Uno sguardo a Montalcino

Avevo visto il trailer il mese scorso senza però poi accorgermi dell’uscita del video qualche settimana dopo. Si chiama “Un coro unito” ed è un cortometraggio che ripercorre la storia del Brunello di Montalcino. È molto bello e la voce narrante è quella di Stefano Cinelli Colombini, Fattoria dei Barbi.

Un ritorno all’argilla (un ritorno?)

Ci voleva una serata particolarmente rilassante per aprire -finalmente- due bottiglie arrivate qualche settimana fa. Due vini prodotti dalla Tenuta Rubbia al Colle, l’appendice toscana del gruppo Arcipelago Muratori (lo stesso di Villa Crespi, in Franciacorta). Il primo, il “Vigna Usilio” 2007, è un Val di Cornia da sole uve di sangiovese  la cui maturazione avviene in barrique per circa due anni. Il secondo, il “Barricoccio”, ricalca tipologia e denominazione ma si differenzia per millesimo, è un 2010, e per maturazione, avviene in un contenitore in terracotta per circa un anno e mezzo.

Vado subito al punto, fugando il primo dei punti in elenco: non sono vini lontani tra di loro, anzi. Sono infatti entrambe due belle espressioni di sangiovese da cui sembra emergere abbastanza chiaramente una certa matrice territoriale, hanno tutto quel calore e tutta quella polpa, caratteristiche declinate in eleganza, che ci aspetta da questa zona della Toscana. Ok, e allora? Leggo nell’allegato che “per millenni, dagli Etruschi ai Romani e fino alle soglie del 1700, l’argilla era considerato il materiale più idoneo per la conservazione del vino (..) Nella Tenuta Rubbia al Colle si è deciso di tornare alla terracotta in omaggio al popolo etrusco, di cui in un podere si sono trovati resti di un insediamento. Barricoccio è il nome che abbiamo dato alle nostre barrique in terracotta“, qui il blog dedicato al progetto. Non sono poche le aziende che negli ultimi anni hanno iniziato un percorso di ricerca utilizzando questo particolare materiale, fenomeno forse riconducibile al mondo dei vini naturali e più specificatamente ad alcuni dei suoi più famosi interpreti. Perchè davvero, nel parlare di anfore come non pensare immediatamente ad alcuni dei vini prodotti da Giusto Occhipinti (COS) in Sicilia o da Josko Gravner nel Collio, solo per citare due dei loro più illustri ambasciatori in Italia? Tuttavia si tratta di una strada la cui direzione è tutt’altro che nota, tali sono le differenze non solo di latitudine ma anche e soprattutto di caratteristiche varietali dei vitigni utilizzati. Il “Barricoccio” 2010 è però vino decisamente interessante, disteso, caratterizzato da un’acidità veemente e da una voglia di emergere non comune. Un vino che sarà interessante seguire con il passare delle stagioni, sperando non rappresenti solo una moda passeggera ma un progetto dalle radici più profonde. Qui c’è molta curiosità.

Ah, a proposito di maturazioni e di materiali. Sapete qual’è il contenitore di cui ultimamente subisco maggiormente il fascino? La classicissima damigiana di vetro, ben consapevole sia però cosa più da garagisti che da produttori.

Fauno, il Chianti di Pancole

Continua la mia totale sintonia con il 2010. Un millesimo capace di essere nella stragrande maggioranza dei casi molto fresco, estremamente equilibrato, mai eccessivo. In una parola: elegante. Ci sono illustri eccezioni (il Carso, tra le altre) ma girovagando qua e là per l’Italia è difficile non imbattersi in vini di grande fragranza, vini irresistibili per quella bella tensione che riescono a trasmettere. In particolare in Toscana: ho ancora in bocca il memorabile Montevertine 2010 dell’altra sera, vino che non mi stancherò mai di bere e che invece, visto l’esiguo numero di bottiglie presenti in cantina, so già che finirà fin troppo presto. Non solo però, su e giù per il Chianti c’è davvero da divertirsi.

Prendiamo l’Azienda Agricola Pancole. Una realtà nata nel 2009 non lontano da San Giovanni Valdarno (Arezzo) che mi sono ritrovato ad assaggiare un po’ per caso e che non conoscevo. E della quale, guarda un po’, il 2010 mi è piaciuto tantissimo. Un Chianti (non Classico) di grande carattere, fresco e tipico esattamente come potete immaginare: sfaccettato per florealità, luminoso per acidità, sorprendente per profondità. Un vino bellissimo, uno di quelli dalla beva travolgente e dal prezzo particolarmente centrato, mi sembra di poco sopra i dieci euro in enoteca.

Prossima tappa, andare direttamente in cantina per farne incetta.

La Fattoria dei Barbi ed i Brunello di Montalcino Riserva 2006 e 2007

Ripensando al giro a Montalcino dell’altro giorno non posso non sottolineare la (forse inaspettata) sorpresa nel trovarmi di fronte a due Brunello di grandissima stoffa, erano due dei Riserva assaggiati durante un breve intermezzo alla Fattoria dei Barbi.

