Tra un campioncino ed una collaborazione

Spett.Le Azienda,

sono XXX, studentessa appassionata di cucina.. da qualche giorno sto portando avanti un foodblog, e scrivo appunto per proporVi un’ eventuale futura collaborazione tra la Vostra azienda e il mio blog YYY. Sarei felicissima di utilizzare e promuovere i vostri prodotti nelle mie numerose e imminenti ricette!
Considero questa iniziativa uno innovativo scambio reciproco tra il mio blog, che conoscerebbe in tal modo prodotti di qualità, e la Vostra azienda che potrebbe contare in un’ innovativa forma di pubblicità per i propri prodotti.

Spero in una risposta positiva ma, se così non fosse, continuerò comunque ad ammirare le vostre stupende creazioni!

Cordiali saluti

Tra il 2010 ed il 2011 ho collaborato per circa un anno con una bellissima realtà olearia, qui in Umbria. Un’esperienza di cui serbo un gran bel ricordo e che -tra le altre cose- mi ha fatto prepotentemente entrare in contatto con un fenomeno che proprio allora stava conoscendo un’espansione senza limiti: quello dei food blog dedicati alle sole ricette. Non c’era settimana in cui non ricevessi assurde email contenenti più o meno velate richieste di campionature gratuite a fronte di banner, link, citazioni, etc.

Studentesse, casalinghe disperate, in generale cavoletto-wannabes non trovavano di meglio da fare se non continuare a caricare, all’interno di improbabili layout, le loro creazioni culinarie. Un fenomeno che ancora oggi, seppur in modo diverso, continua con una coda lunga piuttosto significativa. L’amico Davide Cocco per celebrare questo meraviglioso fenomeno sociale ha avuto la brillante idea di dedicare a quelle richieste un Tumblr, un luogo dove raccoglierle e celebrarle, opportunamente anonimizzate.

Si chiama Campioncini ed è un Tumblr imperdibile.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | 2 Commenti

L’Umbria ed il sangiovese, un rapporto complicato

Su Piacere Magazine (anche) questo mese ho scritto di vino. Impossibile non riportare per intero il pezzo (anche) qui.

Non è passato molto tempo da quando mi sono imbattuto in un articolo in cui l’Umbria veniva definita, insieme a Toscana e Romagna, come la “patria del sangiovese”. E sì, anche io ho storto la bocca esattamente come state facendo voi in questo momento. Beh, non che sia sbagliato del tutto, sia chiaro: nel pensare alla nostra regione e le sue varietà a bacca rossa è ovvio che il pensiero corra veloce al sangiovese, appunto, e al sagrantino. Si tratta però di un dato molto più legato alla sua diffusione in termini di ettari vitati che al prestigio che può offrire in termini di etichette.

Tra l’altro non più di un paio d’anni fa -proprio per esplorare questo argomento- avevo organizzato una degustazione (rigorosamente alla cieca, nessuno dei presenti sapeva quale vino corrispondeva a quale bicchiere) dedicata alla questione. Avevo cercato più bottiglie umbre possibili, tutte della vendemmia del 2006, tutte sangiovese in purezza. Al loro fianco in assaggio alcune blasonate bottiglie provenienti dai più importanti territori toscani: il Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano. Il risultato, ampiamente prevedibile, vide un deciso affermarsi di quest’ultimi. Senza se e senza ma, i “nostri” vini uscirono da quella degustazione davvero a pezzi. E guardate, anche senza stare a scomodare un discorso puramente qualitativo quello che allora mi stupì maggiormente fu il numero delle bottiglie che riuscii a recuperare, non più di una mezza dozzina. Esatto, un numero ridottissimo. Sono infatti davvero poche le cantine che in Umbria si cimentano con la vinificazione ed il successivo imbottigliamento del sangiovese in purezza. Per capirci, il Rosso di Montefalco, vino il cui disciplinare prevede una sostanziosa quota di sangiovese, era automaticamente escluso da quella indagine proprio per la presenza di altre varietà (merlot e sagrantino le più diffuse).

