E l’hashtag del giorno è: #boicottalavedova

A proposito dell’assurda vicenda che vedrebbe Veuve Clicquot muoversi per vie legali contro Ciro Picariello, colpevole secondo la grande maison francese di copiare il colore dell’etichetta del loro Champagne nel suo Brut Contadino.

Edit 25/01/2014: Pace fatta? L’azienda francese ha annunciato, con un comunicato stampa, che non intende fare causa a Ciro Picariello.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 3 Commenti

La Oude Geuze di De Cam

Se è vero che una volta arrivati ai lambic e derivati non è così facile tornare indietro, è anche vero che da quelle parti c’è davvero da divertirsi nello scoprire le tantissime sfumature che differenziano questo o quel birrificio. Io per esempio ci sono arrivato tardi, alle birre di Karel Goddeau e più in generale di De Cam. Si tratta di una piccola guezestekerij pochi chilometri ad ovest di Bruxelles, una realtà nata negli anni novanta che da subito si è distinta per la chiara impronta tradizionale del proprio lavoro. Membro fondatore della HORAL, the High Council for Artisanal Lambic Beers (traduzione di HOge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren), se le birre targate De Cam erano inizialmente frutto di un assemblaggio di lambic provenienti da Boon, Girardin e Lindemans, oggi può vantare una propria produzione a Drie Fonteinen (fonte: Mondo birra). La curiosità riguarda le grandi botti in cui matura, tutte da dieci ettolitri precedentemente usate nel famoso stabilimento ceco Pilsner Urquell.

La Oude Geuze stupisce per non solo per spessore ma anche e soprattutto per tutta la suadente complessità che riesce ad esprimere: toni agrumati, note selvatiche di torba, tracce tanto floreali quanto animali introducono ad un assaggio pieno, ruvido, appagante. Dalla spiccata acidità, ha esattamente la stoffa necessaria per bilanciarne la veemenza. Rock’n'roll, invita a tornare sul bicchiere grazie ad una freschezza affatto scontata. Profondissima, è birra che ho amato immediatamente.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 2 Commenti

Sono stato a Bruxelles e sono sopravvissuto

Questo post potrebbe iniziare e finire così: vale la pena salire su un aereo e volare a Bruxelles solo per visitare Cantillon. Tutto il resto è un piacevolissimo contorno. O magari no, perchè in fondo quello che mi interessa non è tanto celebrare uno dei birrifici più famosi del mondo, vera e propria meta di pellegrinaggio per tutti gli appassionati, quanto una tipologia -quella dei lambic- che certamente nel quartiere di Anderlecht trova il suo interprete più rilevante. Un attimo. Va infatti precisato che tutto questo continuo viaggiare, visitare cantine, discutere a bicchieri pieni, confrontarsi con amici e con produttori ha a che fare con uno degli aspetti del vino (e della birra) che mi affascinano maggiormente: la rifermentazione in bottiglia. Quella “sporca”, contadina, senza alcun sboccatura. El vin col fondo, come lo chiamano nei territori storici del Prosecco. Il come, il quando, il perchè ogni aspetto porti inevitabilmente ad un risultato differente. Oh, nessuno poi che la pensi alla stessa maniera: potete ascoltare Camillo Donati, Vittorio Graziano, Luca Ferraro, Giovanni Frozza, Loris Follador o il giovanissimo Christian di Ca’ dei Zago, solo per citare alcune delle soste più recenti, ed ognuno difenderà a denti stretti la propria come la tecnica migliore. Non in assoluto, quella che però più si adatta al proprio percorso ed alla propria idea di vino. È infatti al vino che va ogni pensiero mentre te ne stai lì, imbambolato davanti alla grande vasca di raffreddamento di Cantillon. Il luogo dove succede ogni cosa. Si tratta di una vasca di rame molto grande, larghissima e dai bordi particolarmente bassi, capace di contenere gli oltre settemila litri di mosto che dopo la bollitura ed una prima e grossolana filtrazione vengono pompati al suo interno. Ovviamente la forma è funzionale al suo scopo: permettere al mosto di raffreddarsi e al tempo stesso di venire in contatto con i lieviti che sono naturalmente presenti nell’ambiente. Si tratta infatti di una stanza senza finestre vere e proprie, un sottotetto in cui lo scambio d’aria con l’esterno è continuo grazie alle grandi feritoie presenti sui lati (vedi foto). È qui che il mosto viene letteralmente colonizzato dai lieviti tipici della zona, quegli organismi che porteranno alla successiva fermentazione alcolica in grandi botti di rovere (per la cronaca, per la rifermentazione Cantillon -come tutti i produttori più tradizionali- aggiunge in imbottigliamento una piccola quota di birra giovane, ancora ricca di zuccheri). Se esiste un contatto tra il (grande) vino e la birra è certamente questo: il mosto, l’ossigeno, i lieviti, il tempo. La tecnica in funzione del luogo. E guardate, bisogna davvero andarci, a Bruxelles, anche per sentire l’odore all’interno del birrificio. Un aroma leggermente acre, profondo, a cui qualunque appassionato di vino non può rimanere indifferente. L’odore che si avverte in ogni grande cantina.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra, Produttori | 11 Commenti