A proposito: cosa dire a proposito di una delle cantine che più è legata a Montalcino e la sua storia? Meglio poco o niente, il rischio di banalizzare è davvero troppo dietro l’angolo. Basti sapere che è cantina capace di coniugare come poche altre qualità e numeri, sono quasi ottocentomila le bottiglie che ogni anno escono dalla bella sede di Podernovi, lungo la strada che dal centro del paese sfuma verso Castelnuovo dell’Abate e che si propagano a macchia di leopardo praticamente in tutto il mondo. Duecentomila bottiglie di Brunello, quello con l’etichetta blu. Tredicimila rispettivamente di Riserva e di Vigna del Fiore, quello che affina in piccole botti di secondo passaggio. E poi che è cantina guidata da Stefano Cinelli Colombini, non solo l’erede naturale di questa famosa famiglia di “agricoltori in Montalcino dal 1352” ma anche colui il quale ha scritto uno dei contributi più rilevanti su Montalcino io abbia mai letto e su cui sono ritornato con grandissimo piacere pochi giorni fa, ve lo ricordate?

Il 2006 è un Brunello di Montalcino Riserva profondo ed avvolgente, rigoroso ma al tempo stesso capace di svelare una certa larghezza dei profumi. Quanta tipicità, ti ci tufferesti dentro tale è la piacevolezza con cui si svela con il passare dei minuti. Un vino di cui godere ma che certamente saprà mantenere queste sue caratteristiche a lungo. Il 2007 è più scontroso, pretende tempo ed attenzione. È più scuro, certamente potente ma al tempo stesso di grande finezza. C’è quel tannino che all’inizio sembra prevalere ma che al tempo stesso ti lascia spiazzato per la qualità del sapore che lascia dietro di sé. Un sussurro di rara lunghezza.

Quindi: due Brunello di Montalcino Riserva diversi ma buonissimi, da non mancare.

Il Berace di Massa Vecchia e l’urgenza di andare in vacanza

E insomma. Mancano tre giorni, solo tre giorni, a quello che sarà un brevissimo periodo di vacanza impreziosito da diverse visite in cantina (Sardegna, arrivo). In tutto questo qui a casa non si smette di cercare conforto in bottiglie capaci di essere buone – buone davvero – senza però impegnare troppo la mente, che con questo caldo il cortocircuito è assicurato. Ecco quindi fare capolino dalla cantina il “Berace” 2010 di Massa Vecchia, un vino goloso come pochissimi altri, da leccarsi (letteralmente) le labbra. Uno di quelli che nel suo essere così buono, sfaccettato e profondo, riesce anche ad essere sempre semplice, senza inutili sovrastrutture. E poi la sua dimensione più bella, quella di vino defaticante, da bere e basta. Che goduria.

Il Sodaccio 1988 di Montevertine


Non è chiaro cosa successe in quei primi giorni di autunno del 1988, quello che è certo è che a causa di alcuni dissapori Sergio Manetti non chiamò la squadra che era solita vendemmiare a Montevertine. In piena emergenza fu quindi il non ancora maggiorenne figlio Martino, insieme ad un nutrito gruppo di amici e compagni di classe, a portare in cantina tutta la raccolta di quella che ancora oggi è considerata una delle annate del secolo, non solo a Radda ma in gran parte dell’Italia Centrale.

Il Sodaccio è il nome di una vigna piantata nel 1972 e totalmente rinnovata nel 2000, un appezzamento di circa un ettaro e mezzo adiacente quello de Le Pergole Torte. Vigna ricca di significati, primo tentativo di “cru” aziendale nato su specifica richiesta di Giorgio Pinchiorri per l’omonimo ristorante di Firenze, è vino che è stato prodotto dal 1981 al 1998, fino alla sua dismissione a causa di una malattia che aveva attaccato gran parte delle sue viti. Un vino che non c’è più quindi, un assemblaggio di sangioveto (come amano chiamare il sangiovese a Montevertine) e canaiolo che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, è spettacolare per tenuta e per profondità. Un assaggio caratterizzato da una balsamicità dolce, ancora segnato da richiami fruttati e soprattutto floreali di grande, grandissima, finezza. Un sorso meraviglioso, tanto generoso quanto reattivo, tenero e pungente. Un vino che tra l’altro sembra essere in un momento perfetto della propria evoluzione, così equilibrato e disteso fino alla fine. Un vero abbraccio.

(con un grande grazie a Martino Manetti e la moglie per l’ospitalità, per il pranzo, per le tante bottiglie stappate)

Il “Chiassobuio” 2009 di Tunia


È stato il sangiovese a farmi venire una gran voglia di tornare a scrivere di vino bevuto. Ieri sera il Rosso di Montepulciano 2010 di Poderi Sanguineto si è dimostrato in una forma a dir poco eccezionale (a proposito, nei prossimi giorni dovrò dedicare qualche riga a questa meravigliosa annata, ci sono troppe cose da dire), seguito subito dopo da La Querciola 2007 di Massa Vecchia. Un vino che piano piano sta cominciando ad uscire dal guscio protettivo che si era costruito intorno e che sta dimostrando di essere un vero e proprio monumento alla Maremma. O Le Trame 2008 di Podere Le Boncie della settimana scorsa, un vino di un’immediatezza, di una beva e al tempo stesso di una profondità disarmanti. Mi piace tantissimo.