Stavo però riflettendo che nel frattempo, dal 2006 ad oggi, sono nate tante nuove realtà e che sarebbe interessante ripensare quell’appuntamento inserendo tutti quei vini che allora non ero riuscito ad acquistare vuoi perchè non esistevano, vuoi perchè erano da tempo esauriti. Qualche nome? Il “Margò Rosso” del vulcanico Carlo Tabarrini, one man show dell’omonima cantina del perugino. Lo “Janus” del bravissimo Marco Merli di Casa del Diavolo. Il “Piantata” di Giovanni Cenci, i più attenti di voi ricorderanno l’articolo a lui dedicato sullo scorso numero di Piacere Magazine, “l’Era” di Lamborghini sul Lago Trasimeno,  il “Piviere” di Palazzone, a Orvieto, e “La Cupa” di Mani di Luna, vicino Torgiano. A questi si affiancherebbero quelli già inseriti nella prima degustazione: il famoso “Rubesco Vigna Monticchio” di Lungarotti (nonostante comprenda una piccola quota di canaiolo), il “Properzio” di Di Filippo, il “Calistri” di Castello di Corbara, il “Rosso Roccafiore” dell’omonima cantina di Todi, “Le Cese” (anche nella versione “Selezione”) di Collecapretta, nello spoletino.

Anzi, se avete suggerimenti non esitate a scrivermi. Mi piacerebbe riuscire a raccontarvi com’è andata.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli | 8 Commenti

London Cru, London’s first Urban Winery

Certo il vino sarà quello che sarà ma l’idea non è male: le “Urban Wineries” hanno il sapore della resistenza metropolitana. London Cru è infatti il nome di una vera e propria cantina aperta all’interno dei locali di quello che era uno stabilimento dedicato alla produzione di gin. Un luogo che in teoria potrebbe arrivare a produrre ottomila bottiglie all’anno che offre la possibilità alla cittadinanza di entrare il contatto con il meraviglioso mondo della vinificazione, cosa forse scontata per chi vive nei paesi produttori, un po’ meno per chi è abituato a prendere un Prosecco ad Earls Court.

Spoiler: si sono fatti spedire le uve di barbera dal Piemonte, sono chiaramente dei pazzi scatenati.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 16 Commenti

Il Rosso di Montefalco (in generale) della Cantina Fratelli Pardi (in particolare)

Nonostante la vicinanza geografica non posso certo definirmi come un assiduo bevitore del Rosso, la seconda denominazione di Montefalco. Apro una parentesi: non so se infatti in questo caso si possa parlare di vera e propria DOC “di ricaduta”. Per fare un esempio geograficamente non troppo lontano, a Montalcino il Rosso segue sostanzialmente lo stesso disciplinare del Brunello con l’ovvia differenza relativa ai tempi di maturazione in cantina. Cento percento sangiovese in modo -io la penso romanticamente così- da permettere alle cantine una certa rotazione dei vigneti utilizzando quelli meno vocati o più giovani per la produzione del cosiddetto “secondo vino” (a proposito, ci sono dei Rosso di Montalcino stupendi, eleganti e gustosissimi che costano solo pochi euro, magari un giorno ci tornerò). Dicevo di Montefalco: il disciplinare prevede una consistente quota di sangiovese, fino al settanta percento, una piccolo contributo di sagrantino, fino al quindici percento, ed un taglio finale a base di una qualsiasi delle varietà a bacca rossa autorizzate in Regione (l’impressione è che sia il merlot a farla un po’ da padrone). Insomma, la varietà più importante del territorio influisce solo in modo marginale al taglio finale del Rosso di Montefalco tanto da farne una denominazione a se stante, troppo diversa dal Sagrantino per poter parlare appunto “di ricaduta”.

Tra le interpretazioni che storicamente mi hanno sempre convinto non posso non pensare a quelle targate Milziade AntanoPaolo Bea (nonostante il prezzo) e forse Adanti. A queste, da ieri, se ne aggiunge prepotentemente quella di una cantina i cui prodotti con il passare degli anni mi piacciono sempre di più: Fratelli Pardi. Dallo stabile che si trova proprio alle porte del centro abitato di Montefalco continuano infatti ad uscire vini di grande definizione gustativa: dal Trebbiano Spoletino, il recente 2012 è da urlo, fino al Sagrantino non c’è etichetta che non esprima didascalicamente uno stile preciso, elegante e disteso, tanto da poter parlare di un vero e proprio “stile Pardi”. Il Rosso 2010, appena uscito in commercio, è ampio, decisamente aggraziato, addirittura giocato su note floreali che introducono ad un assaggio mai pesante, caratterizzato da una beva compulsiva, ogni sorso tira la volata al successivo come poche altre volte mi è capitato nelle ultime settimane.

Da avere, da bere.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Umbria | 4 Commenti

Il Rosso di Roagna

Probabilmente non c’è molto da aggiungere a quanto già scritto sui Roagna, celebratissima famiglia di Barbaresco. I vini che escono dalla cantina di Pajé sono infatti unanimemente considerati come alcuni dei più fulgidi esempi della tradizione langarola: non solo per l’approccio naturale in vigna o per le lunghe macerazioni in cantina ma anche e soprattutto per quell’aurea di semplicità che riescono a portare sempre con sé. Come se fosse davvero tutto così immediato, facilmente comprensibile, un percorso capace di unire consuetudine e contemporaneità senza apparenti complicazioni.

