Il Rosso di Montefalco (in generale) della Cantina Fratelli Pardi (in particolare)

Nonostante la vicinanza geografica non posso certo definirmi come un assiduo bevitore del Rosso, la seconda denominazione di Montefalco. Apro una parentesi: non so se infatti in questo caso si possa parlare di vera e propria DOC “di ricaduta”. Per fare un esempio geograficamente non troppo lontano, a Montalcino il Rosso segue sostanzialmente lo stesso disciplinare del Brunello con l’ovvia differenza relativa ai tempi di maturazione in cantina. Cento percento sangiovese in modo -io la penso romanticamente così- da permettere alle cantine una certa rotazione dei vigneti utilizzando quelli meno vocati o più giovani per la produzione del cosiddetto “secondo vino” (a proposito, ci sono dei Rosso di Montalcino stupendi, eleganti e gustosissimi che costano solo pochi euro, magari un giorno ci tornerò). Dicevo di Montefalco: il disciplinare prevede una consistente quota di sangiovese, fino al settanta percento, una piccolo contributo di sagrantino, fino al quindici percento, ed un taglio finale a base di una qualsiasi delle varietà a bacca rossa autorizzate in Regione (l’impressione è che sia il merlot a farla un po’ da padrone). Insomma, la varietà più importante del territorio influisce solo in modo marginale al taglio finale del Rosso di Montefalco tanto da farne una denominazione a se stante, troppo diversa dal Sagrantino per poter parlare appunto “di ricaduta”.

Tra le interpretazioni che storicamente mi hanno sempre convinto non posso non pensare a quelle targate Milziade AntanoPaolo Bea (nonostante il prezzo) e forse Adanti. A queste, da ieri, se ne aggiunge prepotentemente quella di una cantina i cui prodotti con il passare degli anni mi piacciono sempre di più: Fratelli Pardi. Dallo stabile che si trova proprio alle porte del centro abitato di Montefalco continuano infatti ad uscire vini di grande definizione gustativa: dal Trebbiano Spoletino, il recente 2012 è da urlo, fino al Sagrantino non c’è etichetta che non esprima didascalicamente uno stile preciso, elegante e disteso, tanto da poter parlare di un vero e proprio “stile Pardi”. Il Rosso 2010, appena uscito in commercio, è ampio, decisamente aggraziato, addirittura giocato su note floreali che introducono ad un assaggio mai pesante, caratterizzato da una beva compulsiva, ogni sorso tira la volata al successivo come poche altre volte mi è capitato nelle ultime settimane.

Da avere, da bere.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Umbria | 4 Commenti

Il Rosso di Roagna

Probabilmente non c’è molto da aggiungere a quanto già scritto sui Roagna, celebratissima famiglia di Barbaresco. I vini che escono dalla cantina di Pajé sono infatti unanimemente considerati come alcuni dei più fulgidi esempi della tradizione langarola: non solo per l’approccio naturale in vigna o per le lunghe macerazioni in cantina ma anche e soprattutto per quell’aurea di semplicità che riescono a portare sempre con sé. Come se fosse davvero tutto così immediato, facilmente comprensibile, un percorso capace di unire consuetudine e contemporaneità senza apparenti complicazioni.

Tuttavia le occasioni per assaggiare i loro Barbaresco si contano sulle dita di una mano, vuoi per la scarsa diffusione, vuoi per il prezzo non esattamente abbordabile (sono tutti vini che viaggiano -anche abbondantemente- sopra i cento euro a bottiglia). Ci voleva quindi il consiglio di un amico per recuperare, a cena, il loro Langhe Rosso, bottiglia che non conoscevo e su cui senza alcuna indicazione probabilmente non mi sarei soffermato. Quale piacevolissima sorpresa: si trattava infatti di un Nebbiolo targato 2006 che come minimo tradiva la sua vera età tale era la sua anima verticale, così sostenuto da una trama tannica fitta e puntuale e da una freschezza davvero sorprendente. Il tutto però declinato in morbidezza ed in armonia, con il risultato di trovarsi di fronte ad un vino dalla beva pazzesca, dai profumi didascalicamente autunnali e al tempo stesso fragranti. Una complessità ed una finezza che così, a memoria, non ricordo di aver trovato in nessun altro vino della stessa tipologia.

Insomma, un piccolo Barbaresco (scovato sui 35 euro nella sempre bellissima carta della Stella, ristorante alle porte della città di Perugia).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Piemonte | Commenta

Bibenda e l’Associazione Italiana Sommelier Roma

Chiunque frequenti anche solo marginalmente le maggiori testate del vino in rete non può non essersi imbattuto, almeno una volta, nella rumorosa separazione della delegazione romana dall’Associazione Italiana Sommelier (qui, in fondo al post, l’indice dei post finora pubblicati su Intravino).

