Su Nossiter e sulla crossmedialità

E insomma ieri pomeriggio mi ero messo a scrivere questo post. Tra una cosa e l’altra però non ero riuscito a finirlo e l’avevo lasciato lì, dormiente. Questa mattina poi, mentre aspettavo il mio turno in una sala d’attesa particolarmente desolante, mi sono accorto via Twitter che qualcun’altro, con parole diverse, aveva sostanzialmente scritto quello che avevo in mente anche io: Fabio Ciarla su Vinix.

Il mio consiglio è quello di andare di là e leggerselo con calma seguendo anche i tanti link proposti. L’argomento centrale è il ruolo che la rete ha avuto nel descrivere e commentare i temi sollevati dall’articolo di Jonathan Nossiter (autore dell’osannato documentario “Mondovino”) sul numero attualmente in edicola di GQ. Un perfetto esempio di crossmedialità in cui la rete ha dimostrato la sua grande efficacia nel fare da collante tra diversi media: a) esce l’articolo, su carta b) sul web la cosa viene rilanciata e commentata, ancora ed ancora c) una trasmissione radiofonica (Il Gastronauta, su Radio 24) ripropone alcuni dei temi originariamente apparsi sulla rivista e d) dà vita, in rete, a nuovi commenti, iniziative, prese di posizione, precisazioni. Da sottolineare poi come tutti i protagonisti coinvolti abbiano, durante almeno uno di questi passaggi se non di più, espresso le proprie prospettive intervendo in prima persona, tanto in radio quanto sul web.

E’ la bellezza dell’internet, si diceva una volta. E, guarda un po’, è proprio così: non un media che sovrasta gli altri ma una coralità di voci che grazie al web trovano senso compiuto e permettono di approfondire tematiche che altrimenti risulterebbero come statiche. In ogni passaggio di questo processo infatti vengono aggiunti piccoli pezzi che, alla fine, riescono a costruire un puzzle molto più grande rispetto a quello che un singolo media, solo, sarebbe riuscito a comporre.

E come giustamente fa notare Fabio poi ci sono anche persone “a cui riferiscono, perchè non frequentano“. Un peccato, non hanno idea di quello che si stanno perdendo.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 7 Commenti

La Kriek di Boon


Sarà sicuramente stato un caso ma la Kriek di Boon rispetto alle due precedenti ha ancora più succo, ecco che da questo punto di vista si potrebbero tranquillamente assaggiare in sequenza: Cantillon, Girardin, Boon, in un crescendo di concentrazione. Il colore è ormai inconfondibile, quel rosso porpora e quella schiuma rosata: fantastici. Al naso c’è frutto, ed è composto ed elegante anche se l’impressione è che manchi un po’ di profondità. Possibile? In bocca nonostante l’ovvia acidità è meno tagliente, forse più facile. Chiaro, rimane di grande fascino anche se quella componente animalesca, quella che scalcia e che ti resetta le papille gustative, qui sembra più rarefatta. C’è un filo conduttore che attraversa tutto l’assaggio, è la ciliegia. E attenzione: piace lo stesso, eccome.

Poi oggi è domenica e questi ultimi sette giorni sono decisamente stati segnati dal Lambic, scoperta entrata con prepotenza nei bicchieri di tutti i giorni. Non ho scritto di una splendida Framboise, la Rosé de Gambrinus di Cantillon e di diverse Gueze. Ma ci sarà modo. Poi mi sono imbattutto in una bevanda dolce aromatizzata al cassis di Lindemans che di Lambic non ha assolutamente nulla: un bicchiere particolarmente scomposto in cui due componenti, quella zuccherina e quella acida, non riescono a trovare un punto di incontro risultando particolarmente slegate e, in definita, particolarmente spiacevoli. Ma purtroppo è così, la necessità di rendere dolci prodotti che non nascono come tali per piacere a tutti i costi. Come se il grado zuccherino fosse l’unico parametro per ammaliare un’intera società troppo impegnata altrove per evolvere il proprio palato (ed è discorso a tratti valido anche nel mondo del vino, dove il termine dolcezza è facilmente sostituibile con morbidezza). Vorrei chiudere con le parole di Vittorio Rusinà, è stato lui a farmi assaggiare il mio primo Lambic un paio d’anni fa, questo è un suo commento della settimana scorsa:

