Isole e Olena, Cepparello 2006

Insomma: ci sono certi vini il cui rimando prima di qualunque altra possibile descrizione è territoriale. Toscana, Chianti classico, sangiovese. Poi certo, prendersi il proprio tempo per ascoltarlo e per cercare di capirlo è doveroso ed estremamente piacevole. Il Cepparello ho sempre pensato fosse straordinario nel coniugare una certa struttura, una grande forza espressiva ed una bellissima levità. Questo grazie ad una linearità gustativa che pochi altri sangiovese possono vantare. Inizia piano piano, con note appena tostate che poi introducono al cuore del sangiovese: la viola, l’amarena, la ciliegia. Poi la profondità, con note appena erbacee che fanno da sottofondo a caffè, cacao, cioccolato, tutti appena accennati. Infine il sottobosco e una certa pungenza, quasi ferrosa.
L’assaggio accarezza per poi prendere forza lungo il palato. Senza essere irruento si mostra in tutto il suo equilibrio, con una bellissima freschezza ed un tannino puntuale ma al tempo stesso setoso. C’è succo, c’è vitalità, c’è garbo. Anche sul finale, lungo e definito.

Un sangiovese di enorme eleganza. Un altro inno alla toscanità, dei migliori.

Tanta Toscana, il Tignanello 1983

Intanto l’annata: il 1983 non è stato certo memorabile, anzi. Tanto che nella stessa tenuta, quella della famiglia Antinori, è stato prodotto il Tignanello ma non il Solaia. Poi un veloce cenno storico: questo pare infatti essere stato il primo sangiovese ad essere affinato in barrique e “tagliato” con varietà non tradizionalmente toscane, oggi sono il cabernet sauvignon (15%) e il cabernet franc (5%). Era il 1971, una piccola rivoluzione che avrebbe portato tantissimi grandi vini ad uscire dalle maglie della denominazione chiantigiana per raccontare un’altra Toscana. Prima infatti il suo nome era “Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello”.

E più che una lunga serie di note relative all’assaggio mi premeva dire una cosa. Va bene che il sangiovese non è solo e che oggi c’è molta voglia di un certo classicismo, o purezza, comunque tipicità. Ma questo è di gran lunga il vino più toscano abbia bevuto da parecchio tempo a questa parte. Per tutti quegli accenni che solo il sangiovese sa regalare. Per quell’avvolgenza, per quell’aristocratica eleganza e per quella fantastica evoluzione che ho trovato nel bicchiere. Alla faccia del cabernet.

Chianti Classico, Podere Le Boncie “Le Trame” 2006

Volevo idealmente aggiornare con questa 2006 la splendida verticale de Le Trame di Giovanna Morganti di gennaio, è troppo buono per non citarlo tra quelli da non mancare assolutamente. A proposito: peccato allora non aver inserito anche questo, sarebbe stato uno spunto (di felicità) in più.

Troppo buono? Eh. C’è un po’ tutto, qui. Una grande interpretazione dell’annata, un equilibrio sopraffino, una trama tannica impeccabile. Ma sopratutto tutte quelle caratteristiche di eleganza, di struggente complessità, di profondità che si uniscono in un tutt’uno, in bocca, fino ad un finale lunghissimo. Lento ed avvolgente.

Nobile di Montepulciano Riserva, Poderi Sanguineto 2006

Parliamo di Nobile? Parliamo di Nobile, eccome. Uno di quelli che già al naso ne capisci subito la provenienza in un’espressione, la 2006, particolarmente fortunata. Di Dora e di Patrizia ho già scritto in più di un’occasione, dell’altro loro 2006, del rosso e della cantina in generale. Rimane il fatto che in un panorama certamente un po’ piatto i loro vini spiccano sempre per espressività ed eleganza. Una sicurezza, a dire poco.

E poi questa riserva, una di quelle da avere in cantina e da aprire periodicamente, straordinaria interpretazione del prugnolo. Il colore è vivo, non ancora granato. Il naso, di rara eleganza, racconta di freschezza, di una florealità profonda, di una terrosità lontana. Ma c’è di più: una leggera speziatura, un frutto che gioca su toni eterei, una leggera sensazione vegetale. In bocca prevale il gusto del Montepulciano (si, esiste, ed è esattamente questo). Una bocca fatta di sapidità e di tannini ancora giovani ma perfettamente integrati, una bocca dal corpo lungo, disteso, fine, a tratti setoso. E poi una leggera acidità, quasi una ciliegia su una torta immaginaria. Il finale, lungo e leggermente asciutto.

