Giusto una canzone

Per anni, sempre a pochi giorni di distanza da Natale, mi sono divertito a raccontare le canzoni che più avevo ascoltato e i vini che più avevo amato nei mesi precedenti. Un post molto bello da scrivere che a un certo punto, nella vita del blog, era diventato una sorta di tradizione: chiudeva una stagione per anticipare la successiva (ecco quello del 2010, del 2011, del 2012 e del 2013). Poi le cose sono diventate più sfumate, soprattutto il blog ha perso alcune posizioni nelle mie personalissime priorità giornaliere. Va bene così.

Insomma, solo per sottolineare che a guardare il numero delle riproduzioni probabilmente i dischi più ascoltati sarebbero altri ma che quest’anno nessuno mi ha colpito quanto Carrie & Lowell, il nuovo lavoro di quel genio di Sufjan Stevens. Un disco che rispetto ai precedenti è tutto giocato sulla sottrazione, che racconta forse una certa fragilità, di sicuro la volontà di esporsi per come si è. Canzoni che come sempre nel suo caso riescono a parlare con un linguaggio unico, innovativo e difficilmente imitabile. Che spiazzano e che lasciano una traccia di straordinaria pulizia dopo il loro passaggio. Un disco che non vuole stupire a tutti i costi con chissà quali effetti speciali e in cui chi scrive e chi canta sembra voler fare un passo indietro rispetto a quello che ha scritto e a quello che sta cantando.

Content is king, mi ci sono ritrovato molto (e com’è d’obbligo in questi giorni, buone feste).

Ciao da qui


Riemergo dopo un periodo particolarmente impegnativo solo per segnalare che oggi l’autore di questo blog è finito sulle pagine del Corriere della Sera con un brevissimo elenco di vini del cuore, se rendo l’idea. Luciano Ferraro nei giorni scorsi mi aveva infatti contattato via email per sapere quali potessero essere 3 vini adatti a questo periodo così caldo da consigliare ai lettori. È così che senza pensarci troppo sono venuti fuori i nomi di Denavolo, di Pietracupa, di Emidio Pepe.

Il Dinavolino per dire è vino che mi sta accompagnando da qualche settimana a questa parte grazie a due bellissime visite nei Colli Piacentini a La Stoppa e non solo (sì, mi sono ripromesso di scriverne approfonditamente, lo farò nei prossimi giorni). Poche altre zone possono vantare un gruppo così compatto di vignaioli: Elena Pantaleoni, Giulio Armani, Massimiliano Croci, Andrea Cervini e Alberto Anguissola stanno facendo un lavoro straordinario nel raccontare il proprio territorio grazie a vini ricchissimi di personalità. Altro che nouvelle vague, il loro rock’n’roll risuona per tutta la Penisola.

Ma dicevo del Dinavolino (qui in frigo ho il 2013): leggera macerazione sulle bucce, nel bicchiere c’è la terra e c’è il sole. Semplice e profondissimo al tempo stesso, è squisito. Del Trebbiano d’Abruzzo di Pepe beh, c’è davvero pochissimo da dire. Al limite posso solo sottolineare quanto mi piaccia l’annata da pochissimo in commercio: il loro 2013 entra di diritto tra i miei bianchi preferiti di quella vendemmia e si piazza tra le migliori versioni degli ultimi tempi. E poi Pietracupa, altra realtà su cui tutti hanno già scritto tantissimo. Vini che ad ogni uscita ordino in gran quantità e su cui mi piace tornare con una certa regolarità. Non solo il Fiano ma anche il Greco di Tufo e il Taurasi. Vini (i bianchi) meravigliosamente sapidi, a tratti taglienti, al tempo stesso caratterizzati da un bellissimo profilo agrumato, con chiare tracce minerali, e da toni più caldi e avvolgenti. I 2014 sono da perdere la testa.

Post scriptum: negli ultimi tempi ho scritto più di là, su Intra, che di qua, sul blog (anzi, se ve li foste persi vi segnalo tra gli altri un breve reportage da RAW, da Londra, e un breve elenco di libri per iniziare ad appassionarsi al vino). Riparerò, riparerò certamente.

Expo 2015 e il vino, un rapporto un po’ così

Un disclaimer necessario, che in questo periodo tutto sembra dover essere per forza o bianco o nero, o giusto o sbagliato, a scapito di tutte quelle belle sfumature di grigio che caratterizzano la stragrande maggioranza delle mie opinioni: il sottoscritto non ha nulla -a prescindere- contro Expo (anzi). Quella di ieri è stata una bellissima prima giornata introduttiva, una passeggiata che ha fatto da prologo a molti altri ingressi, a volte per lavoro e altre volte (mi auguro) per svago. Tra l’altro Milano non è mai stata così bella, vivace, vibrante di appuntamenti e di locali. Città da cui non mi sono mai allontanato del tutto, che ho sempre amato frequentare e che oggi mi trovo a (ri)vivere con grande soddisfazione. Ripensandoci però devo correggere almeno un po’ il tiro, ho infatti una grande insofferenza verso una cosa in particolare di Expo: quelle zanzare che al calar della sera sembrano voler prendere il sopravvento sugli esseri umani. Uff, non mi ci abituerò mai.