Devo dire che la vicenda mi aveva per certi versi appassionato, vero e proprio drama composto da pochi ma alquanto delineati protagonisti e fatto di molte dichiarazioni ed alcuni colpi di scena. Nonostante questo avevo però deciso di non dedicare alla questione alcuna riga, non avevo davvero nulla da aggiungere a quanto già detto, a quanto già scritto. È stato ieri sera che ho cambiato idea, quando cioè ho ricevuto la comunicazione di cui sopra, un’email di Bibenda in cui mi si offriva un abbonamento per “continuare il percorso di qualità delle mie letture sul vino”. Ehm, ok.

Naturalmente auguro a tutto lo staff di Bibenda ogni bene. Pur non conoscendo personalmente i suoi membri mi è stato detto più e più volte essere un gruppo di grandi professionisti e di imperdibili relatori. È certamente anche grazie a loro se Roma è oggi la più importante piazza italiana per la diffusione della cultura del vino. Tuttavia mi è impossibile non notare alcuni piccoli segnali che, come dire, sembrano stonare in quella che avrebbe potuto forse essere una separazione del tutto pacifica. Non mi riferisco tanto ai toni usati (vi ricordate quel video “rubato” durante un incontro con i corsisti, quello de “l’AIS nazionale da qui ad un anno e mezzo è finita perché ci saremo noi”?) quanto al perseverare nell’uso della dizione “Associazione Italiana Sommelier Roma”. Perchè sì, certo che i protagonisti sono quasi tutti gli stessi della delegazione della Capitale, gli stessi cioè che hanno preferito intraprendere un nuovo percorso aderendo alla neonata Fondazione Italiana Sommelier (ogni riferimento all’AIS è certamente casuale). Al tempo stesso però sembra che tutta questa poca chiarezza sia voluta, cercata, in un momento tra l’altro in cui in tanti nel Lazio e non solo stanno rinnovando le quote associative per l’anno solare 2014.

Nel giro di pochi mesi tutto dovrebbe diventare più lineare e da questa vicenda l’offerta romana ne uscirà addirittura arricchita. Tuttavia a guardarla da fuori non si può che rimanere almeno un po’ con l’amaro in bocca per modalità e forma. In fondo, pare, lo stile si vede dai dettagli.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 4 Commenti

E l’hashtag del giorno è: #boicottalavedova

A proposito dell’assurda vicenda che vedrebbe Veuve Clicquot muoversi per vie legali contro Ciro Picariello, colpevole secondo la grande maison francese di copiare il colore dell’etichetta del loro Champagne nel suo Brut Contadino.

Edit 25/01/2014: Pace fatta? L’azienda francese ha annunciato, con un comunicato stampa, che non intende fare causa a Ciro Picariello.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 3 Commenti

La Oude Geuze di De Cam

Se è vero che una volta arrivati ai lambic e derivati non è così facile tornare indietro, è anche vero che da quelle parti c’è davvero da divertirsi nello scoprire le tantissime sfumature che differenziano questo o quel birrificio. Io per esempio ci sono arrivato tardi, alle birre di Karel Goddeau e più in generale di De Cam. Si tratta di una piccola guezestekerij pochi chilometri ad ovest di Bruxelles, una realtà nata negli anni novanta che da subito si è distinta per la chiara impronta tradizionale del proprio lavoro. Membro fondatore della HORAL, the High Council for Artisanal Lambic Beers (traduzione di HOge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren), se le birre targate De Cam erano inizialmente frutto di un assemblaggio di lambic provenienti da Boon, Girardin e Lindemans, oggi può vantare una propria produzione a Drie Fonteinen (fonte: Mondo birra). La curiosità riguarda le grandi botti in cui matura, tutte da dieci ettolitri precedentemente usate nel famoso stabilimento ceco Pilsner Urquell.