Tuttavia le occasioni per assaggiare i loro Barbaresco si contano sulle dita di una mano, vuoi per la scarsa diffusione, vuoi per il prezzo non esattamente abbordabile (sono tutti vini che viaggiano -anche abbondantemente- sopra i cento euro a bottiglia). Ci voleva quindi il consiglio di un amico per recuperare, a cena, il loro Langhe Rosso, bottiglia che non conoscevo e su cui senza alcuna indicazione probabilmente non mi sarei soffermato. Quale piacevolissima sorpresa: si trattava infatti di un Nebbiolo targato 2006 che come minimo tradiva la sua vera età tale era la sua anima verticale, così sostenuto da una trama tannica fitta e puntuale e da una freschezza davvero sorprendente. Il tutto però declinato in morbidezza ed in armonia, con il risultato di trovarsi di fronte ad un vino dalla beva pazzesca, dai profumi didascalicamente autunnali e al tempo stesso fragranti. Una complessità ed una finezza che così, a memoria, non ricordo di aver trovato in nessun altro vino della stessa tipologia.

Insomma, un piccolo Barbaresco (scovato sui 35 euro nella sempre bellissima carta della Stella, ristorante alle porte della città di Perugia).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Piemonte | Commenta

Bibenda e l’Associazione Italiana Sommelier Roma

Chiunque frequenti anche solo marginalmente le maggiori testate del vino in rete non può non essersi imbattuto, almeno una volta, nella rumorosa separazione della delegazione romana dall’Associazione Italiana Sommelier (qui, in fondo al post, l’indice dei post finora pubblicati su Intravino).

Devo dire che la vicenda mi aveva per certi versi appassionato, vero e proprio drama composto da pochi ma alquanto delineati protagonisti e fatto di molte dichiarazioni ed alcuni colpi di scena. Nonostante questo avevo però deciso di non dedicare alla questione alcuna riga, non avevo davvero nulla da aggiungere a quanto già detto, a quanto già scritto. È stato ieri sera che ho cambiato idea, quando cioè ho ricevuto la comunicazione di cui sopra, un’email di Bibenda in cui mi si offriva un abbonamento per “continuare il percorso di qualità delle mie letture sul vino”. Ehm, ok.

Naturalmente auguro a tutto lo staff di Bibenda ogni bene. Pur non conoscendo personalmente i suoi membri mi è stato detto più e più volte essere un gruppo di grandi professionisti e di imperdibili relatori. È certamente anche grazie a loro se Roma è oggi la più importante piazza italiana per la diffusione della cultura del vino. Tuttavia mi è impossibile non notare alcuni piccoli segnali che, come dire, sembrano stonare in quella che avrebbe potuto forse essere una separazione del tutto pacifica. Non mi riferisco tanto ai toni usati (vi ricordate quel video “rubato” durante un incontro con i corsisti, quello de “l’AIS nazionale da qui ad un anno e mezzo è finita perché ci saremo noi”?) quanto al perseverare nell’uso della dizione “Associazione Italiana Sommelier Roma”. Perchè sì, certo che i protagonisti sono quasi tutti gli stessi della delegazione della Capitale, gli stessi cioè che hanno preferito intraprendere un nuovo percorso aderendo alla neonata Fondazione Italiana Sommelier (ogni riferimento all’AIS è certamente casuale). Al tempo stesso però sembra che tutta questa poca chiarezza sia voluta, cercata, in un momento tra l’altro in cui in tanti nel Lazio e non solo stanno rinnovando le quote associative per l’anno solare 2014.

Nel giro di pochi mesi tutto dovrebbe diventare più lineare e da questa vicenda l’offerta romana ne uscirà addirittura arricchita. Tuttavia a guardarla da fuori non si può che rimanere almeno un po’ con l’amaro in bocca per modalità e forma. In fondo, pare, lo stile si vede dai dettagli.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 4 Commenti

E l’hashtag del giorno è: #boicottalavedova

A proposito dell’assurda vicenda che vedrebbe Veuve Clicquot muoversi per vie legali contro Ciro Picariello, colpevole secondo la grande maison francese di copiare il colore dell’etichetta del loro Champagne nel suo Brut Contadino.