Ma dicevo di Expo. Alcune tappe fisse ieri: dal Pavillon Zero, prima sosta obbligata per entrare almeno un po’ nel mood della manifestazione, fino ad alcuni assaggi tra i padiglioni (imperdibili in questo senso i post/guida di Dissapore). In tutto questo non poteva ovviamente mancare una veloce passeggiata tra le sale del discusso padiglione curato da Vinitaly e dedicato al vino italiano. Una struttura il cui piano terra ne ripercorre la storia (molto velocemente e grazie al fondamentale contributo del Museo del Vino di Torgiano) e che lo declina attraverso colori e profumi in un percorso di sicuro impatto, almeno per le persone meno avvezze all’argomento.

Poi, al secondo piano, il cuore di tutta la questione: l’assaggio. Uno spazio molto grande e articolato in cui è possibile, a pagamento, servirsi da centinaia (centinaia) di dispenser ben allineati lungo le pareti. Una cosa, come dire, agghiacciante. A parte la scelta del dispenser in sé, sistema che non amo ma di cui posso comprendere le ragioni logistiche, si tratta di un luogo freddissimo, senza tavoli o sedie, capace soltanto di esporre al consumatore, neanche si trattasse di un grande supermercato di periferia, una lunghissima serie di etichette asetticamente divise per regioni. Tutti i migliori valori che il vino porta con sé – il piacere della scoperta, la gioia della condivisione, il rapporto virtuoso con il cibo – qui non sono in secondo piano: non vengono proprio contemplati. L’impressione è che si tratti di una gigantesca occasione persa per tutto il vino italiano, per tutti noi. Non solo: quello che viene esposto all’interno dei dispenser non è un assortimento di quanto di meglio l’Italia è in grado di offrire in termini di vino. No, per le cantine è presenza rigorosamente a pagamento. Praticamente una beffa?

Come sempre, tutto dipende

Se allora avevo scritto una cazzata? Almeno in parte, sì. Una possibile giustificazione riguarda magari i pochi mesi trascorsi, solo tre. Un periodo di tempo che ha permesso ad alcuni Sagrantino 2011 di trovare in bottiglia una maggiore armonia espressiva, a dire poco.

Sono ancora seduto al grande tavolo delle degustazioni del Consorzio Tutela Vini di Montefalco per gli assaggi della prossima edizione della guida de l’Espresso e l’unica considerazione di rilievo riguardante la vendemmia del 2011 è che si tratta di un millesimo molto, molto più divertente rispetto a quanto apparso a febbraio durante l’anteprima. Certamente non si tratta dell’annata del decennio ma dopo una stagione così calda, paragonabile per certi versi a quella del 2003, sono molte le cantine che hanno trovato una quadra non così scontata esprimendo vini davvero golosi, equilibrati e piacevolissimi. Vini la cui trama tannica sembra essere davvero ben integrata alla struttura complessiva, mai brucianti, mai stanchi e anzi reattivi e slanciati. Incredibile eh?

A mia discolpa posso solo aggiungere che allora, durante l’anteprima, erano davvero molti i vini prelevati da botte, con tutte le problematiche che questa (brutta) pratica porta con sé. Ma si tratta davvero di un dettaglio, l’unica certezza è che come in tutti i casi vale la sacra regola del “dipende”, e che esprimere giudizi così tranchant è sempre un grosso rischio. La possibilità di essere smentito a strettissimo giro è dietro l’angolo.

Con questo buon weekend, dopo tutti questi Sagrantino ci vuole davvero una birra.

Cinque stelle, sono tutti vini buonissimi

Montefalco, Perugia. La prima edizione dell’anteprima è andata. Era infatti la primissima volta che il Consorzio dedicava un appuntamento – a ruota dei più famosi toscani – ad un’unica annata. Un’anteprima che certo, qualche difficoltà logistica la comportava di sicuro. Quella del Sagrantino è infatti denominazione piuttosto frammentata, che se da una parte permette ai produttori di vendere i propri vini del 2011 dal 1° gennaio di quest’anno dall’altra li vede uscire in commercio in un periodo temporale davvero ampio, molti infatti non saranno sugli scaffali prima dell’inizio del 2016, e anche di più. Una degustazione quella di oggi segnata da un numero davvero importante di campioni di botte, con tutte le difficoltà che questo comporta (per informazioni citofonare Valpolicella, l’anteprima dell’Amarone porta con sé la stessa problematica).

