Montefalco Sagrantino d’Arquata, il 1988 di Adanti

Anche oggi Sagrantino di Montefalco. Ma che ci volete fare, succede per tutta una serie di strane coincidenze che magari un vino, una tipologia, esca dalla propria agenda per mesi e poi BUM, per una settimana non si beva praticamente altro. Che si abbia la fortuna ed il privilegio di spaziare tra produttori ed annate con una facilità sconcertante. Come detto l’altro giorno sono tutti assaggi che si inseriscono volutamente in un mio personale percorso di approfondimento sulla tipologia, da queste parti c’era curiosità e interesse.

La cosa che mi piacerebbe sottolineare a proposito di questo -meraviglioso- Sagrantino di Montefalco 1988 di Adanti ha a che fare più con la sua trama tannica che la sua eleganza. Intendiamoci, si trattava di un vino stupendo, di uno dei più buoni Sagrantino mai assaggiati, bottiglia che faceva il paio con un altro grandissimo, il 1988 di Arnaldo Caprai. Un vino che alla cieca in pochissimi (io certamente no) avrebbero collocato in Umbria per la finezza dei profumi, per l’iniziale austerità che poco a poco si addolciva leggermente lasciando spazio ad un’armonia, ad una complessità, una grazia che pochi altri vini possono vantare. Quindi no, non sono qui tanto a magnificare un vino incantevole quanto ad interrogarmi ancora una volta a proposito della straordinaria evoluzione che questa tipologia sa offrire. In tanti continuano a sostenere sia solo una questione di tempo, che il tannino sia elemento che naturalmente tende ad integrarsi e che basta aspettare. Non è così, o meglio, non è solamente così. Quando un paio di anni fa ho assaggiato alla cieca diversi 2001 avevo capito quanto fosse la cantina a fare la differenza. La sapienza, l’esperienza, la comprensione dell’annata. Tutte cose che ad oggi, assaggiando Sagrantino più giovani, si riconoscono nei vini di non così tante aziende.. In quelle storiche, certamente si.

A margine, i vecchi vini di Adanti hanno alcune delle più belle etichette abbia mai visto. Ma anche di questo, che ve lo dico a fare, se ne è già parlato.

Domenica 2 ottobre 1988

Riporto qui il solito pezzo che esce ogni mese su un periodico locale, questo è quello di marzo. C’è la maratona, una bellissima maratona, e ci sono due grandi vini umbri (e guarda un po’, uno è proprio quello di ieri).

Le condizioni alla partenza erano proibitive, il termometro segnava quasi trenta gradi e l’umidità era alle stelle. In Corea del Sud erano da poco passate le due del pomeriggio e si stava per celebrare l’atto conclusivo dei Giochi della XXIV Olimpiade, quella di Seul. Al via, insieme ad altri centoventuno atleti, tre italiani: Orlando Pizzolato, Gianni Poli e Gelindo Bordin. Se i primi due negli anni precedenti erano stati capaci di imprese storiche era però il terzo a raccogliere alcune tiepide speranze azzurre. Gelindo Bordin veniva infatti da una stagione di grazia: era il campione europeo in carica, l’anno precedente era arrivato terzo ai mondiali di Roma e pochi mesi prima a Boston aveva portato il record italiano a due ore, nove minuti e ventisette secondi piazzandosi quarto.

I primi chilometri raccontano di una gara non particolarmente veloce, giocata sulla tattica e sull’attesa. Una trentina di atleti vanno praticamente da subito a formare il gruppo di testa, capace di rimanere compatto fino al quindicesimo chilometro. Da lì in poi un’andatura che comincia a diventare sempre più sostenuta fa le prime vittime. Tra queste sia Pizzolato che Poli, i due non riescono a tenere il passo dei migliori. Bordin però c’è: la sua è una corsa fluida ed attenta, il viso non tradisce stanchezza ma tanta, tanta concentrazione. Ed infatti dopo un’ora lui è ancora lì, al trentacinquesimo chilometro guida il gruppetto di testa con altri sei atleti. Al trentasettesimo il momento che tutti aspettavano: il gibutiano Saleh parte all’attacco e si porta dietro il keniota Wakiihuri e lo stesso Bordin. Si accende la speranza di una medaglia ma l’azzurro è affaticato e, anche se di poco, rallenta. Dopo un paio di chilometri di crisi, la svolta: Gelindo dà fondo a tutte le sue energie e metro dopo metro continua a guadagnare terreno sul secondo. Al quarantesimo chilometro raggiunge e supera il keniano, il passo è tornato ad essere quella dei momenti migliori. A due chilometri dal traguardo l’impresa sembra possibile. Saleh, fino a quel momento in testa, comincia a perdere colpi, la sua andatura rallenta portandolo quasi a barcollare e Bordin con un sorpasso storico scappa via. Andrà a vincere la maratona olimpica con un distacco di quindici secondi senza mai voltarsi.