La Oude Geuze stupisce per non solo per spessore ma anche e soprattutto per tutta la suadente complessità che riesce ad esprimere: toni agrumati, note selvatiche di torba, tracce tanto floreali quanto animali introducono ad un assaggio pieno, ruvido, appagante. Dalla spiccata acidità, ha esattamente la stoffa necessaria per bilanciarne la veemenza. Rock’n'roll, invita a tornare sul bicchiere grazie ad una freschezza affatto scontata. Profondissima, è birra che ho amato immediatamente.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 2 Commenti

Sono stato a Bruxelles e sono sopravvissuto

Questo post potrebbe iniziare e finire così: vale la pena salire su un aereo e volare a Bruxelles solo per visitare Cantillon. Tutto il resto è un piacevolissimo contorno. O magari no, perchè in fondo quello che mi interessa non è tanto celebrare uno dei birrifici più famosi del mondo, vera e propria meta di pellegrinaggio per tutti gli appassionati, quanto una tipologia -quella dei lambic- che certamente nel quartiere di Anderlecht trova il suo interprete più rilevante. Un attimo. Va infatti precisato che tutto questo continuo viaggiare, visitare cantine, discutere a bicchieri pieni, confrontarsi con amici e con produttori ha a che fare con uno degli aspetti del vino (e della birra) che mi affascinano maggiormente: la rifermentazione in bottiglia. Quella “sporca”, contadina, senza alcun sboccatura. El vin col fondo, come lo chiamano nei territori storici del Prosecco. Il come, il quando, il perchè ogni aspetto porti inevitabilmente ad un risultato differente. Oh, nessuno poi che la pensi alla stessa maniera: potete ascoltare Camillo Donati, Vittorio Graziano, Luca Ferraro, Giovanni Frozza, Loris Follador o il giovanissimo Christian di Ca’ dei Zago, solo per citare alcune delle soste più recenti, ed ognuno difenderà a denti stretti la propria come la tecnica migliore. Non in assoluto, quella che però più si adatta al proprio percorso ed alla propria idea di vino. È infatti al vino che va ogni pensiero mentre te ne stai lì, imbambolato davanti alla grande vasca di raffreddamento di Cantillon. Il luogo dove succede ogni cosa. Si tratta di una vasca di rame molto grande, larghissima e dai bordi particolarmente bassi, capace di contenere gli oltre settemila litri di mosto che dopo la bollitura ed una prima e grossolana filtrazione vengono pompati al suo interno. Ovviamente la forma è funzionale al suo scopo: permettere al mosto di raffreddarsi e al tempo stesso di venire in contatto con i lieviti che sono naturalmente presenti nell’ambiente. Si tratta infatti di una stanza senza finestre vere e proprie, un sottotetto in cui lo scambio d’aria con l’esterno è continuo grazie alle grandi feritoie presenti sui lati (vedi foto). È qui che il mosto viene letteralmente colonizzato dai lieviti tipici della zona, quegli organismi che porteranno alla successiva fermentazione alcolica in grandi botti di rovere (per la cronaca, per la rifermentazione Cantillon -come tutti i produttori più tradizionali- aggiunge in imbottigliamento una piccola quota di birra giovane, ancora ricca di zuccheri). Se esiste un contatto tra il (grande) vino e la birra è certamente questo: il mosto, l’ossigeno, i lieviti, il tempo. La tecnica in funzione del luogo. E guardate, bisogna davvero andarci, a Bruxelles, anche per sentire l’odore all’interno del birrificio. Un aroma leggermente acre, profondo, a cui qualunque appassionato di vino non può rimanere indifferente. L’odore che si avverte in ogni grande cantina.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra, Produttori | 11 Commenti

Buon anno, quindi

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | Commenta

Dieci vini per il duemilatredici, e dieci canzoni

Puntuale come il Natale ecco spuntare uno dei miei post preferiti, quello che come di consueto racconta questi ultimi dodici mesi attraverso le bottiglie e le canzoni più significative. Le regole sono sempre le stesse: dieci vini capaci di attraversare i differenti umori di un’annata letteralmente volata, entusiasmante e stimolante come poche altre. Dieci bottiglie rigorosamente differenti dalle trenta già citate negli anni scorsi (a proposito, ecco quelle del 2010, del 2011, del 2012), non le più buone in senso assoluto ma quelle che hanno lasciato maggiormente una traccia di sé. Un segno. E poi dieci canzoni, quelle che ho ascoltato con maggior frequenza, quasi sempre a volume troppo alto. Sono tutti pezzi probabilmente un po’ scontati ma che ci volete fare, io in fondo ho un anima pop.

Vitovska, Zidarich – Quella del 2009 è una versione ricca di colori e di sfumature, certamente la più buona abbia mai assaggiato tra quelle uscite dalla cantina di Prepotto. A questo si aggiunge la stima per un vignaiolo di rara generosità, perfetta sintesi delle (ben) due bellissime trasferte nel Carso di quest’anno. Peccato per la nebbia.