Volevo però tornare a parlare di stelle e di stelline, quelle valutazioni che vengono espresse proprio dai maggiori consorzi italiani al fine di indicare in sintesi la qualità dell’annata. Tempo fa ne avevo scritto su Intravino, sottolineando quanto ormai siano giudizi perlopiù privi di valore, sempre eccessivamente polarizzati verso l’alto. Giudizi che sulla distanza rischiano di rivelarsi addirittura controproducenti. Per capirci: a Montefalco l’unica (l’unica!) annata che in quindici anni è riuscita nell’impresa di scendere sotto le 4 stelle è quella del 2002. Dal 1997 al 2011 sono state tutte (tutte!) grandi o grandissime vendemmie, fenomeno tutt’altro che unico ed anzi assai simile nelle vicine Montepulciano, Montalcino, etc.

Penso al 2003, millesimo il cui andamento stagionale richiama inevitabilmente il 2011, ed al fatto che quei Sagrantino sono oggi fermi, privi di slancio, cristallizzati in una dimensione tannica ed alcolica senza via d’uscita. Nel 2013 avevo organizzato una degustazione sul tema proprio per vederci più chiaro. Ok, a distanza di 8 anni il panorama produttivo è cambiato molto, chi c’era è cresciuto, nuovi attori sono apparsi sulla scena. Nel 2003 poi c’era un’idea di Sagrantino forse un po’ diversa, ricchezza e potenza avevano un valore che nel tempo è diventato più sfumato. Le cose sono cambiate, ed è proprio per questo che vedere queste 5 stelle, oggi, lascia un po’ perplessi.

Quasi dimenticavo: la trentina di assaggi di questa mattina – cosa tutt’altro che trascurabile – non ha fatto che confermare queste perplessità. Vini buoni, vini meno buoni. Sopratutto un’annata non superiore alla 2010, alla 2006, alla 2004 (per tornare a parlare di stelle).

Ma Porthos esce ancora?

La rivista uscirà con il suo ultimo numero, il sito è attivo e prossimo a un rinnovamento importante: non pubblicheremo tre articoli al giorno – ne bastano tre ogni dieci giorni – ma non credo sia mai stato così “presente” come negli ultimi tre anni.

La casa editrice Porthos Edizioni continua a pubblicare libri (nell’ultimo anno: la nuova edizione de “L’invenzione della Gioia” e di “Champagne: il sacrificio di un terroir“, “Manteniamoci giovani – vita e vino di Emidio Pepe“, “Io riesco a vederci il sole“. “Gli ignoranti – Les ignorants” andrà in stampa tra due settimane, la nuova edizione de “Il Matrimonio tra cibo e vino” entro aprile e si lavora su altri volumi).

Il progetto didattico Porthos racconta… va avanti spedito, a Roma e in giro per l’Italia.

Porthos “esce” ancora, è vivo e vegeto.

Così Matteo Gallello, Porthos Edizioni, su Facebook.

Intrappolati nelle denominazioni

La tarda mattinata del sabato, se non ho altri impegni, è generalmente dedicata alla lettura di tutti quei post ed articoli che durante la settimana non ho avuto il tempo di leggere e che mi sono appuntato qua e là, dai segnalibri di Feedly ai preferiti di Twitter. Insomma, una parentesi necessaria e piacevolissima per rimanere aggiornato su tutto quello che non è di stretta attualità.

Tra le cose più rilevanti in cui mi sono imbattuto oggi c’è la ferma presa di posizione e la solidarietà di Carlo Petrini, Slow Food, nei confronti della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e la loro intenzione di “disobbedire” per difendere il diritto a poter usare nella comunicazione il nome del loro territorio/regione di appartenenza:

Le norme europee vietano di usare una denominazione di origine a chi non produce un vino che non ne abbia il diritto: se non produco nella zona del Barolo, da un vigneto iscritto all’albo, e non ho passato i controlli previsti, non posso usare il nome Barolo sulle mie etichette. La legge provvede anche a dirmi che se ho la cantina nel comune di Barolo, ma non produco quel vino, ma per esempio Barbera d’Alba, posso comunque scrivere la parola Barolo (il nome del Comune) in piccolo, al massimo 3 mm di altezza, per non confondere il consumatore. Fin qui, tutto bene. Ma è nei dettagli che si manifesta il diavolo. Se io, infatti, sull’etichetta della mia Barbara d’Alba, che faccio a Barolo, posso scrivere in piccolo Barolo, quello che non posso specificare, per legge, è che la mia cantina è nelle Langhe, né che si trova in Piemonte. E sì, perché sia Langhe sia Piemonte sono nomi di altrettante DOC, e se io non produco i vini con quelle denominazioni, semplicemente non ho più il diritto di scrivere dove si trova la mia azienda: posso indicare (in piccolo) solo il Comune in cui si trova, ma non la Regione, né in senso geografico né politico. Come se non bastasse, ci sono anche le norme che regolano gli strumenti – brochure, siti internet, gli stessi cartoni che contengono le bottiglie – per comunicare le caratteristiche del prodotto.

