Dalla parte dell’enotecaro, cosa non fare

No ma guardate, alla fine non sta a me giudicare. Anzi, credo che ognuno sia libero di lavorare come meglio crede, tanto a farla da padrone è sempre e comunque il mercato. E il mercato, definitivamente, non è rappresentato da clienti esigenti (insopportabili?) come il sottoscritto.

Il fatto è che stavo ripensando a quanto successo la settimana scorsa in un’enoteca della costa toscana, provincia di Grosseto. Io entro spedito e, senza tanti giri di parole, chiedo se c’è qualcosa di Massa Vecchia (si, la cantina era anche relativamente vicina, ma ci eravamo già sentiti e non era possibile passare, quel giorno). Dovevo andare a cena da amici e ci tenevo a portare il loro bianco. O il rosato. Magari anche un rosso. Insomma, sapevo che un loro vino sarebbe stato apprezzato. L’enotecaro mi guarda e mi dice che “no, non lo tengo più“. Subito dopo aggiunge che potrei prendere “un altro bianco importante, quello di una piccola (!) cantina umbra: il Grecante di Caprai“. Oppure, dopo il mio involontario e sconcertato silenzio, “il Cervaro della Sala di Antinori“.

E attenzione, alla fine mi ha consigliato due ottimi vini. Ma se io sono entrato chiedendo una bottiglia prodotta a chilometri non più di venti (e sicuramente piuttosto riconoscibile, almeno nell’approccio e nella vinificazione, senza stare a tirare in ballo il termine “naturale”) possibile che gli siano venuti in mente due vini umbri? No dico, umbri.

Morale? Non lo so, come dicevo non sta a me giudicare. Ma nella mia testa l’enotecaro è quello capace di consigliarti, di capire le tue esigenze per indirizzarti nella selezione che è stato capace di crearsi lungo il suo percorso. Esattamente l’opposto di quello che è successo lì, a due passi dal mare.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 25 Commenti

Il cortese di Luigi Spertino

Io per esempio non è che conosca il cortese così bene. Anzi. Solo questo fatto dovrebbe spingermi ad approfondire, ad assaggiare altre bottiglie e, definitivamente, a non scriverne subito. Però dai, torniamo per un attimo al modello del blog personale, quello in cui il consumatore (io) è libero di scrivere le proprie impressioni a proposito di questo o di quel prodotto (il cortese, appunto). Il bello non è tutto qui, alla fine?

E’ che stasera volevo un vino bianco con una certa struttura, volevo aprirlo con calma mentre cucinavo e farlo durare fino al divano, dopo. E così, rovistando tra le bottiglie in cantina mi sono ricordato di questa particolare bottiglia, regalo di un blogger piuttosto conosciuto nel circondario. “Ti stupirà“, mi aveva anticipato. Voglio dire, io alla fine del cortese avevo (ho) un’idea piuttosto vaga, non avevo (ho) un modello di riferimento e le nozioni che posso vantare vanno dal nulla al quasi niente.

Oggi questa mia lacuna è (un po’) meno grave, e la scoperta è stata a dir poco folgorante. Il cortese di Luigi Spertino “Ostrea Edulis“, il 2009, è un vino che definire coinvolgente è dire poco. Sarà per il colore che sterza verso l’oro antico. O per i profumi così canditi, minerali, caldi ed avvolgenti. Mai ammiccanti. Ma è in bocca che lo stupore diventa certezza, e il piacere della scoperta ti avvolge. Una bocca secca, asciutta, carica di personalità e di rigore. Appena amarognolo, si distende abbracciando il palato, travolgendolo con tutta la sua forza e la sua pulizia. E’ in bocca che tutti quegli aromi si allargano e ti riempiono, c’è di tutto: dalla mandorla alla crosta di pane. Dal gesso alla frutta bianca. Che ricchezza, che personalità, che stile.

Ora è chiaro, non so se esistano altri cortese di questa grandezza. Se si, vi prego, ditemelo. Li devo assaggiare.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Piemonte | 7 Commenti

Il Campo del Guardiano, grande vino bianco italiano

Negli ultimi tempi ho scritto più e più volte del trebbiano spoletino, vitigno riscoperto abbastanza recentemente e capace di attirare l’attenzione su quella che un giorno mi ero divertito a definire come “l’Umbria bianca“. Però, c’è un però, non è possibile ignorare e dimenticarsi forse della migliore espressione di questa tipologia, un Orvieto classico di enorme spessore ed eleganza, mi riferisco al Campo del Guardiano di Palazzone.