Lorde – Royals

Vorberg, Cantina Terlano – Complice un millesimo meraviglioso -il solito 2010- mai come quest’anno ho consumato così tanto Vorberg. Voglio dire: ogni occasione era buona per aprirne una bottiglia (tanto che credo in cantina ne siano rimaste solamente due, devo andare a controllare). Il Pinot Bianco più buono dell’Alto Adige, quindi d’Italia, quindi del mondo. O no?

Daft Punk – Fragments Of Time

Vinupetra, I Vigneri – La montagna sacra, le vecchie vigne e il vino che ne consegue. Ho dovuto controllare, ero infatti certo di averlo già citato l’anno scorso (invece no). Ecco subito rimediata questa imperdonabile mancanza.

Volcano Choir – Comrade

Barolo Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba, Azienda Agricola Falletto – Non mi sono mai permesso di scrivere dei vini di Bruno Giacosa più che altro per la consapevolezza di non avere abbastanza strumenti per descriverne adeguatamente la grandiosità. Eppure quelle poche volte che sono finiti nel bicchiere sono stati Barolo che, come fari nella notte, hanno illuminato tutto ciò che si ritrovavano intorno. Questo non è solo un vino, è anche un luogo dove trovare alcune risposte.

The National – Don’t swallow the cup

Barolo Piè Franco-Michet, Cappellano – Come sopra. Barolo assoluto, totale e totalizzante, con quella trama tannica così splendidamente definita da ridimensionare -ogni volta- troppi altri vini, troppe altre tipologie. Ma che ci volete fare, la felicità forse è davvero di questo mondo.

Phosphorescent – Song for Zula

Dettori, Tenute Dettori – Pochi altri vitigni hanno scandito con tanta costanza le ultime quattro stagioni quanto il cannonau. Ad una bottiglia meravigliosa per espressività, il 2010 di Alessandro Dettori, si sono affiancate più e più volte espressioni di tanti altri piccoli grandi artigiani. Da Giovanni Montisci a Gianfranco Manca, fino alla neonata realtà guidata da Roberto Pusole.

Franz Ferdinand – Evil eye

Costa del Vento, Vigneti Massa – Nobody’s perfect. E infatti ai vini di Walter Massa ci sono arrivato drammaticamente in ritardo. Per quello che vale, posso solo rassicurarvi: sto recuperando tutto il tempo che avevo perso.

Arcade Fire – Reflektor

Lambrusco Fontana dei Boschi, Vittorio Graziano – Brutti, sporchi e magari anche un po’ cattivi. Eppure il mio rapporto con i vini a rifermentazione in bottiglia è decisamente destinato a durare tale e grande è la loro vocazione gastronomica. Con un occhio alla zona di Asolo e di Valdobbiadene, stanno succedendo cose molto interessanti, lassù.

Chvrches  - The Mother We Share

Franciacorta Dosaggio Zero, Arici – Non solo “sur lie”, un grande metodo classico è infatti vino capace di mettere sempre d’accordo tutti, o quasi. L’incontro con quello di Arici, anche nella versione Rosé, è stata decisiva e fulminante. C’è luce in Franciacorta.

Baustelle – La morte (non esiste più)

Sagrantino di Montefalco, Bellafonte – C’è qualcosa, non solo un collegamento geografico, che mi lega ai vini di Montefalco. Se infatti il Sagrantino non è di certo il vino che bevo più spesso è anche vero che è quello su cui mi confronto maggiormente. La degustazione organizzata la scorsa primavera è stata l’ennesimo spunto per tornare a guardarci degli occhi. È andata abbastanza bene.

Vampire Weekend – Unbelievers

I più assidui frequentatori di questo blog credo abbiano notato, in questi ultimi dodici mesi, una certa cristallizzazione riguardo alcuni degli argomenti trattati. Tutto bene, niente di grave. Da questo punto di vista questo è stato certamente un anno interlocutorio, fatto di conferme più che di scoperte. Ho scritto meno non per mancanza di idee o di tempo (beh, su quest’ultimo punto avrei qualcosa da dire) ma per un continuo ritorno su cose già dette e soprattutto su vini già bevuti (e già amati). A voi che da anni trovate il tempo di leggere quanto scrivo non posso che dire grazie, siete l’unico motivo per cui questo spazio digitale continua ad esistere.