La stessa FIVI lo scorso mese aveva inviato un comunicato stampa in cui annunciava:

Dal 1 gennaio 2015 i soci FIVI si autodenunceranno se non verrà modificata la norma che impedisce di indicare nella comunicazione aziendale il territorio di appartenenza. Mettere il territorio italiano in bottiglia ma non poterlo comunicare equivale ad essere ambasciatori che non possono nominare la propria patria.

Una norma, quella contenuta nel regolamento europeo, che nasce per proteggere le denominazioni di origine ma che paradossalmente non fa altro che impedire alle aziende di comunicare nel modo più chiaro possibile la propria collocazione geografica. Un ulteriore problema, specialmente italiano, è quello di aver creato denominazioni di origine una sopra l’altra, letteralmente. Prendiamo ad esempio la zona citata dallo stesso Petrini. La DOCG del Barolo (e vale anche per il Barbaresco) è all’interno di una più ampia DOC, quella di Alba, il cui territorio è a sua volta compreso nella DOC Langhe. Tutte queste sono a loro volta comprese in quella che include al suo interno gran parte delle provincie di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino, eccetera. La fantasmagorica DOC Piemonte.

Insomma, la battaglia della FIVI è sacrosanta, al tempo stesso potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare, in sottrazione, lo spropositato numero di denominazioni di origine italiane.

Eddai, Piemonte DOC? Davvero?

Non mi ci riconosco più

L’elemento di fondo è l’evoluzione del gusto. Nella scala valoriale dei gusti che hanno contraddistinto la valutazione delle nostre guide per una decina d’anni io non mi ci riconosco più. Cosa significa: che è evoluto anche il mio gusto, e questo è nella natura delle cose.

Carlo Petrini, (curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso dalla prima edizione, nel 1987, fino ai primi anni zero) nel bel documentario Barolo Boys, autunno 2014.

Il Sagrantino dei Pardi e la somma delle parti

Sono passati ormai diversi mesi, eppure quella degustazione organizzata da Alberto Pardi in cantina continua periodicamente a riaffacciarsi tra i miei pensieri. Una panoramica di bottiglie, tutte microvinificazioni fatte in damigiana, provenienti dai diversi vigneti di sagrantino di proprietà dell’azienda. Collearfuso, Casale, Pietrauta (da cui provengono le uve per il “Sacrantino”, la selezione) e Campolungo. Quattro vini, ognuno in cinque annate, per una panoramica complessiva di ben venti vini.

Una diagonale organizzata per confrontarsi e riflettere sulle caratteristiche uniche di ogni appezzamento. Uno sguardo per certi versi unico, straordinariamente istruttivo anche per capire meglio le diverse sfumature che una varietà così “densa” come il sagrantino riesce a proporre. Più o meno sapidità, più o meno tendenza ad una certa ossidazione, più o meno concentrazione, più o meno freschezza. Di Fratelli Pardi poi ho scritto più e più volte, e non è un segreto che si tratti di una delle realtà più interessanti del comprensorio, cantina che anno dopo anno riesce ad esprimere vini che tendono ad una decisa idea di eleganza senza mai perdere in beva e in gusto. Vini buoni.

Una panoramica, dicevo, che se da una parte è stata molto formativa dall’altra mi ha permesso di capire ancora una volta, se ce n’era bisogno, quella che è la direzione da non prendere. Mai come in quell’occasione mi è stato infatti chiaro quanto un grande vino sia quasi sempre il risultato di una somma delle parti. Le parti migliori, quelle che raramente coincidono con il singolo vigneto, quel concetto di “cru” che se da una parte è così affascinante dall’altra rischia di essere un po’ abusato.

Tutto questo per dire (anche) che fuori dalla finestra sembra esserci per la prima volta da diverse settimane una chiara idea di estate e che sempre di più ho voglia di partire per una regione ricca di fascino per cui provo sempre maggiore attrazione: Bordeaux.

Good is not enough when better is possible

A difficult 2013 growing season has culminated in the Rioja DOCa council describing the vintage as ‘good’, the worst official rating for a decade.

Each of the Rioja DOCa vintages since 2004 inclusive have been rated as either ‘very good’ or ‘excellent’. But, the appellation’s ruling council has graded 2013 as just ‘good’ – a return to 2003 levels – after what it described as ‘a difficult year for grapegrowers’.

Aspettando il giorno in cui anche a Montalcino, Montepulciano e Montefalco “buono” sarà sinonimo di “mediocre”. Sembra impossibile ma sarebbe un gran passo in avanti (Via Gianpaolo Paglia -su Facebook– e Decanter).