Orvieto, pare che per il superiore ci sia aria di docg, è denominazione storica, poche altre aree del centro Italia possono vantare una tale tradizione nella vinificazione. Eppure a parlarne ci si rende conto di quanto sia poco conosciuta ed in generale sottostimata, almeno a livello qualitativo. Giovanni Dubini però ha dimostrato con gli anni quanto tutto questo possa essere falso. Il suo Terre Vineate è forse una delle bottiglie con il miglior rapporto tra prezzo e qualità non solo della regione. E poi il Campo del Guardiano, vero e proprio cru. Il più importante e certamente il più rappresentativo dell’intera denominazione.

Le uve sono le tipiche della zona, dal procanico (che poi sarebbe un sinonimo del trebbiano toscano) al grechetto. Dal verdello al druppeggio passando per la malvasia. A berlo subito, oggi è facile trovare il 2008, si riconosce immediatamente la stoffa del grande. E’ raffinato nello svelarsi, teso ed ampio tanto nei profumi quanto in forza espressiva. Si potrebbe dire che la sua sia una struttura molto solare, mai invasiva, mai troppa. A quindici euro, praticamente un miracolo.
Poi, a volerlo aspettare, ecco le sorprese. Il 2004 comincia appena a raccontare quale sia la sua strada. La frutta è più matura senza essere stanca, la mineralità comincia a svelarsi con tutta la sua forza. E che finale. E’ nel 2001, oggi davvero splendido, che tutte queste caratteristiche sembrano però particolarmente compiute. In particolare in bocca tutta la sua vitalità appare intatta, ha anzi guadagnato in morbidezza, quella della seta, senza aver perso quella tensione che lo contraddistingue. E poi il 1998, assaggiato recentemente, dimostrazione non solo della sua straordinaria longevità ma anche di quanto sia capace di assumere toni profondi e maturi pur rimanendo così fedele a se stesso. Poche le note scritte sul taccuino, questo è certamente è il campo delle emozioni.

J’adore.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Umbria | 2 Commenti

Torraccia del Piantavigna, Ghemme e Gattinara

Torraccia del Piantavigna è a Ghemme, provincia di Novara. Le colline sono dolci ma dopo pochi chilometri cominciano a salire, e tanto. Voglio dire, di là c’è la Svizzera. Nebbiolo quindi, ma anche erbaluce e vespolina.

Il Ghemme 2006 è un abbraccio, tanto ampio nei profumi quanto gentile nel tannino. Viola, foglie bagnate, liquirizia introducono un’assaggio solo all’inizio severo. Uno di quelli che con il passare dei minuti si ammorbidiscono, pur rimanendo ben presenti, sull’attenti. C’è tanto di molto in un bicchiere che gioca ben saldo le proprie carte più sugli equilibri che sugli equilibrismi. E’ materico e profondo, a tratti travolgente.

E poi c’è il Gattinara. il 2006 è un nebbiolo a tratti austero, succoso, lungo e particolarmente elegante. Un assaggio coerente in tutto e per tutto, dalla prima delle note olfattive all’ultimo dei ricordi. Sfaccettato, esprime note addolcite e balsamiche. Di sottobosco e di rosa. In bocca è ricco ed articolato, teso, caratterizzato da una vena sapida mai doma. Un bicchiere importante, tanto da godere nell’immediato quanto da aspettare.

Ghemme e Gattinara quindi. E se forse la mia preferenza in questo particolare millesimo va (di poco) al secondo è innegabile quanto questi due grandi nebbiolo siano espressivi e rigorosi. Magnifici esempi dell’alto Piemonte.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Campionature, Piemonte | 3 Commenti

Lieto fine

Per completezza segnalo che il Gambero Rosso, a seguito della vicenda del plagio della settimana scorsa sui “Tre bicchieri”, farà una donazione pari al valore del lavoro indebitamente riprodotto all’Associazione di volontariato Divina Provvidenza Onlus, la stessa cioè a cui vengono versati tutti gli introiti pubblicitari de I numeri del vino.

