua barbera. Una bottiglia che chiude un cerchio, che ridefinisce ai miei occhi questo vitigno così diverso in base a luogo, terreno, viticoltore. Una barbera sempre di grande espressività, leggera da bere e profonda nel rivelarsi. Un vino adorabile in tutto e per tutto.

Ecco, tutta questa introduzione per dire che l’altra sera ero a cena da Simone Padoan alla pizzeria I Tigli e in carta ho visto la barbera di Camillo Donati. Miracolo, del 2006. E certo, potrei stare qui a scrivere di quanto quella sua anima frizzante fosse solo appena sopita, di come i suoi profumi siano diventati più viscerali, più passiti, più profondi e di quanto in bocca fosse una continua sorpresa, un bicchiere chiamava immediatamente il successivo. Invece no, mi limiterò a scrivere che quella non era l’ultima bottiglia. E che è in carta a dodici euro.

[s4]

Barbera del Monferrato Superiore DOCG – Forti del Vento, Podej 2008


Barbera | 10-15 €

Ah, che Barbera straordinaria. Anche qui, come per il dolcetto di casa Forti del Vento, una caratteristica ben precisa, ovvero la grande capacità di coniugare alla perfezione struttura e fragranza. Il Podej infatti è vino mai stanco, non domo, veloce, reattivo, avvolgente. Piacevolissimo.
Il naso regala sensazioni fresche e profonde al tempo stesso. Ad una più semplice idea di frutto, anche in confettura, abbina idee calde come quelle di alcune spezie dolci. Ma anche liquirizia e tabacco, per capirci. E poi c’è quella venatura di acidità così ben distribuita, che lo rende assaggio davvero ammaliante, a cercare immediatamente un secondo bicchiere. Il centro dell’assaggio è pieno di succo e di vitalità, straordinario nel fondere alla perfezione tutte le proprie componenti. Finisce particolarmente lungo, distendendosi lentamente.
Da non mancare, grande Barbera.

[s4]

Forti del Vento

Quando Tomaso Armento della cantina Forti del Vento mi aveva chiesto se fossi stato interessato ad assaggiare i vini di questa nuova e piccola cantina delle colline di Ovada, in Piemonte, non ho esitato un attimo. “Certo”, avevo risposto, ci mancherebbe. Tomaso poi è uno di quei vignaioli illuminati, da tempo ci incrociamo digitalmente su diversi social network, che usano lo strumento internet per fare una promozione sincera del loro vino prima, del loro territorio poi. E pensare che è anche capitato di vederci nella vita analogica, offline, almeno in un paio di occasioni. Mai però abbastanza approfondite per poter fare due chiacchere a proposito dei suoi vini e dei suoi progetti.

Non avevo quindi un’idea precisa di quello che avrei assaggiato, a casa, una volta arrivate le bottiglie. La prima, era la fine della primavera, era un blend di cortese e sauvignon (nome del vino: An Piota) piuttosto pulito. Mi ricordo di avere pensato fosse costruito bene, le percentuali delle due uve facevano in modo si integrassero e trovassero una strada di sicuro interesse.  La seconda si chiamava Alto Fhrà ed era un blend di dolcetto e cabernet sauvignon. Subito non l’avevo capito, mi sembrava un rincorrere una certa idea modernista quasi fuori dal tempo. Poi ho scoperto che la cosa migliore sarebbe stata quella di aspettare dopo l’estate per assaggiarlo. Un punto interrogativo quindi.

I mesi si sono rincorsi e finalmente è arrivata la stagione delle sciarpe leggere e degli ombrelli. Dei vini rossi. Delle canzoni folk. Quale migliore occasione quindi per assaggiare gli ultimi due vini di Forti del Vento che riposavano in cantina, ho pensato oggi pomeriggio. Non sapevo bene cosa aspettarmi, però. Dopo i primi due mi ero fatto un’idea di una cantina molto precisa, quasi didascalica nelle vinificazioni ma che faticava ad esprimere un territorio preciso e definito come sa essere quello di Ovada. Ecco, niente di più sbagliato. Dopo aver assaggiato questa sera il dolcetto e la barbera (rispettivamente Ottotori e Podej) ho immediatamente cambiato idea. Due vini straordinariamente puliti, tipici nella migliore accezione del termine. Due vini di territorio e di passione. Due vini che meritano un approfondimento. Domani ne scrivo, per forza.