Era domenica 2 ottobre 1988 e Gelindo Bordin aveva appena compiuto una delle più grandi imprese che l’atletica leggera italiana possa ricordare.

In quegli stessi giorni a Montefalco e a Torgiano venivano vendemmiate le uve che, dopo una lunga maturazione in cantina, avrebbero dato alla luce due vini indimenticabili. Il primo avrebbe rivoluzionato per sempre l’immagine di Montefalco, il secondo avrebbe confermato ancora una volta la grandezza di una vigna e del suo sangiovese. Sono il Montefalco Sagrantino di Arnaldo Caprai ed il Torgiano Rosso Riserva “Vigna Monticchio” di Lungarotti. Due 1988 magnifici, capaci ancora oggi, a quasi venticinque anni di distanza, di vibrare nel bicchiere grazie ad un allungo da campioni assoluti. Due dei più grandi vini mai prodotti in Umbria.

Foto: ladomenicadivicenza.it

Dieci vini per il duemilaundici, e dieci canzoni

Non ce l’ho fatta: l’anno scorso era stato uno dei post che più mi avevano divertito, tanto nello scriverlo che nel rileggerlo. Eccolo di nuovo: dieci vini e dieci canzoni. Per i primi non necessariamente una classifica ma una panoramica capace di raccontare questi ultimi dodici mesi attraverso i bicchieri più significativi. Bicchieri di viaggio, di riflessioni, di amici e di risate. Insomma, di quei momenti. I pezzi invece sono proprio i più ascoltati: spesso in macchina, a volte a casa. Tutti targati 2011, sempre a volume troppo alto.

Vitovska, Marko Fon. Comincio dalla fine, da una quindicina di giorni fa e da una tipologia che mi sono ripromesso di approfondire (che amo quando così tesa, così minerale, così da bere) e da un artigiano che mi ha conquistato (ah, ma tanto torno presto).

Grouplove, Colours

Trebbiano spoletino, Spoleto Ducale. La cantina sociale non fa più i vini di una volta (un peccato) ma questo è un trebbiano spoletino simbolico, dedicato a tutto il lavoro che ho portato avanti tra gennaio e febbraio: le telefonate, le visite in cantina, le degustazioni. È l’articolo uscito su Enogea 35.

Joan as Police Woman, The magic

Passito di Pantelleria, Ferrandes. Nel post scrivevo che “qui il termine mediterraneo acquista un senso particolarmente definito e compiuto”. Una sintesi per una tipologia alquanto vasta fatta di vini che partono da regioni insospettabili a nord e che passando per le isole e per il sud cattura e coinvolge.

Raphael Gualazzi, Calda estate

Amarone della Valpolicella, Monte dei Ragni. È stata una folgorazione, la scoperta di una Valpolicella fatta di eleganza e di finezza. Un Amarone con così tanta personalità da essere ancora stampato come pochi altri vini nella mia memoria. E anche il Ripasso..

The Strokes, Under cover of darkness

Pinot nero, Dalzocchio. Va bene che l’Italia non è la Francia e tutto il resto. Ma a dover scegliere un pinot nero di queste parti è bottiglia che non esiterei a portare (quasi) sempre con me. Per prezzo, per tipicità, per stile.

James Blake, Limit to your love

Barbacarlo, Lino Maga. Beh. Per chi quest’anno è capitato su queste pagine con una certa frequenza è forse la scelta più prevedibile. La via Emilia, quei ritmi che quando si tratta di rifermentazioni in bottiglia inesorabilmente rallentano. Tutto si fa più soffuso, eppur chiaro. Il vino più lento di tutti, ma non per questo meno ficcante.

PJ Harvey, Let England shake

Valentini, Trebbiano d’Abruzzo (sfuso). Mi piace l’idea di saltare a piè pari i tanti monumenti di Valentini bevuti quest’anno e mettere qui il più semplice e il più economico dei vini che escono dalla cantina di Loreto Aprutino. C’è carattere, e tanto basta.