Meglio così.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Commenta

Alla fine se ne sono accorti

Sul web c’è una cosa che è sempre meglio evitare, ed è valida in quasi tutti i casi: sottrarsi al dialogo. Il fatto è che stavo rileggendo alcuni dei commenti relativi all’ultimo caso Gambero Rosso, su Intravino, e mi dicevo: “possibile non intervengano per spiegare, o anche solo per scusarsi?“.

Il fatto: sull’edizione del 20 giugno dei “Tre bicchieri”, quotidiano digitale della casa editrice romana, appare un ottimo articolo a firma di uno dei redattori sullo stato delle esportazioni italiane con riferimenti precisi a volumi e prezzi. Peccato fosse un clamoroso plagio e che lo stesso identico pezzo fosse stato pubblicato il giorno prima dal blog “I numeri del vino“.

Può succedere? Non dovrebbe ma si, può capitare. Non sono stati loro i primi a copincollare e di certo non saranno gli ultimi. Sarebbe bastata una nota, una precisazione, la giusta attribuzione il giorno successivo, e tutto si sarebbe (più o meno) sistemato. Invece no, ad oggi sono usciti altri tre numeri del quotidiano e di riferimenti a quanto successo non c’è traccia. Eppure al Gambero Rosso sanno il fatto loro. Sono gli stessi che organizzano il master in “Comunicazione e cultura enogastronomica”. Anzi, a guardare bene il programma del corso si vedono voci quali “La comunicazione d’impresa” e “Strategie di comunicazione integrata”. Invece niente, nessuna reazione, neanche a commento dei diversi post di questi giorni.

Non capisco, o non lo sanno (in effetti impossibile) oppure hanno deciso di fare finta di niente. In entrambi i casi non è che facciano una così bella figura.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 3 Commenti

A proposito di piccoli vitigni, il verdello

Ancora dalla guida ai vitigni d’Italia: “originario dell’Umbria è così chiamato per il colore (..) non ha nulla a che vedere con altri vitigni che riportano la radice “verde” nel nome, come il verdicchio (..) tipico della zona di Orvieto“. Riporto queste tre frasi veloci perchè avevo letto quà e là di questo vitigno, spesso utilizzato in blend con altre uve per l’assemblaggio dell’Orvieto. Stupore, ieri, quando mi sono imbattuto in una cantina che lo vinifica, credo unico caso, in purezza.

Si tratta de La Palazzola di quel Stefano Grilli già conosciuto per i suoi metodo classico (l’unico in Umbria a proporre una bollicina di interesse, avevo scritto del suo riesling lo scorso inverno). Il vino dell’anno? No, ma una bottiglia che costa davvero poco (a scaffale credo sia intorno ai sei, massimo sette euro) e che si beve con gran piacere. Certo, grandi personalità sono altrove. Si tratta infatti di un vino molto fresco, con un’acidità appena accennata, schietto nel rivelarsi e piacevole proprio per questa sua naturale semplicità. Aggiungete un ventaglio di profumi molto definiti ed ecco il risultato. Quello di aver finito la bottiglia.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Umbria | 1 Commento

Dici che se ne accorgono?

La novità del giorno è che il Gambero Rosso copincolla i post altrui trasformandoli propri senza citare la fonte. Ed il fatto che sia malcostume così diffuso non li giustifica affatto. Proprio per niente.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 2 Commenti

Vinix Unplugged Unconference, ripensiamola (ma anche no)

Ciao Fil*.

Avevo iniziato a scriverti privatamente ma dopo poche righe mi ero reso conto quanto questa mia riflessione potesse essere uno spunto non solo per te ma anche per tutte le persone che ruotano intorno a Vinix, all’Unconference che precede Terroir Vino e che in generale sono in qualche modo sensibili a tutte le tematiche relative al vino, in rete.

Come sai meglio di me a seguito del recente camp del 12 giugno sono nate alcune osservazioni piuttosto critiche relative a forma e contenuti. Volendo riassumere si potrebbe dire che le argomentazioni sono sostanzialmente tre: mancanza di contenuti interessanti, mancanza di dibattito, interventi troppo (o troppo poco) tecnici.