Grande gioia leggere la tua vicinanza al lambic, una bevanda che ha corso il rischio di sparire ma è stata difesa da produttori come i Van Roy di Cantillon. Una bevanda che oggi corre il rischio di perdere la sua identità originale a causa dell’ingresso di alcuni grandi gruppi che non si fanno scrupolo di addolcire con impiego di zucchero la tipica ma modulare acidità del lambic.
Il nostro gusto è stato gravemente danneggiato dalle bevande zuccherine e dalle alti percentuali di zucchero presenti nei cibi; dobbiamo recuperare il piacere di gustare l’amaro e l’acido: riprendiamoci il gusto!

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 2 Commenti

La Kriek di Girardin

Cosa cercare in una Kriek? Solo l’ebrezza dell’acidità o qualcosa di più, qualcosa che doni all’assaggio stoffa e profondità? Ripenso alla Cantillon di ieri e mi immagino un’eleganza a tratti glaciale, più fredda nello svelarsi e la cui acidità è una lama che non lascia scampo, così dritta e tagliente. La Girardin invece è più lasciva, più calda, più avvolgente. Il colore è più scuro, continuando con un (forse) improbabile parallelismo con il mondo del vino sarebbe di un bel rosso porpora, schiuma esclusa. Il naso è piacevolissimo, coniuga alla ciliegia toni dolci e trascinanti di frutta, di spezie, di lieviti. In bocca l’acidità è meno aggressiva (oh, è sempre un Lambic però), c’è succo e sostanza che si trascinano fino ad un finale secco, di gran pulizia.
La preferisco? No, mi piacciono entrambe molto. L’unica strada praticabile è quella di continuare ad assaggiare per farsi un’idea il più precisa possibile. Ah, il prezzo: questa, la solita mezza bottiglia, costa poco meno. Intorno ai quattro euro, quattro euro e cinquanta. Mica male davvero.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 6 Commenti

La Kriek di Cantillon

Lambic quindi. In breve la Kriek è una particolare tipologia che prevede l’aggiunta di ciliegie intere nelle botti di affinamento della birra, la proporzione è di circa 20/30 kg di frutta ogni 100 litri di Lambic. Dopo la successiva fermentazione e comunque dopo alcuni mesi di macerazione la Kriek viene imbottigliata. È in questo momento che si aggiunge una piccola quantità di Lambic più giovane capace di fare partire la terza ed ultima fermentazione, quella in bottiglia. Sembra facile, sicuramente non lo è affatto.

A berla si riconosce subito, anche da lontano. Le ciliegie infatti donano alla Kriek un colore tutto particolare, paragonabile forse al cerasuolo nel vino. Un rosato molto convinto, più scuro al centro e più delicato sui lati. Al naso è fantastica: avvolgente, profonda, morbida grazie all’evidenza del frutto e dritta per la percezione di una certa acidità. In bocca è un colpo di fucile. Dimenticate le dolcezze, qui l’acidità regna incontrastata. E si, le ciliegie continuano ad essere riconoscibili ma è aroma che fa da contorno ad un Lambic deciso, netto, pulito. Un Lambic che nonostante tutto sembra particolarmente equilibrato. Il finale poi convince, sfumato e leggermente astringente. Che altro? Questa dell’altra sera, una classica mezza bottiglia da 37,5 cl, era stata imbottigliata nel 2008 e viene via a cinque euro, centesimo più, centesimo meno. E si, è un’acidità che conquista.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 11 Commenti

Scambiarsi pareri sul web durante l’orario di lavoro è reato

Arrivo un po’ lungo, lo so (motivo banale: questi ultimi giorni sono stati di grande relax e di poco lavoro). È che solamente ieri mi sono accorto che Franco Maria Ricci (da qui in poi per brevità FMR) aveva pubblicato a ridosso di Natale una precisazione a proposito del suo contestatissimo editoriale sulla rivista Bibenda. Ricordate? Quello del “mi riferiscono, perchè io non frequento“. Bene, in questa postilla pubblicata solamente online FMR scrive anche che:

scambiarsi pareri sul web, nei forum o altro durante l’orario di lavoro è reato. Che dicono l’ex Ministro Brunetta e la Legge dello Stato? Uguale.”