Buon anno, quindi

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | Commenta

Dieci vini per il duemilatredici, e dieci canzoni

Puntuale come il Natale ecco spuntare uno dei miei post preferiti, quello che come di consueto racconta questi ultimi dodici mesi attraverso le bottiglie e le canzoni più significative. Le regole sono sempre le stesse: dieci vini capaci di attraversare i differenti umori di un’annata letteralmente volata, entusiasmante e stimolante come poche altre. Dieci bottiglie rigorosamente differenti dalle trenta già citate negli anni scorsi (a proposito, ecco quelle del 2010, del 2011, del 2012), non le più buone in senso assoluto ma quelle che hanno lasciato maggiormente una traccia di sé. Un segno. E poi dieci canzoni, quelle che ho ascoltato con maggior frequenza, quasi sempre a volume troppo alto. Sono tutti pezzi probabilmente un po’ scontati ma che ci volete fare, io in fondo ho un anima pop.

Vitovska, Zidarich – Quella del 2009 è una versione ricca di colori e di sfumature, certamente la più buona abbia mai assaggiato tra quelle uscite dalla cantina di Prepotto. A questo si aggiunge la stima per un vignaiolo di rara generosità, perfetta sintesi delle (ben) due bellissime trasferte nel Carso di quest’anno. Peccato per la nebbia.

Lorde – Royals

Vorberg, Cantina Terlano – Complice un millesimo meraviglioso -il solito 2010- mai come quest’anno ho consumato così tanto Vorberg. Voglio dire: ogni occasione era buona per aprirne una bottiglia (tanto che credo in cantina ne siano rimaste solamente due, devo andare a controllare). Il Pinot Bianco più buono dell’Alto Adige, quindi d’Italia, quindi del mondo. O no?

Daft Punk – Fragments Of Time

Vinupetra, I Vigneri – La montagna sacra, le vecchie vigne e il vino che ne consegue. Ho dovuto controllare, ero infatti certo di averlo già citato l’anno scorso (invece no). Ecco subito rimediata questa imperdonabile mancanza.

Volcano Choir – Comrade

Barolo Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba, Azienda Agricola Falletto – Non mi sono mai permesso di scrivere dei vini di Bruno Giacosa più che altro per la consapevolezza di non avere abbastanza strumenti per descriverne adeguatamente la grandiosità. Eppure quelle poche volte che sono finiti nel bicchiere sono stati Barolo che, come fari nella notte, hanno illuminato tutto ciò che si ritrovavano intorno. Questo non è solo un vino, è anche un luogo dove trovare alcune risposte.

The National – Don’t swallow the cup

Barolo Piè Franco-Michet, Cappellano – Come sopra. Barolo assoluto, totale e totalizzante, con quella trama tannica così splendidamente definita da ridimensionare -ogni volta- troppi altri vini, troppe altre tipologie. Ma che ci volete fare, la felicità forse è davvero di questo mondo.

Phosphorescent – Song for Zula

Dettori, Tenute Dettori – Pochi altri vitigni hanno scandito con tanta costanza le ultime quattro stagioni quanto il cannonau. Ad una bottiglia meravigliosa per espressività, il 2010 di Alessandro Dettori, si sono affiancate più e più volte espressioni di tanti altri piccoli grandi artigiani. Da Giovanni Montisci a Gianfranco Manca, fino alla neonata realtà guidata da Roberto Pusole.

Franz Ferdinand – Evil eye

Costa del Vento, Vigneti Massa – Nobody’s perfect. E infatti ai vini di Walter Massa ci sono arrivato drammaticamente in ritardo. Per quello che vale, posso solo rassicurarvi: sto recuperando tutto il tempo che avevo perso.

Arcade Fire – Reflektor

Lambrusco Fontana dei Boschi, Vittorio Graziano – Brutti, sporchi e magari anche un po’ cattivi. Eppure il mio rapporto con i vini a rifermentazione in bottiglia è decisamente destinato a durare tale e grande è la loro vocazione gastronomica. Con un occhio alla zona di Asolo e di Valdobbiadene, stanno succedendo cose molto interessanti, lassù.