Un Montepulciano pazzesco, tra le migliori interpretazioni del decennio.

Montevertine, Le Pergole Torte 2004

Se domani mi chiedessero di fare assaggiare il sangiovese a, non so, un essere umano poco avvezzo a questioni enoiche probabilmente inizierei a parlargli del Brunello, ma gli farei assaggiare Le Pergole Torte, magari con qualche anno sulle spalle. Sbaglio? Forse, ma non ci posso fare niente. Quando si parla di Toscana e di sangiovese il mio pensiero vola veloce nel cuore del Chianti Classico, a Radda e a Montevertine.

Il 2004 non fa eccezione, c’è carattere e profondità. Ma sono tratti leggeri, si librano con delicatezza senza mai apparire eccessivamente pesanti. E’ meraviglioso. Il colore? Denso, mai lucente ma di grande fascino. Ricorda la consistenza di una stoffa pregiata. Il naso? La complessità è tutta qui, nel definire al meglio uno spettro olfattivo molto didascalico, sangiovese all’ennesima potenza. Accenni floreali, impreziositi da un leggero affinamento in bottiglia. Note più fruttate, mature, calde. Ma anche spezie nobili ed una punta tabacco. E poi la bocca, avvolgente ed elegante, magistralmente definita per equilibrio ed armonia.

Buonissimo, a dire poco, per un’annata che adesso comincia a dare il meglio di sé. Da bere. E da ribere, siempre.

[s5]

Maremma Toscana Rosso IGT Massa Vecchia, Berace 2009

Merlot 60%, Sangiovese 40 % | 15 €

Massa Vecchia ci ha abituato ad una produzione in continuo cambiamento, non molte le etichette che nell’arco degli anni rimangono invariate nell’uvaggio. Vini che nascono e che dopo qualche anno magari scompaiono rimpiazzati da nuovi assemblaggi. La firma però è sempre la stessa, difficile non riconoscere alla cieca uno dei vini usciti dalla cantina di Massa Marittima. C’è sempre quel tocco, quella profondità.

Il Berace, uno dei più recenti, ha il grande pregio di avere un prezzo particolarmente accessibile. Uno di quelli da bere giovani, ma anche no. Perchè se è vero che ci sono quella fragranza poderosa del frutto e quella freschezza è anche vero che sono tutte sensazioni destinate ad evolvere acquisendo fascino, spessore, eleganza. Oggi per esempio il merlot è evidentissimo nelle sue accezioni più giovani, sarà straordinario aspettarlo. Io, fiducioso, ne ho preso un cartone.

[s4]

Montecucco Sangiovese DOC Pieve Vecchia, Chorum 2007

Sangiovese | 10/15 €

Approfitto del post precedente per rimanere in tema e scrivere qualche riga di Chorum, il vino più conosciuto di Pieve Vecchia. A conti fatti da non mancare, me ne ero accorto quest’anno in fiera a Verona, era uno degli assaggi che mi ero segnato con diverse sottolineature anche per lo straordinario rapporto tra spesa e conseguente felicità. Davvero.

Da assaggiare quindi, da una parte per la sua grande tipicità -ah il sangiovese- dall’altra per il suo coniugare tante cose che si cercano in un bicchiere. Struttura, espressività, bevibilità. Naso intrigante e piuttosto profondo, spazia dalla ciliegia al tabacco, dal minerale al mediterraneo. In bocca è secco, conferma questa sua vena marittima con una nota di grande sapidità che attraversa tutto il palato e che lo accompagna anche sul finale, appena amarognolo. Raffinato e generoso.

[s4]

Maremma Toscana IGT Massa Vecchia, Ariento 2000

Vermentino | 35 €

Qui lo dico: se vedo un Massa Vecchia in carta, al ristorante, difficile riesca a resistere. E’ più forte di me. Quando poi l’oste ti guarda e ti dice che no, il 2004 lo ha finito ma che dovrebbe avere ancora qualche bottiglia di 2000 hai la certezza matematica di avere fatto la scelta giusta. Anche questa volta.