C’era bisogno di questa puntualizzazione? Ovviamente no: la posizione di FMR era già chiarissima nel suo editoriale. Una visione del lavoro e dell’uso e del web tremendamente inattuale, che poco si addice all’importanza del suo ruolo. Io ho avuto la fortuna di crescere professionalmente in ambienti fantastici, in luoghi dove ancor prima dei social network si era capita l’importanza del dipendente e del collaboratore come figure portatrici dei valori della realtà per cui lavorano. Se fossi FMR, per capirci, incoraggerei tutto lo staff di Bibenda a scrivere, a commentare, a dimostrare sul web giorno per giorno (si, anche durante l’orario di lavoro) le competenze di una delle redazioni cartacee migliori sulla piazza. Perchè va anche bene una campagna promozionale, ma volete mettere l’immagine che riflette un Armando Castagno (storico collaboratore di Bibenda) quando commenta con straordinaria puntualità e competenza un post su Intravino?  Ovviamente questo non riguarda solo FMR, è concetto applicabile potenzialmente ovunque. Ah, e buon anno.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 6 Commenti

Il Lambic e l’anello mancante tra la birra e il vino

Chissà come mai, per un sacco di coincidenze (predisposizone certo, ma anche l’apertura di una nuova birreria a due passi da casa) in questi giorni pre e post natalizi mi ritrovo sempre più spesso a bere, dopo cena, uno o due Lambic. Birre definitive, gustosissime, di grande acidità e stoffa. Birre che, è sicuro, non possono lasciare indifferenti. Gueuze e Kriek le tipologie che vendono qui, Cantillon e Girardin gli unici due produttori al momento a scaffale.

La birra è per me una continua scoperta, un mondo che mi affascina e che piano piano sto cercando di conoscere. Insomma, tutto questo per dire che mi sono messo a leggere quà e là e che ho trovato un articolo di Kuaska che, se avete voglia di approfondire il Lambic, va assolutamente letto. È qui, si apre un pdf.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Birra | 10 Commenti

Dieci vini per il duemilaundici. E dieci canzoni.

Non ce l’ho fatta: l’anno scorso era stato uno dei post che più mi avevano divertito, tanto nello scriverlo che nel rileggerlo. Eccolo di nuovo: dieci vini e dieci canzoni. Per i primi non necessariamente una classifica ma una panoramica capace di raccontare questi ultimi dodici mesi attraverso i bicchieri più significativi. Bicchieri di viaggio, di riflessioni, di amici e di risate. Insomma, di quei momenti. I pezzi invece sono proprio i più ascoltati: spesso in macchina, a volte a casa. Sempre a volume troppo alto.

- Vitovska, Marko Fon. Comincio dalla fine, da una quindicina di giorni fa e da una tipologia che mi sono ripromesso di approfondire (che amo quando così tesa, così minerale, così da bere) e da un artigiano che mi ha conquistato (ah, ma tanto torno presto).

Grouplove, Colours

- Trebbiano spoletino, Spoleto Ducale. La cantina sociale non fa più i vini di una volta (un peccato) ma questo è un trebbiano spoletino simbolico, dedicato a tutto il lavoro che ho portato avanti tra gennaio e febbraio: le telefonate, le visite in cantina, le degustazioni. È l’articolo uscito su Enogea 35.

Joan as Police Woman, The magic

- Passito di Pantelleria, Ferrandes. Nel post scrivevo che “qui il termine mediterraneo acquista un senso particolarmente definito e compiuto”. Una sintesi per una tipologia alquanto vasta fatta di vini che partono da regioni insospettabili a nord e che passando per le isole e per il sud cattura e coinvolge.

Raphael Gualazzi, Calda estate

- Amarone della Valpolicella, Monte dei Ragni. È stata una folgorazione, la scoperta di una Valpolicella fatta di eleganza e di finezza. Un Amarone con così tanta personalità da essere ancora stampato come pochi altri vini nella mia memoria. E anche il Ripasso..