Anche la mia prima reazione a caldo, nei giorni immediatamente successivi, era stata quella di proporre piccoli cambiamenti. Anche io come altri (pur non avendo seguito tutti gli speech previsti) avevo registrato quegli stessi umori. Mi era parso in particolare che la maggioranza degli interventi fosse troppo autoreferenziale. Come se Genova fosse una vetrina privilegiata per presentare i propri progetti professionali, spesso già conosciuti, di fronte ad una platea estremamente preparata. Una sorta di cassa di risonanza. Mi ero quindi prodigato a dispensare consigli: dalla selezione degli interventi in giù. Su Vinix è tutt’ora in corso un dibattito su questo specifico tema.

Con il passare dei giorni però mi sono reso conto di quanto questa sia una discussione a tratti sterile. L’Unconference è infatti una piattaforma che tu metti a disposizione della comunità. Magari ci potrà essere qualche miglioria tecnica ma il format in sé funziona benissimo. Ho letto di una migliore moderazione, ma non posso pensare che una platea di tale statura non sia in grado di essere all’occorrenza curiosa e ficcante. Se quindi qualcosa quest’anno non è girato nel modo giusto la colpa è di tutti, tanto dei relatori quanto dei presenti. Il paragone che mi viene più immediato è quello con un termometro, come se quello fosse il momento in cui registrare lo stato del vino in rete. Quindi ecco, forse non è un caso che quest’anno sia andata così.

Tutto questo senza nulla togliere alla qualità assoluta di alcuni interventi, immancabili davvero. Il punto è che l’Unconference è sempre di più un momento centrale ed è naturale che le aspettative crescano con lei. Se tutti colori i quali c’erano e ci saranno, me compreso, sapranno fare una piccolissima autocritica sono sicuro continuerà a crescere, com’è naturale che sia.

A presto,
j.

*Filippo Ronco, per chi non lo conoscesse, è l’ideatore e l’anima del portale Tigulliovino, del social network Vinix e della concessionaria di pubblicità tematica Vinoclic. Alcuni anni fa decise di provare a creare un momento di incontro “reale” tra aziende ed utenti. Quell’appuntamento si chiama tutt’ora Terroir Vino ed è entrato di diritto tra le più importanti -almeno per qualità- manifestazioni del vino in Italia. Qualche anno dopo, nel 2009, a margine di Terroir Vino, propose un incontro subito recepito con grande entusiasmo, la Vinix Unplugged Unconference, una sorta di barcamp. Un momento durante il quale confrontarsi su tutte le tematiche calde relative al vino ed alla rete. Un momento libero, dove chiunque, previa registrazione, può prendere la parola e parlare al pubblico presente per dieci/quindici minuti. Poi certo, è anche una persona che stimo moltissimo, ma questo è un altro discorso.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 3 Commenti

I tre giorni del condor (o della Via Emilia)

Partire all’alba di un venerdì d’estate per la provincia di Pavia. Fatto.
Ascoltare i silenzi di Lino Maga mentre ripercorre la storia del suo vino. Fatto.
Sedere allo stesso tavolo dove amavano banchettare Veronelli e Brera. Fatto.
Bere un Barbacarlo di trent’anni e capire tutta la grandezza di un piccolo vino. Fatto.
Affezionarsi al caos creativo di Vittorio Graziano. Fatto.
Cantare Vasco passando in macchina da Zocca. Fatto.
Addormentarsi nel silenzio più assoluto e svegliarsi al canto del gallo. Fatto.
Bere latte appena munto. Fatto.
Amare Camillo Donati per la più bella delle ospitalità. Fatto.
Scoprire che a Langhirano viene bene anche il cabernet franc. Fatto.
Bere lambrusco sotto ad un cielo fatto di milioni di stelle. Fatto.
Riempire la macchina di vino al limite delle sue possibilità. Fatto.
Amare una realtà fatta di vignaioli (ma sopratutto di persone) che resistono. Fatto.
Trascorrere tre giorni indimenticabili con alcuni dei miei più cari amici. Fatto, fatto, fatto.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 11 Commenti