Ma no, queste righe in realtà non sono dedicate alle tre straordinarie donne dietro ai vini appena citati ma ad una realtà che non conoscevo ed in cui mio sono imbattuto pochi giorni fa. Si chiama Tunia ed è cantina in Val di Chiana, nella parte settentrionale, in provincia di Arezzo. Mi sono messo a leggere il loro blog e mi sono appassionato alla loro storia e al loro approccio. Si tratta di un’azienda agricola abbastanza grande, si sviluppa su complessivamente venticinque ettari, nata appena tre anni fa grazie alla passione di tre giovani. Vigne vecchie affiancate ad impianti nuovi ed olivi. Ma soprattutto, è il motivo per cui sto scrivendo questo post, un sangiovese di grande fragranza, gentile nei profumi, tutto giocato su un bel rincorrersi tra acidità e polpa. Un vino che viene parzialmente vinificato in legno ma che mantiene comunque grande beva (della serie, a secchi). Si chiama “Chiassobuio”, costa poco più di dieci euro e l’annata è la 2009.

Visto e considerato che potrei arrivare in cantina in meno di un’ora il prossimo passo è certamente quello di andare a trovarli.

Vino Nobile di Montepulciano Riserva DOCG Crociani 2001

È capitato raramente che lo stesso vino, della stessa annata, passasse su queste pagine per più di una volta. In particolare mi rendo conto che forse la cosa acquista ancor meno senso se l’occasione è quella di ribadire quatto già affermato: il Riserva 2001 di Crociani è il Nobile più buono che io abbia mai assaggiato. Era già così tre anni fa (e nel frattempo ho bevuto bottiglie anche ottime di diverse altre cantine) ed oggi è migliorato ancora.

Il rimpianto poi è grandissimo nel pensare che questa era l’ultima bottiglia in cantina perchè, da subito, l’impressione è stata quella di avere a che fare con un vino dalle potenzialità evolutive davvero impressionanti. Vivo, scalpitante, fresco, meravigliosamente energico ed elegante al tempo stesso. E lungo, lunghissimo.

Rosso di Montalcino DOC “Fascia Rossa” Biondi Santi 2002

Uno: il 2002 è un’annata che mi affascina, mi sono imbattutto in bottiglie talvolta sorprendenti (si, anche quella volta) e questa poteva essere un’occasione giusta. Due: è bottiglia oggi piuttosto difficile da trovare. Appena l’ho vista sullo scaffale, in enoteca, non ci ho messo molto a convincermi: a poco più di trenta euro poteva essere uno degli affari dell’anno.

E invece no. Oddio, si trattava di un vino certamente interessante, molto autunnale nel raccontarsi ma che mancava di grip, di acidità, di allungo. Un vero peccato, anche perchè il “Fascia Rossa” di Biondi Santi, a differenza del Rosso di Montalcino, è bottiglia che viene prodotta solamente nelle annate peggiori, quando l’andamento stagionale porta ad avere delle uve ritenute non idonee alla produzione del ben più blasonato Brunello di Montalcino. È successo nel 1989, nel 1992, nel 2002. Un piccolo Brunello quindi, o comunque qualcosa di vagamente simile. Un vino che apriva su sensazioni certamente fruttate e che virava velocemente verso il sottobosco, che subito sembrava mostrare grande complessità ma che invece non si è dimostrata tale. Come fosse fermo. Un assaggio certamente piacevole, ci mancherebbe, ma che non riusciva a volare.

Insomma, se capitasse anche a voi di incontrarlo dimenticato su qualche scaffale il consiglio è quello di passare oltre. No regrets.

Il Berace 2009 di Massa Vecchia, un aggiornamento

Era l’anno scorso e scrivevo dell’ultimo nato di Massa Vecchia, il Berace. Un vino che in un certo senso potrebbe essere definito come l’ingresso e l’introduzione al vigore, alla ricchezza, all’espressività dei bicchieri che nascono a Massa Marittima, Grosseto. Un vino che proviene dalle vigne di sangiovese e merlot più giovani, che in cantina matura per meno tempo e che alla fine risulta meno impegnativo economicamente rispetto ai suoi fratelli maggiori. Bene, oggi – mentre è imminente l’uscita del 2010 – quel millesimo è in una forma smagliante. Nella sua immediatezza sa essere succoso, espressivo, appagante. Un vino che trova il suo senso più compiuto a tavola e che finisce troppo, troppo rapidamente (come ieri sera a Cortona, perfetto accompagnamento ad alcuni dei piatti della Taverna Pane e Vino).

A questo prezzo non so dove trovare un bicchiere più buono.