The Strokes, Under cover of darkness

- Pinot nero, Dalzocchio. Va bene che l’Italia non è la Francia e tutto il resto. Ma a dover scegliere un pinot nero di queste parti è bottiglia che non esiterei a portare (quasi) sempre con me. Per prezzo, per tipicità, per stile.

James Blake, Limit to your love

- Barbacarlo, Lino Maga. Beh. Per chi quest’anno è capitato su queste pagine con una certa frequenza è forse la scelta più prevedibile. La via Emilia, quei ritmi che quando si tratta di rifermentazioni in bottiglia inesorabilmente rallentano. Tutto si fa più soffuso, eppur chiaro. Il vino più lento di tutti, ma non per questo meno ficcante.

PJ Harvey, Let England shake

- Valentini, Trebbiano d’Abruzzo (sfuso). Mi piace l’idea di saltare a piè pari i tanti monumenti di Valentini bevuti quest’anno e mettere qui il più semplice e il più economico dei vini che escono dalla cantina di Loreto Aprutino. C’è carattere, e tanto basta.

Kasabian, Let’s roll just like we used to

- Le Pergole Torte, Montevertine. Qui ero un po’ indeciso. È vino infatti capace di mettere tutti d’accordo: troppo facile. Quest’anno però passa anche da qui e da un mio forte riavvicinamento al sangiovese e ad una certa toscanità. Quale migliore interpretazione.

The National, Anyone’s ghost

- Fiano di Avellino, Vadiaperti. Mea culpa. In dodici mesi non mi è mai venuto in mente di scrivere un post dedicato al Fiano di Avellino, in particolare a quello di Raffaele Troisi. Eppure le occasioni non sono mancate, dalla degustazione a Spoleto alle tante bottiglie aperte quà e là, anche le più datate. Un vino che mi piace tantissimo ed una denominazione che forse non ha tutta l’attenzione che merita. Allora faccio così: intanto lo metto qui, con la promessa di riparare quanto prima.

Amanda Palmer, Map of Tasmania

- Sagrantino di Montefalco, Arnaldo Caprai. Il sagrantino è il mio grande punto interrogativo. Quando pensi di averne assaggiati abbastanza e quando cominci a stancarti di certe caratteristiche arrivano bottiglie come queste. Quando vorresti maggiore dinamicità ed uno svolgimento gustativo di grande slancio ti imbatti nel 1988 dell’altra sera. E, ve lo assicuro, tutto d’un tratto ti rappacifichi con la tipologia.

College feat. Electric Youth, A real hero

Non so dire se questa sia stata una grande annata, probabilmente no. Ma c’è entusiasmo, si guarda avanti. Buon Natale, di cuore.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 13 Commenti

Mi riferiscono, perché io non frequento

Probabilmente è notizia in cui vi siete già imbattuti -da un paio di giorni in rete non si parla d’altro- ma dovete sapere che il Presidente dell’AIS Lazio, Franco Maria Ricci, sull’ultimo numero di Bibenda se n’è uscito con un editoriale molto forte. Già, perchè egli, per brevità da qui in poi FMR, è anche l’editore e il direttore della suddetta (bellissima) rivista, quella ufficiale dell’associazione sommelieristica italiana. Ecco, qui ci sarebbe da aprire una parentesi, perchè se la proprietà transitiva non è un’opinione allora si potrebbe pensare che quell’editoriale sia anche espressione del pensiero dell’AIS tutta. Ci si augura ovviamente di no.

Anyway, FMR sostiene che “alcuni navigatori della rete anziché apparecchiare la tavola aspettando gli amici quel bicchiere se lo bevono virtualmente. Mi riferiscono, perché io non frequento, che hanno lanciato la moda di giudicare il vino e parlarne in maniera interattiva con più persone, scambiandosi pareri positivi o negativi di quella e di quell’altra etichetta. Insomma, delusioni o esaltazioni di Barolo o di grandi Champagne, vengono trasmesse da una stanza, seduti davanti a un computer.

Continua poi scrivendo che “questi scambi “culturali” avvengono soprattutto durante il giorno, durante un orario in cui normalmente la maggioranza si trova al lavoro (..) senza sapere, o forse sì, che tutto ciò è reato“.