Le sorprese, per fortuna

No, la foto in apertura non ha niente a che vedere con quanto segue. E’ solo che ci sono momenti in cui la mente è altrove. Capita. Guardando fuori da un finestrino, certo. Ma anche camminando, lavorando, facendo altro. Quei momenti in cui non è che si stia pensando necessariamente a qualche cosa in particolare. Si è semplicemente assenti. Magari capita spesso, magari no. Ma capita. Prendete per esempio quel momento in cui si sta per assaggiare l’ennesimo bicchiere: i movimenti sono automatici, è un rituale già visto e vissuto così tante volte. Lo sguardo che corre veloce, l’udito pronto a sentire quel suono così familiare, in particolare mentre il vino incontra il bicchiere. Il prenderlo in mano e sentirsi pronti ad entrare in un mondo di certezze. Ma poi, tutto ad un tratto, la sorpresa. Il trovarsi catapultati in una realtà fatto di profumi e di gusti inaspettati. Rapiti, portati improvvisamente altrove. Affascinati da una magia nuova, e la felicità che invade tutti i pensieri, che, in fondo, si scopre di essere ancora capaci di stupirsi. Inaspettatamente.
Ecco, bello pensare che negli ultimi giorni mi sia successo ben due volte, prima davanti allo stupefacente Paleo 2007 de Le Macchiole e poi al ristorante, il bicchiere era quello di una barbera, L’Ab Normal 2004 di Cappellano, splendida coniugazione di significati. E non è che siano capitati in un momento particolare. Semplicemente sono arrivati, incrociando un po’ casualmente la mia vita. Ed è bello sapere di poterli portare dentro a lungo, dopo.

Sulla Barbera (al femminile?)

Va bene che non bevo Barbera tutti i giorni, anzi, ma mi sono fatto l’idea che la tipologia mi piaccia quando piuttosto fresca (no, non mi riferisco alla temperatura di servizio, anche se..), bevibile, in generale fragrante.

Lo spunto per scriverne viene da una degustazione cui ho partecipato un paio di settimane fa. Un incontro in cui protagonista era l’idea di fare un po’ di chiarezza (nei limiti dell’immensità) su questo vitigno, assaggiandone diverse interpretazioni. Ed infatti la scelta delle bottiglie, per dire, per un ragionamento di coerenza stilistica, è andata verso vini che non avessero fatto affinamento in legno. E chissà, magari un’altra volta sarà situazione che cambierà, andando a cercare situazioni più profonde ed avvolgenti.

Barbera all’ennesima potenza quindi. Abbiamo assaggiato vini provenienti da varie zone (anche dai Colli Bolognesi e da Benevento, niente di meno) cercando di capire, confrontarci, imparare.

E così eccomi a scrivere velocemente che mi sono fatto l’idea di una tipologia che mi piace quando schietta. Ma non solo. Che quando c’è quel frutto, un tannino particolarmente setoso, una sorta di armoniosa corrispondenza è assaggio che mi piace molto, che trovo particolarmente compiuto. Al contrario, acidità troppo spiccate e gradi alcolici elevati mi sembrano essere sensazioni in generali coprenti, come se il vino non ne avesse bisogno e ne pagasse in piacevolezza generale.

Cioè, su complessivamente nove bicchieri mi sono piaciute le interpretazioni de La Maranzana di Cascina Tavijn e de La Casaccia. Le altre meno. Alcune molto meno. Mi sono piaciute tutte e tre per il frutto, mai scontato e sempre definito e piacevolmente pungente. O magari una nota minerale, là dietro, piacevolissimo sfondo. O una trama tannica particolarmete integrata.

Il Barbera o la Barbera, poi? Per tradizione al maschile si indica il vitigno, al femminile il vino, la bottiglia. La Barbera, appunto.

Barbera d’Alba DOC Rinaldi 2007

Barbera | 10-15 €

Facciamo che evito di scrivere di quanto sia importante Giuseppe Rinaldi per il territorio e per il Barolo, di quanto sia uno dei riferimenti assoluti per un approccio che definire tradizionalista è assolutamente riduttivo e tutto il resto? Dai, facciamo così, e passiamo subito a scrivere della sua Barbera, e di quanto sia anche dalle piccole (anche se qui di piccolo c’è davvero poco) bottiglie che si può vedere la statura della cantina e di colui che le ha pensate e vinificate.
Perchè la Barbera di Rinaldi coniuga tutto quello che si può cercare, non solo in una Barbera, e penso a bevibilità, ma anche profumi, eleganza e polpa.
La frutta è rossa, matura, calda, avvolgente. E poi la profondità di spezie più scure che sposano una nota più verde, viva.
E in bocca, ah in bocca, coniuga il succo, il sapore delle tipicità con una complessità fatta di larghezze, che abbracciano il palato riempiendolo di felicità. Abbastanza potente quindi senza essere muscoloso, ma anche finissimo, fresco, quasi piccante. E con una nota sapida che attraversa tutto l’assaggio a renderlo vibrante. E buonissimo.

[s5]

Barbera d’Alba DOC – Cavallotto, Bricco Boschis Vigna del Cuculo 2005

CavallottoUvaggio: Barbera

Rubino, leggero e veloce, l’assaggio ci attira invitante, a ragione. Al naso è piacevolissimo nella sua apparente semplicità: il frutto è rosso e delicato, ciliegia e mora, le sensazioni appena addolcite ed eteree. In bocca è leggero ed equilibrato, pronto, nel senso più logico del termine. Leggero anche il tannino, che sembra accarezzare il palato. Persistenza media e giusta, bella la sensazione di pulizia finale.

[s3]