Il mio intervento di sabato scorso ad Offida era incentrato sull’importanza dei contenuti generati dagli utenti. Quei contenuti (thread sui forum, post e commenti sui blog, recensioni su social network specializzati in vino ma anche semplici lanci su Twitter, Facebook, Friendfeed e chipiùnehapiùnemetta) che partono dal basso, dal consumatore.
Si, direte, non è una novità. Ma nel vino troppe, troppe cantine hanno un approccio che si può considerare in un certo senso verticale, così abituate a portare avanti la propria comunicazione istituzionale e così poco propense all’ascolto. Il loro grande problema, anche quando riescono ad essere informate su quello che succede online, è questo: la tendenza a guardare al contenuto e non al potenziale valore della relazione che si può instaurare con quel consumatore.








Il Pecorino di Offida (il 2010, nello specifico)
Allora la trasferta ad Offida dello scorso weekend è stata anche l’occasione per una degustazione, domenica mattina, di circa venticinque pecorino. E guardate, avevo anche cominciato a scrivere un post fatto di impressioni ed osservazioni ma, dopo solo poche righe, ho capito che avrei fatto prima a rimandarvi all’impeccabile report di Mauro Erro. Lì c’è davvero tutto.
Volendo fare un brevissimo riassunto di quello che avrei scritto, aggiungo solo che si, si può parlare di un tratto comune nel Pecorino DOCG di Offida. Vini non aromatici ma comunque caratterizzati da una certa ricchezza espressiva, da una certa acidità (niente di particolarmente tagliente, chiaro) e da una vaga sensazione di dolcezza, quasi ad ammiccare all’assaggiatore (ecco, a questo punto ci sarebbe da aprire una parentesi su quanto scritto rimandi immediatamente al trebbiano spoletino, anche se questo ha una struttura diversa, più incisiva nell’esprimersi).
I nomi che mi sono segnato, una volta scoperte le etichette, sono: il ”Rugaro Gold” della Cantina dei Colli Ripani, il “Villa Piatti” di Collevite, il ”LiCoste” di Domodimonti, San Filippo, il “Kiara” di San Giovanni.