Kasabian, Let’s roll just like we used to

Le Pergole Torte, Montevertine. Qui ero un po’ indeciso. È vino infatti capace di mettere tutti d’accordo: troppo facile. Quest’anno però passa anche da qui e da un mio forte riavvicinamento al sangiovese e ad una certa toscanità. Quale migliore interpretazione.

William Fitzsimmons – The Winter from Her Leaving

Fiano di Avellino, Vadiaperti. Mea culpa. In dodici mesi non mi è mai venuto in mente di scrivere un post dedicato al Fiano di Avellino, in particolare a quello di Raffaele Troisi. Eppure le occasioni non sono mancate, dalla degustazione a Spoleto alle tante bottiglie aperte quà e là, anche le più datate. Un vino che mi piace tantissimo ed una denominazione che forse non ha tutta l’attenzione che merita. Allora faccio così: intanto lo metto qui, con la promessa di riparare quanto prima.

NSFW – Amanda Palmer, Map of Tasmania

Sagrantino di Montefalco, Arnaldo Caprai. Il sagrantino è il mio grande punto interrogativo. Quando pensi di averne assaggiati abbastanza e quando cominci a stancarti di certe caratteristiche arrivano bottiglie come queste. Quando vorresti maggiore dinamicità ed uno svolgimento gustativo di grande slancio ti imbatti nel 1988 dell’altra sera. E, ve lo assicuro, tutto d’un tratto ti rappacifichi con la tipologia.

College feat. Electric Youth, A real hero

Non so dire se questa sia stata una grande annata, probabilmente no. Ma c’è entusiasmo, si guarda avanti. Buon Natale, di cuore.

Sagrantino di Montefalco DOCG Arnaldo Caprai, 25 anni 1997

Sagrantino

Uno dei grandi misteri dell’universo riguarda il disciplinare di produzione del Sagrantino di Montefalco. Un vino che avrebbe la necessità di un affinamento lungo, lunghissimo. Almeno come il Brunello od il Barolo. Invece da sei mesi si trovano sugli scaffali quelli targati 2007 (certo, a parte le bottiglie di alcune ed illuminate cantine) caratterizzati da una tannicità estrema, che definire giovani è un eufemismo e che sono davvero difficili da mettere a tavola. Evabbè, questa è la realtà e noi, davvero, non possiamo che adeguarci – e al limite riempirci la cantina di vini che berremo tra dieci anni.

Poi però succede che ci si imbatte nell’ennesima dimostrazione di quanto questo vitigno sappia dare sulla lunga distanza. E viene voglia di urlarlo per quanto quel suo essere inizialmente scorbutico diventi eleganza e leggiadria. Da queste pagine sono già passati il 1998 di Antonelli (un’annata magica per tutto il territorio) ed il 1997 di Bea. Ecco, non era possibile pensare di non dedicare qualche riga al più famoso e celebrato dei produttori di Montefalco, Marco Caprai. Il suo 1997, oggi, è in una forma splendida. E’ avvolgente e fresco, profondo e lunghissimo.
Prendiamo il colore, minimamente intaccato da dieci anni di bottiglia. O il naso, straordinariamente espressivo e sempre sull’orlo di regalare nuove sensazioni. C’è tutto, dai profumi più tipici del vitigno, ribes e mirtillo, ad una speziatura scura e mai antica. Da una sensazione balsamica ad un perchè quasi animale. E il fatto è il suo esprimere tutto questo in un tutt’uno di grande espressività. Non sono tanto i riconoscimenti, ma la dimostrazione che un grande spettro olfattivo è più della somma delle sue parti. In bocca, il suo essere praticamente perfetto in ogni singola componente con quel tannino dal sapore della seta, che accompagna un sorso che coniuga bevibilità e succo, capace come solo i grandi sanno fare. Ha il sapore del capolavoro.

Un vino pazzesco.

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Una giornata di collegamenti: degustando

.Nicolas Joly e la sua Coulée de Serrant, in verticale. Su Percorsi di Vino.

.Il Trento Doc del supermercato, quello che costa poco. Ma com’è? Su Internet Gourmet.

.Le ultime annate dell’affascinante Fiano di Avellino di Ciro Picariello, sul blog di Luciano Pignataro.

.Il Sagrantino di Montefalco 25 anni di Caprai in video, su Vino da Burde. Le annate? 1995, 1997, 1999, 2000.

.O alcuni grandi vecchi toscani. Su Tipicamente.