Ma non è tutto, aspettatevi infatti scintillanti novità entro poche settimane. Mai come in questo caso vale la regola del: the best has yet to come. Buone feste, di cuore.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 5 Commenti

Vino in Valle a Perugia

Solo per segnalarvi che sabato pomeriggio alle 18.30 presso il Café di Palazzo della Penna -il museo di arte contemporanea di Perugia- presenterò insieme all’autore un libro che sono felicissimo di aver portato in città. Si tratta di “Vino in Valle, un viaggio fra i vignerons della Valle d’Aosta” di Fabrizio Gallino, meglio conosciuto come Enofaber.

Ci sarebbero un sacco di cose da scrivere a proposito di un percorso per alcuni tratti comune, ricordo quando ormai cinque o sei anni fa muovevamo entrambi i primi passi nel mondo dei blog del vino con quell’insicurezza tipica di chi non sapeva bene cosa stava facendo. I nostri percorsi da allora si sono incrociati più volte, tanto online quanto offline, facendo nascere un’amicizia tutt’altro che banale grazie ad una persona, Fabrizio, sempre disponibile a dedicare agli altri un po’ del suo tempo per un consiglio, un ammonimento, una pacca sulla spalla.

Ovviamente -e ci mancherebbe- la presentazione sarà accompagnata da alcuni bicchieri particolarmente rappresentativi delle tipologie più importanti della Valle. Qui l’evento su Facebook, inutile dire che mai come in questo caso spero riusciate a passare (l’ingresso e la degustazione sono gratuiti).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Letterature, Val d'Aosta, Vedo gente, faccio cose | Commenta

Giovanni Cenci, giovani vignaioli crescono

Ancora una volta riporto qui, il tema è calzante, un mio recente pezzo scritto per quel magazine locale che ho già citato altre volte.

Giovanni Cenci ha un’energia ed un entusiasmo contagiosi, a dire poco. Siamo tra Marsciano e Perugia, alla scoperta di una piccola realtà che si è affacciata sul mercato solo da pochi mesi con la sua primissima annata, quella del 2012, e che piano piano sta iniziando a farsi conoscere grazie a vini solidi ed espressivi.

La sua è un’energia particolare mentre, entusiasta, parla della vendemmia appena trascorsa e riempie i bicchieri direttamente dalle vasche e dalle botti per assaggiarne i frutti. Ma niente, in fondo, è casuale. Giovanni infatti dopo aver studiato agraria ed enologia, alternando ai libri alcuni utili stage in diverse cantine di Umbria e Toscana, è riuscito grazie ad un bando regionale a partire per Bordeaux, patria dell’enologia contemporanea e di alcuni dei più grandi vini del mondo. Lì ha lavorato per due anni, alternandosi tra i Saint-Émilion di Château de Pasquette ed i Pomerol di Clos du Canton des Ormeaux. Due anni trascorsi interamente in cantina, seguendo un po’ tutto quello che ha a che fare con la vinificazione e la maturazione dei grandi Bordeaux.

Poi il ritorno a Perugia e l’intenzione di seguire il proprio percorso utilizzando gli stessi terreni su cui vinificava per uso personale la sua famiglia, non prima di una bella ristrutturazione che ancora oggi sta interessando il casale che sovrasta la (bellissima) valle sottostante. “Se ero nervoso? Non sai quanto. Avevo proiettato tutta la mia esistenza per arrivare a questo. Gli studi, le esperienze, i viaggi, gli investimenti. E poi? Immagina se il vino fosse venuto male!”.

Nella bella cantina di San Biagio della Valle Giovanni produce quattro vini, due bianchi e due rossi. L’Àlago è un Pinot Grigio profondo ed originale, con una bella nota fumé che introduce un assaggio decisamente appagante. L’Anticello è un Grechetto molto classico, sapido e di gran beva. Il San Biagio è un Merlot particolarmente sfaccettato, uno di quelli che riescono a smarcarsi da un eccessivo peso specifico per poi spiccare in leggiadria. Il Piantata, infine, è un Sangiovese di razza, armonico ed elegante, di grande slancio. Un rosso destinato ad un futuro particolarmente radioso (il consiglio è quello di dimenticarlo in cantina per qualche anno). Sono tutti vini caratterizzati da un’aderenza varietale particolarmente marcata, forse un po’ tecnici ma al tempo stesso piacevolissimi, dalla beva stupefacente. In particolare i vini di Giovanni impressionano per coerenza e per un livello medio qualitativo davvero elevato, difficile da trovare in altre realtà così giovani.

Un’altra cantina da seguire con attenzione.

Cantina Cenci
Vocabolo Anticello, San Biagio della Valle, Marsciano (Pg)
+39 380 5198980, info@cantinacenci.com

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli, Umbria | 2 Commenti


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