Chvrches  - The Mother We Share

Franciacorta Dosaggio Zero, Arici – Non solo “sur lie”, un grande metodo classico è infatti vino capace di mettere sempre d’accordo tutti, o quasi. L’incontro con quello di Arici, anche nella versione Rosé, è stata decisiva e fulminante. C’è luce in Franciacorta.

Baustelle – La morte (non esiste più)

Sagrantino di Montefalco, Bellafonte – C’è qualcosa, non solo un collegamento geografico, che mi lega ai vini di Montefalco. Se infatti il Sagrantino non è di certo il vino che bevo più spesso è anche vero che è quello su cui mi confronto maggiormente. La degustazione organizzata la scorsa primavera è stata l’ennesimo spunto per tornare a guardarci degli occhi. È andata abbastanza bene.

Vampire Weekend – Unbelievers

I più assidui frequentatori di questo blog credo abbiano notato, in questi ultimi dodici mesi, una certa cristallizzazione riguardo alcuni degli argomenti trattati. Tutto bene, niente di grave. Da questo punto di vista questo è stato certamente un anno interlocutorio, fatto di conferme più che di scoperte. Ho scritto meno non per mancanza di idee o di tempo (beh, su quest’ultimo punto avrei qualcosa da dire) ma per un continuo ritorno su cose già dette e soprattutto su vini già bevuti (e già amati). A voi che da anni trovate il tempo di leggere quanto scrivo non posso che dire grazie, siete l’unico motivo per cui questo spazio digitale continua ad esistere.

Ma non è tutto, aspettatevi infatti scintillanti novità entro poche settimane. Mai come in questo caso vale la regola del: the best has yet to come. Buone feste, di cuore.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 5 Commenti

Vino in Valle a Perugia

Solo per segnalarvi che sabato pomeriggio alle 18.30 presso il Café di Palazzo della Penna -il museo di arte contemporanea di Perugia- presenterò insieme all’autore un libro che sono felicissimo di aver portato in città. Si tratta di “Vino in Valle, un viaggio fra i vignerons della Valle d’Aosta” di Fabrizio Gallino, meglio conosciuto come Enofaber.

Ci sarebbero un sacco di cose da scrivere a proposito di un percorso per alcuni tratti comune, ricordo quando ormai cinque o sei anni fa muovevamo entrambi i primi passi nel mondo dei blog del vino con quell’insicurezza tipica di chi non sapeva bene cosa stava facendo. I nostri percorsi da allora si sono incrociati più volte, tanto online quanto offline, facendo nascere un’amicizia tutt’altro che banale grazie ad una persona, Fabrizio, sempre disponibile a dedicare agli altri un po’ del suo tempo per un consiglio, un ammonimento, una pacca sulla spalla.

Ovviamente -e ci mancherebbe- la presentazione sarà accompagnata da alcuni bicchieri particolarmente rappresentativi delle tipologie più importanti della Valle. Qui l’evento su Facebook, inutile dire che mai come in questo caso spero riusciate a passare (l’ingresso e la degustazione sono gratuiti).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Letterature, Val d'Aosta, Vedo gente, faccio cose | Commenta

Giovanni Cenci, giovani vignaioli crescono

Ancora una volta riporto qui, il tema è calzante, un mio recente pezzo scritto per quel magazine locale che ho già citato altre volte.

Giovanni Cenci ha un’energia ed un entusiasmo contagiosi, a dire poco. Siamo tra Marsciano e Perugia, alla scoperta di una piccola realtà che si è affacciata sul mercato solo da pochi mesi con la sua primissima annata, quella del 2012, e che piano piano sta iniziando a farsi conoscere grazie a vini solidi ed espressivi.

La sua è un’energia particolare mentre, entusiasta, parla della vendemmia appena trascorsa e riempie i bicchieri direttamente dalle vasche e dalle botti per assaggiarne i frutti. Ma niente, in fondo, è casuale. Giovanni infatti dopo aver studiato agraria ed enologia, alternando ai libri alcuni utili stage in diverse cantine di Umbria e Toscana, è riuscito grazie ad un bando regionale a partire per Bordeaux, patria dell’enologia contemporanea e di alcuni dei più grandi vini del mondo. Lì ha lavorato per due anni, alternandosi tra i Saint-Émilion di Château de Pasquette ed i Pomerol di Clos du Canton des Ormeaux. Due anni trascorsi interamente in cantina, seguendo un po’ tutto quello che ha a che fare con la vinificazione e la maturazione dei grandi Bordeaux.