.Ed il Cervaro della Sala, da Orvieto su Intravino. Che longevo in effetti è longevo. Ma più di tutti gli altri bianchi? Davvero? Uhm.

Una giornata di collegamenti: la classificazione di Montefalco

Ecco alcuni collegamenti, che nell’ultimo mese non ho seguito in modo sufficientemente approfondito questa piccola rivoluzione umbra. L’idea sembra semplice: adottare a Montefalco un sistema di classificazione, ufficiale e riconosciuto, basato sulla qualità simile a quello già in uso dal 1855 a Bordeaux. Ovviamente non mancano perplessità e polemiche.

– Non è chiara, per esempio, la posizione di Caprai, azienda leader sia in termini quantitativi che qualitativi. Su Intravino una breve intervista a Marco Caprai.

– Sul sito del Consorzio (di cui Caprai non fa parte) sono avari di notizie: viene solo annunciata la presentazione dell’iniziativa.

– Antonio Boco, giornalista del Gambero Rosso con base proprio qui a Perugia, riassume in modo molto chiaro idee ed intenzioni.

– Su Aristide il testo dell’intervento della settimana scorsa a Montefalco del prof. Vincenzo Zampi, a cui il Consorzio ha affidato l’incarico di mettere a punto le procedure per la sperimentazione della classificazione.

Sagrantino di Montefalco DOCG – Arnaldo Caprai, Cobra 2005

Cobra

Uvaggio: Sagrantino 100%

Rita Levi Montalcini ha da poco fatto cent’anni, è stata festeggiata anche dal Presidente della Repubblica, e, per l’occasione, Caprai ha realizzato in 255 esemplari da una barrique un nuovo Sagrantino, curiosamente chiamato “Cobra”.

L’etichetta è personalizzata ed il contenuto viene definito come la miglior selezione mai realizzata da vent’anni a questa parte.

L’annata è quella giusta, il 2005 ha regalato Sagrantini di belle profondità e di certo non stanchi, anzi. L’impronta è quella di Caprai, ed anche se non assaggio il “25 anni” da qualche tempo ho trovato un vino di straordinaria potenza ed eleganza, soprattutto in prospettiva. Grande concentrazione di colore, un naso di grande ampiezza caratterizzato da note scure e da sentori terziari appena accennati. Note imperiose, erbacee, vegetali, bagnate, di frutta rossa passita, di spezie giovani, in generale di grande tipicità. In bocca è Sagrantino di grandissimo corpo, veloce e tagliente, con un tannino estremamente astringente e di grandissimo carattere. Secchissimo, ha grande estratto ed un finale che deve trovare, con il tempo, un suo equilibrio. Un vino – nel caso siate tra i fortunati possessori – da dimenticare in cantina, un giorno sarà bevuta memorabile.

Tutte le bottiglie, poi, sono state vendute ed hanno portato ad un ricavato di circa ventimila euro che verranno interamente devoluti alla Fondazione Rita Levi-Montalcini Onlus per sostenere un progetto destinato all’istruzione e alla formazione delle donne africane. Applausi.

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I Sagrantini del nuovo millennio

E quindi eccomi arrivare di corsa a Montefalco, convinto di essere in improbabile ritardo per una degustazione che credevo essere programmata per le 11.00. Come al solito avevo fatto confusione, complice il sito della Settimana Enologica, e, in puro stile contemplativo, ho avuto anche il tempo di fare una – breve – passeggiata.

Sei sagrantini. A partire dal duemila per arrivare all’annata appena uscita sul mercato, il duemilacinque. Sagrantini tra il giovane ed il giovanissimo, quindi.

Spunti di riflessione? Non moltissimi. Se non che sono sempre più convinto che non sia giusto proporre al pubblico un vino che in troppi casi, appena uscito sul mercato, è molto poco equilibrato ed ha una bevibilità sotto le scarpe. Penso soprattutto ai tanti ristoranti che di certo non si possono permettere di fare riposare in cantina grandi quantitativi e si vedono costretti a proporre in carta le annate in corso. Mi ricordo una frase dal blog, mi sembra, di Aldo Fiordelli, che al tempo mi aveva fatto sorridere: “per questo Sagrantino bisogna essere in due, uno lo beve, l’altro spala i tannini”. Sono certo anche consapevole, però, che è una strada senza uscita. E che non è possibile fermare il tempo.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Antonelli 2000