Edit 25/01/2014: Pace fatta? L’azienda francese ha annunciato, con un comunicato stampa, che non intende fare causa a Ciro Picariello.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 3 Commenti

La Oude Geuze di De Cam

Se è vero che una volta arrivati ai lambic e derivati non è così facile tornare indietro, è anche vero che da quelle parti c’è davvero da divertirsi nello scoprire le tantissime sfumature che differenziano questo o quel birrificio. Io per esempio ci sono arrivato tardi, alle birre di Karel Goddeau e più in generale di De Cam. Si tratta di una piccola guezestekerij pochi chilometri ad ovest di Bruxelles, una realtà nata negli anni novanta che da subito si è distinta per la chiara impronta tradizionale del proprio lavoro. Membro fondatore della HORAL, the High Council for Artisanal Lambic Beers (traduzione di HOge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren), se le birre targate De Cam erano inizialmente frutto di un assemblaggio di lambic provenienti da Boon, Girardin e Lindemans, oggi può vantare una propria produzione a Drie Fonteinen (fonte: Mondo birra). La curiosità riguarda le grandi botti in cui matura, tutte da dieci ettolitri precedentemente usate nel famoso stabilimento ceco Pilsner Urquell.

La Oude Geuze stupisce per non solo per spessore ma anche e soprattutto per tutta la suadente complessità che riesce ad esprimere: toni agrumati, note selvatiche di torba, tracce tanto floreali quanto animali introducono ad un assaggio pieno, ruvido, appagante. Dalla spiccata acidità, ha esattamente la stoffa necessaria per bilanciarne la veemenza. Rock’n'roll, invita a tornare sul bicchiere grazie ad una freschezza affatto scontata. Profondissima, è birra che ho amato immediatamente.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 2 Commenti

Sono stato a Bruxelles e sono sopravvissuto

Questo post potrebbe iniziare e finire così: vale la pena salire su un aereo e volare a Bruxelles solo per visitare Cantillon. Tutto il resto è un piacevolissimo contorno. O magari no, perchè in fondo quello che mi interessa non è tanto celebrare uno dei birrifici più famosi del mondo, vera e propria meta di pellegrinaggio per tutti gli appassionati, quanto una tipologia -quella dei lambic- che certamente nel quartiere di Anderlecht trova il suo interprete più rilevante. Un attimo. Va infatti precisato che tutto questo continuo viaggiare, visitare cantine, discutere a bicchieri pieni, confrontarsi con amici e con produttori ha a che fare con uno degli aspetti del vino (e della birra) che mi affascinano maggiormente: la rifermentazione in bottiglia. Quella “sporca”, contadina, senza alcun sboccatura. El vin col fondo, come lo chiamano nei territori storici del Prosecco. Il come, il quando, il perchè ogni aspetto porti inevitabilmente ad un risultato differente. Oh, nessuno poi che la pensi alla stessa maniera: potete ascoltare Camillo Donati, Vittorio Graziano, Luca Ferraro, Giovanni Frozza, Loris Follador o il giovanissimo Christian di Ca’ dei Zago, solo per citare alcune delle soste più recenti, ed ognuno difenderà a denti stretti la propria come la tecnica migliore. Non in assoluto, quella che però più si adatta al proprio percorso ed alla propria idea di vino. È infatti al vino che va ogni pensiero mentre te ne stai lì, imbambolato davanti alla grande vasca di raffreddamento di Cantillon. Il luogo dove succede ogni cosa. Si tratta di una vasca di rame molto grande, larghissima e dai bordi particolarmente bassi, capace di contenere gli oltre settemila litri di mosto che dopo la bollitura ed una prima e grossolana filtrazione vengono pompati al suo interno. Ovviamente la forma è funzionale al suo scopo: permettere al mosto di raffreddarsi e al tempo stesso di venire in contatto con i lieviti che sono naturalmente presenti nell’ambiente. Si tratta infatti di una stanza senza finestre vere e proprie, un sottotetto in cui lo scambio d’aria con l’esterno è continuo grazie alle grandi feritoie presenti sui lati (vedi foto). È qui che il mosto viene letteralmente colonizzato dai lieviti tipici della zona, quegli organismi che porteranno alla successiva fermentazione alcolica in grandi botti di rovere (per la cronaca, per la rifermentazione Cantillon -come tutti i produttori più tradizionali- aggiunge in imbottigliamento una piccola quota di birra giovane, ancora ricca di zuccheri). Se esiste un contatto tra il (grande) vino e la birra è certamente questo: il mosto, l’ossigeno, i lieviti, il tempo. La tecnica in funzione del luogo. E guardate, bisogna davvero andarci, a Bruxelles, anche per sentire l’odore all’interno del birrificio. Un aroma leggermente acre, profondo, a cui qualunque appassionato di vino non può rimanere indifferente. L’odore che si avverte in ogni grande cantina.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra, Produttori | 11 Commenti


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