Poi il ritorno a Perugia e l’intenzione di seguire il proprio percorso utilizzando gli stessi terreni su cui vinificava per uso personale la sua famiglia, non prima di una bella ristrutturazione che ancora oggi sta interessando il casale che sovrasta la (bellissima) valle sottostante. “Se ero nervoso? Non sai quanto. Avevo proiettato tutta la mia esistenza per arrivare a questo. Gli studi, le esperienze, i viaggi, gli investimenti. E poi? Immagina se il vino fosse venuto male!”.

Nella bella cantina di San Biagio della Valle Giovanni produce quattro vini, due bianchi e due rossi. L’Àlago è un Pinot Grigio profondo ed originale, con una bella nota fumé che introduce un assaggio decisamente appagante. L’Anticello è un Grechetto molto classico, sapido e di gran beva. Il San Biagio è un Merlot particolarmente sfaccettato, uno di quelli che riescono a smarcarsi da un eccessivo peso specifico per poi spiccare in leggiadria. Il Piantata, infine, è un Sangiovese di razza, armonico ed elegante, di grande slancio. Un rosso destinato ad un futuro particolarmente radioso (il consiglio è quello di dimenticarlo in cantina per qualche anno). Sono tutti vini caratterizzati da un’aderenza varietale particolarmente marcata, forse un po’ tecnici ma al tempo stesso piacevolissimi, dalla beva stupefacente. In particolare i vini di Giovanni impressionano per coerenza e per un livello medio qualitativo davvero elevato, difficile da trovare in altre realtà così giovani.

Un’altra cantina da seguire con attenzione.

Cantina Cenci
Vocabolo Anticello, San Biagio della Valle, Marsciano (Pg)
+39 380 5198980, info@cantinacenci.com

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli, Umbria | 2 Commenti

Se martedì foste dalle parti di Orvieto..

Manuel Vaquero Piñeiro, docente di storia economica presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia, presenterà il suo ultimo lavoro: “Storia regionale della vite e del vino in Italia. Umbria”. Il vostro interverrà per fare una breve panoramica su alcune delle peculiarità dell’Umbria del vino, oggi.

Museo Emilio Greco, Piazza del Duomo. A partire dalle cinque.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Letterature, Vedo gente, faccio cose | Commenta

Post di servizio

Solo per segnalare, per chi non fosse passato dalle pagine di Intravino nei giorni scorsi, che è stato divertente ritornare a scrivere di Sagrantino di Montefalco grazie ad una degustazione dedicata al caldissimo 2003. Qui. Plus: alcune considerazioni su quelle stelline che molti consorzi di tutela utilizzano per valutare la qualità delle proprie vendemmie. Qui.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | Commenta

La Oude Gueuze di Tilquin

Una recente visita al pub dietro casa mi ha permesso di uscire un attimo dal tracciato segnato dai Lambic di Cantillon (seguirà post) per assaggiare un paio di birre su cui non tornavo da tempo. E se una -la Oude Geuze di 3 Fonteinen- peccava di una certa gioventù, era ancora piuttosto sgraziata ed irruenta, l’altra mi ha letteralmente entusiasmato per equilibrio, carattere e -incredibile a dirsi- eleganza.

Tra l’altro, ed è forse l’elemento che stupisce di più, Tilquin non è solo una realtà giovanissima, è nata solo nel 2009 a Bierghes (ad una cinquantina di chilometri ad est di Bruxelles), ma si tratta di una “blendery”. Non un birrificio vero e proprio ma un luogo in cui diverse birre provenienti da luoghi mitici come Boon, Lindemans, Girardin e Cantillon vengono lasciate maturare e successivamente assemblate fino alla composizione del blend finale, quello che andrà in bottiglia. Tutto questo è possibile grazie al lavoro di Pierre Tilquin, trentasette anni, un ingegnere genetico che ad un certo punto ha mollato tutto per andare ad imparare i segreti del Lambic lavorando in alcuni degli stabilimenti da cui oggi acquista la birra.

Solare, è Gueuze che non cerca tanto la strada della dolcezza quanto quella dell’armonia grazie ad un ingresso particolarmente gentile cui fanno seguito note di fieno, di agrumi, di crostata appena sfornata. E poi è uno dei rarissimi casi in cui è possibile parlare di morbidezza ben integrata all’assaggio, così tracciato da un’acidità definita e lunghissima. Luminosa quindi, probabilmente più accessibile rispetto alla veemenza di altre Gueuze senza però apparire mai ruffiana. Il contrario, direi: qui c’è tanta classe.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 3 Commenti


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