I Sagrantini di Antonelli hanno sempre una riconoscibilità straordinaria. Sono più esili, di un’eleganza sottile. Il duemila, annata non straordinaria ma neanche da buttare via, ha raggiunto un equilibrio ed un’armonia invidiabili. Ha un naso evoluto di frutta delicata e fine. Una tostatura che accarezza ed una nota minerale sul finale.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Còlpetrone 2001

Se è vero che l’apporto di barrique è evidente Còlpetrone riesce sempre ad essere elegante, pieno, non troppo concentrato. Ha una sua bellissima personalità che viene fuori benissimo. Leggermente marmellatoso, caratterizzato da spezie profonde ed antiche. Lo si sente soprattutto in bocca. E’ un sagrantino di una compiutezza straordinaria. Un Sagrantino scuro, setoso, suadente, lunghissimo e piacevolissimo. Pronto, ma che può dare molte soddisfazioni sul lungo periodo.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Milziade Antano 2002

Nel duemiladue in Umbria è piovuto sempre. Annata molto difficile. E Antano, che normalmente annovero tra i miei favoritissimi, ne risente in pieno. Un Sagrantino che fatica ad uscire, specialmente al naso, nonostante in bocca abbia una bella freschezza e sia a suo modo compiuto.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Arnaldo Caprai, 25 anni 2003

Nel duemilatre, invece, non ha piovuto mai, o poco, e ha fatto sempre caldo. Ed il Collepiano, almeno in questo caso, è più buono del 25 anni. Perchè meno concentrato. Qui ci sono spezie a palate, penso a cacao, caffè, vaniglia, pepe. Sono profumi caldi di confetture. E’ muscoloso, caldo, molto caldo, potente fino alla fine, dove rimane leggermente amarognolo. Una bevuta difficile, sicuramente giovanissima.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Scacciadiavoli 2004

Avevo già scritto di questa annata qui. Non è cambiato molto, se non che l’ho trovato più equilibrato, più bevibile, con un tannino più levigato ed elegante. Con il tempo si è imprecisito e, devo dire, l’ho apprezzato di più.

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Sagrantino di Montefalco DOCG – Perticaia 2005

Al di là dell’evidente giovinezza è stata un po’ la bottiglia sorpresa della giornata. Rispetto le annate precedenti trovo un Sagrantino più elegante, caratterizzato da note anche balsamiche e fresche. In bocca ha già un’ottima bevibilità ed il tannino spicca per perfezione stilistica. Una bottiglia da mettere in cantina, che può -davvero- solo migliorare.

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Spoleto, Vini nel Mondo

Vini nel mondoQuando scrivi un post per punti o non hai tempo o non hai idee. Oppure entrambe le cose.

. Di ritorno da quella bella manifestazione che è Vini nel Mondo pensi che sei perseguitato dal sangiovese tagliato con altri vitigni. Che tutti ne avevano un po’ da farti assaggiare. Con il merlot. Con il cabernet sauvignon. Con il montepulciano. Con il petit verdot. Con il cabernet franc. Con il sagrantino. Con il syrah. E probabilmente ne hai dimenticato qualcuno. Poi però sei stato ad una splendida degustazione di Brunello guidata dal Sangiorgi. E tutto è andato meglio.

. Si, scriverai di quella degustazione, nei prossimi giorni.

. Peccato per la pioggia. Visto che non avevi l’ombrello.

. E se è vero che tante cose non ti sono piaciute ricorderai con soddisfazione tutti i vini di Croci, che Stefano ti aveva incuriosito scrivendone su Appunti digòla. Emozioni di ghiaccio su tutti. Emozionante, volendo essere ripetitivi, ma tant’è.

. E il nebbiolo della piccola denominazione, dei produttori di nebbiolo di Carema.

. Ti ricorderai che il coda di volpe de la Fattoria la Rivolta non ti ha conquistato. Che il Rosso Outsider di Caprai è quanto di meno umbro ci sia in regione. Che il Trebbiano Spoletino di Tommaso Coricelli ha un suo perchè, nonostante la grande acidità. E il suo Rosso di Montefalco ti rimarrà, perchè ribelle e coraggioso al punto giusto. Che la Cantina Cerveteri fa una Malvasia che costa una miseria e che a suo modo torna, grazie anche alla grande mineralità. E che Castello di Torre in Pietra fa un Syrah che riberrestri volentieri.

. E sai che ti stai dimenticando qualcosa. No, i cartelli te li sei ricordati. Ti piacevano un bel po’.

. E poi potresti tornare, magari lunedì. Visto che in due ore hai visto poco. Giusto per una passeggiata a Spoleto.

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