L’Ariento, questo miracolo, è un vermentino in purezza macerato sulle bucce, ecco un colore splendidamente carico. Al naso il vermentino è all’ennesima potenza, sfaccettato e profondo. C’è tutto, complessità rara. Colpisce per mineralità, per un frutto mai stanco e solare, mediterraneo come pochi altri. Poi c’è il fatto che spesso una macerazione troppo spinta porta a vini che in bocca sono monolitici, giocati su acidità che affascinano ma che al tempo stesso stancano il palato. L’Ariento mai, in bocca è tutto un rincorrersi tra freschezza, sapidità, polpa e, alla fine, un’acidità misurata. Una bocca enorme, caratterizzata da un’espressività rara da trovare in altri vini bianchi italiani con oltre dieci anni sulle spalle. Il mare, il salmastro, l’aroma che lascia l’onda sul bagnasciuga mentre si ritira. Prima di un finale interminabile, dritto, elegantissimo, indimenticabile.

Il fatto è che amo i vini di Massa Vecchia per quella loro perfetta capacità di coniugare, come pochissimi, vitigno e luogo. Nessuno di questi due elementi sovrasta l’altro, anzi. Riescono sempre ad essere distinti ma al tempo stesso uniti da una grande forza espressiva. E’ un continuo rincorrersi tra profumi, aromi, idee, ricordi. Tanto del primo quanto del secondo. Per finire irripetibili e perfetti.

[s5]

Chianti Classico DOCG Castello d’Albola 2007

Sangiovese, canaiolo | 15 €

Dai, dei tasting panel ancora non ci siamo stancati. Ed anzi, un applauso a chi ci crede ancora nonostante non si tratti certo di una novità. L’effetto sorpresa è passato, è rimasta certamente un po’ di curiosità ma il rischio di non piacere è più che mai attuale. E c’è più scaltrezza (forse).
Ma prima un veloce riassunto: c’è una definizione e ci sono tutti gli altri assaggi, diligente taggati. E si, anche questo particolare Chianti Classico viene da una delle tenute della famiglia Zonin che, dopo Rocca di Montemassi e Masseria Altemura, torna su queste pagine con la sua (splendida) cantina di Radda.

Castello d’Albola è un Chianti di grande piacevolezza. Uno di quelli composti, lineari proprio perchè mai urlati e non eccessivamente sussurrati. Moderno si potrebbe dire, ma il rischio è che il termine porti verso un’idea di un vino dal carattere eccessivamente internazionale, e non è questo il caso. Ad un naso profumato, rosso e gentile affianca una freschezza all’assaggio molto gradevole e una bella chiusura, tipica ed armonica. Voglio dire, è un Chianti di quelli buoni, succosi, di grande bevibilità. Equilibrati, puliti, non troppo costosi. E non è poco.

[s4]

Tappo a vite vs. tappo di sughero, il caso Salcheto

Impossibile non tornare sull’argomento. Mi spiego: quando, ero in fiera, mi hanno detto che allo stand di Salcheto c’era la possibilità di assaggiare lo stesso vino chiuso con due diversi tappi non mi sono fatto di certo pregare. Anzi, sono cose che capitano troppo di rado per lasciarsele scappare.

La storia è semplice. A Montepulciano hanno deciso, prima di imbottigliare la Riserva 2005 del Vino Nobile, di sperimentare su tutte le bottiglie di quell’annata (circa diecimila) i due diversi tappi e successivamente di venderle unite. Ecco quindi che da quest’anno è possibile acquistare il loro Salco Evoluzione in una scatola di legno contenente due diverse bottiglie. Anche se il vino è certamente lo stesso.

E si, certo. Sono vini assolutamente simili e, a parlare di differenze, si entra nel campo delle sfumature. In qualche modo decisive però. Prendiamo per esempio quello che viene normalmente chiamato “esame olfattivo”, il Nobile dal tappo a vite è un po’ più fresco, le note fruttate sono più evidenti ed in generale si può tranquillamente parlare di un naso (leggermente) meno evoluto del suo fratello gemello, quello con il tappo di sughero. E’ questo ad essere un po’ più affascinante proprio per quelle note più mature, più calde, vagamente più dolci e (appena) speziate. In bocca invece la preferenza torna al primo per una maggiore integrità, per un equilibrio invidiabile e per una nota più fresca che attraversa tutto il palato durante l’assaggio. Il secondo infatti, quello in sughero, è un po’ più seduto nonostante una trama tannica decisamente più fine.

Il discorso è che alla fine io ho preferito di poco quello con il tappo a vite (chiaro, mentre li assaggiavo non avevo idea quale fosse quale) proprio per questa maggiore reattività. Anche se però, credo, è piccolo esperimento che dovremmo fare tutti ancora ed ancora. Questo è solo l’inizio.