Io per esempio non è che conosca il cortese così bene. Anzi. Solo questo fatto dovrebbe spingermi ad approfondire, ad assaggiare altre bottiglie e, definitivamente, a non scriverne subito. Però dai, torniamo per un attimo al modello del blog personale, quello in cui il consumatore (io) è libero di scrivere le proprie impressioni a proposito di questo o di quel prodotto (il cortese, appunto). Il bello non è tutto qui, alla fine?
E’ che stasera volevo un vino bianco con una certa struttura, volevo aprirlo con calma mentre cucinavo e farlo durare fino al divano, dopo. E così, rovistando tra le bottiglie in cantina mi sono ricordato di questa particolare bottiglia, regalo di un blogger piuttosto conosciuto nel circondario. “Ti stupirà“, mi aveva anticipato. Voglio dire, io alla fine del cortese avevo (ho) un’idea piuttosto vaga, non avevo (ho) un modello di riferimento e le nozioni che posso vantare vanno dal nulla al quasi niente.
Oggi questa mia lacuna è (un po’) meno grave, e la scoperta è stata a dir poco folgorante. Il cortese di Luigi Spertino “Ostrea Edulis“, il 2009, è un vino che definire coinvolgente è dire poco. Sarà per il colore che sterza verso l’oro antico. O per i profumi così canditi, minerali, caldi ed avvolgenti. Mai ammiccanti. Ma è in bocca che lo stupore diventa certezza, e il piacere della scoperta ti avvolge. Una bocca secca, asciutta, carica di personalità e di rigore. Appena amarognolo, si distende abbracciando il palato, travolgendolo con tutta la sua forza e la sua pulizia. E’ in bocca che tutti quegli aromi si allargano e ti riempiono, c’è di tutto: dalla mandorla alla crosta di pane. Dal gesso alla frutta bianca. Che ricchezza, che personalità, che stile.
Ora è chiaro, non so se esistano altri cortese di questa grandezza. Se si, vi prego, ditemelo. Li devo assaggiare.




Dalla parte dell’enotecaro, cosa non fare
No ma guardate, alla fine non sta a me giudicare. Anzi, credo che ognuno sia libero di lavorare come meglio crede, tanto a farla da padrone è sempre e comunque il mercato. E il mercato, definitivamente, non è rappresentato da clienti esigenti (insopportabili?) come il sottoscritto.
Il fatto è che stavo ripensando a quanto successo la settimana scorsa in un’enoteca della costa toscana, provincia di Grosseto. Io entro spedito e, senza tanti giri di parole, chiedo se c’è qualcosa di Massa Vecchia (si, la cantina era anche relativamente vicina, ma ci eravamo già sentiti e non era possibile passare, quel giorno). Dovevo andare a cena da amici e ci tenevo a portare il loro bianco. O il rosato. Magari anche un rosso. Insomma, sapevo che un loro vino sarebbe stato apprezzato. L’enotecaro mi guarda e mi dice che “no, non lo tengo più“. Subito dopo aggiunge che potrei prendere “un altro bianco importante, quello di una piccola (!) cantina umbra: il Grecante di Caprai“. Oppure, dopo il mio involontario e sconcertato silenzio, “il Cervaro della Sala di Antinori“.
E attenzione, alla fine mi ha consigliato due ottimi vini. Ma se io sono entrato chiedendo una bottiglia prodotta a chilometri non più di venti (e sicuramente piuttosto riconoscibile, almeno nell’approccio e nella vinificazione, senza stare a tirare in ballo il termine “naturale”) possibile che gli siano venuti in mente due vini umbri? No dico, umbri.
Morale? Non lo so, come dicevo non sta a me giudicare. Ma nella mia testa l’enotecaro è quello capace di consigliarti, di capire le tue esigenze per indirizzarti nella selezione che è stato capace di crearsi lungo il suo percorso. Esattamente l’opposto di quello che è successo lì, a due passi dal mare.