Che tenero, mi immagino la redazione di Bibenda, con tutti quei computer connessi unicamente per mandare e ricevere le email, in cui un firewall studiato appositamente da FMR impedisce l’accesso a forum, social network, blog e tutti quei siti in cui è possibile intervenire e commentare tanto una notizia quanto un’editoriale.

Ovvio, sono righe che si commentano da sole. Quello che sfugge a FMR è però la sostanza dell’interazione digitale. Scrivere di un vino, commentare questo o quell’assaggio non è il fine ultimo ma un mezzo che ci permette di arricchire la nostra conoscenza. E poi la fruizione orizzontale, la possibilità di condividere contenuti tra pari livelli. Una rivoluzione di cui probabilmente FMR non ha mai sentito parlare.

Ah, sto scrivendo dal lavoro, ma nel mio caso -sono sicuro- non è reato.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 17 Commenti

Barbera d’Alba DOC, Bartolo Mascarello “Vigna San Lorenzo” 2004

A proposito di Barbera, eccone una grande interpretazione. È bottiglia che era in bozza da un po’, quasi fosse in attesa delle parole giuste (o del momento più adatto). Una barbera che non teme il trascorrere del tempo, vigorosa e suadente. Il colore è ancora acceso, rubino scuro particolarmente fitto. Al naso regala note di raro spessore e profondità, dal fruttato al floreale. Ma anche erbaceo e (possibile?) vagamente minerale. In bocca è coinvolgente, lunghissima e ancora scattante. Le parti più dure danno slancio ad un assaggio lineare e di gran succo.
Una bellissima interpretazione dicevo. La dimostrazione che la barbera, quando la mano è quella giusta, sa essere non solo grande ma che con il passare degli anni può anche migliorare, affinandosi ed evolvendo. Un vino, oggi, ancora straordinariamente fresco ed armonico

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Piemonte | Commenta

Istantanee di vino

Uno dei motivi che più mi hanno convinto ha collaborare con il progetto “Istantanee di vino” è stata la freschezza del progetto. Il tentativo di portare al pubblico una determinata tipologia, in questo caso la Barbera d’Asti, cercando di uscire dal tracciato, cercando di usare parole nuove in questo caso sintetizzate in immagini. Facile, penserete. Non so: è molto difficile riuscire a convincere tanto una cantina quanto un’istituzione ad investire in un progetto di comunicazione che sia diverso da quanto fatto fino a quel momento. Comunicati stampa, banchi d’assaggio, degustazioni, serate nei ristoranti o quant’altro sono fondamentali ma al tempo stesso usano un linguaggio sicuramente “rodato” ma anche già sentito. Un linguaggio pensato e destinato a chi conosce l’argomento. Poi, diretta conseguenza, ero incuriosito dal riscontro che poteva avere l’idea di una mostra itinerante in cui protagonista non era il vino in sé ma la sua rappresentazione, anche se certamente affiancato da bottiglie di volta in volta diverse.

È andata bene, è stato un indiscutibile successo tanto in partecipazione fisica agli eventi quanto in contatti attraverso la pagina dedicata. Ne ho parlato velocemente con Patrizia Barreri, direttore del consorzio.
L’idea era quella di proporre la Barbera d’Asti senza imporre un linguaggio strettamente legato al vino. Come consorzio possiamo ovviamente veicolare certe tematiche ma credo che alla fine sia il produttore la persona migliore per raccontare il proprio prodotto. Ecco quindi l’idea, provare ad intercettare un pubblico più vasto senza concentrarci sull’unicità dell’assaggio.

Il bicchiere non viene imposto ma rimane elemento centrale nel raccontare la tipologia. Inizialmente avevamo anche pensato di fare ogni volta un’introduzione cercando di contestualizzare maggiormente le serate ma alla fine abbiamo deciso di lasciare il bicchiere “libero”. Il territorio in questo caso è stato raccontato da un fotografo, da una persona con una sensibilità propria esterna al nostro mondo. Non da un astigiano o da un enologo, ne è risultata la possibilità per chi è venuto a queste serate di guardare le immagini ed assaggiare il vino lasciandolo parlare da solo.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 2 Commenti