A proposito del Vinupetra

Beh, quello che è certo è che il Vinupetra è vino che non lascia indifferenti. Impossibile infatti fare finta di niente quando lo si ha nel bicchiere tale è la sua forza, la sua intensità e la sua – se volete – impetuosa eleganza. Nerello cappuccio e nerello mascalese provenienti da un vigneto considerato come mitico, un appezzamento composto quasi esclusivamente da vigne centenarie che producono pochissimi grappoli per pianta e che Maurizio Pagano, storico collaboratore di Salvo Foti, conosce, ve lo posso garantire, a memoria, una per una. Vi ricordate? È passato poco più di un anno da quel giro in jeep che porto ancora così vivo negli occhi e nelle mani, impossibile cancellare le sensazioni date dalla tatto e dall’accarezzare quelle vigne così imponenti.

Un vino che divide? Non credo. Quello che è certo è che si tratta di bottiglia che porta con sé un sacco di Etna, e mi riferisco proprio a sensazioni olfattive che ricordano il vulcano e ad una stoffa, in bocca, che solo i grandissimi possono permettersi. Inizia sempre lento, quasi monolitico, anche il 2007 dell’altra sera. Ma con il passare dei minuti ecco fare capolino un’appassionante fusione tra toni vulcanici e linfatici per un profilo olfattivo di una classe sopraffina. In bocca poi è un mostro di complessità e tensione, ci sono acidità e sapidità mai fini a se stesse ma integrate al sapore del vino. Gustoso, vellutato, elegante. Un vino caratterizzato da un grande slancio che sempre, sempre, porta con sé una certa idea di ancestralità.

Riportatemi là, il prima possibile.

Giorno diciassette: Faro, lo Stretto, Bonavita e Palari

Poche bottiglie, tanta passione. Giovanni Scarfone è una persona fantastica: le vibrazioni positive e l’entusiasmo che trasmette mentre parla dei suoi appezzamenti non ha eguali. Con il solo aiuto del padre ha scommesso qualche anno fa nelle vigne di famiglia, l’idea era ed è quella di riuscire a produrre un vino di grande qualità in una zona altamente vocata ma – al tempo stesso – molto poco conosciuta. Il bello è che oggi Bonavita, a pochissimi anni di distanza, è già una sicurezza. Il suo Faro è vino di grande purezza espressiva, sempre nervoso e al tempo stesso suadente. Una buona dose di freschezza apre ad una bellissima trama tannica e ad un finale di grande, grandissima pulizia. Il 2008 ha una beva incredibile, così come il 2010, quasi pronto per essere imbottigliato. E se poi il 2011 è annata che ha dato un raccolto decisamente più esiguo è anche vero che il vino non ne ha risentito in profondità, anzi. Non vedo l’ora esca in commercio.

Insomma, eccomi a Faro. Denominazione storica fatta con quello che qui si è sempre coltivato: nerello mascalese, nerello cappuccio, nocera ed altre. La zona è quella di Messina, quella che guarda verso lo Stretto. Il nome storico nel territorio è quello di Palari. È qui, con la spinta di Luigi Veronelli, che Salvatore e Giampiero Geraci iniziano negli anni novanta un lento e graduale lavoro di recupero di alcuni dei vigneti della zona più meridionale della denominazione. Qualcosa di simile a quello che oggi definiremmo come viticoltura eroica: vigne terrazzate, strette e ripidissime. Vigne vecchie e dalle rese basse lavorabili solo a mano che regalano uno dei vini più eleganti abbia assaggiato in questi giorni siciliani. Il 2007 è finissimo, racconta di note fresche, fruttate e floreali, salmastre e speziate. Il 2008 è più panciuto ma al tempo stesso non perde quella sua anima asciutta, di grande armonia. La sorpresa poi è il 2001, potente e sottile al tempo stesso, armonico come solo il nerello mascalese sa essere. L’avevo letto in giro ed è vero, è vino che ricorda la Borgogna. Quale miglior complimento.

Giorno sedici: Tenuta Regaleali

Ho fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per cercare un vino, ne ho trovato un altro. Il mese scorso mi ero imbattuto in una vecchia annata di cabernet sauvignon di Tasca d’Almerita e ne ero rimasto stregato, passare da queste parti per vederci più chiaro mi sembrava la cosa più ovvia. Il 2008, l’annata oggi in commercio, è molto buono, ha una bella struttura e al tempo stesso una beva invidiabile. Si sente un po’ la maturazione in legno ed il varietale è evidente mentre quelle note più mediterranee che mi avevano conquistato sono ancora sullo sfondo, solamente intuibili. È probabilmente solo una questione di tempo prima che tutti questi elementi riescano a fondersi in quel tutt’uno che avevo trovato e che avevo amato.

Nel mentre, assaggiando anche gli altri vini di quella che è una delle più storiche realtà siciliane legate al vino di qualità, ho assaggiato il “Rosso del Conte” 2007. Un nero d’avola di un’eleganza incredibile, tanto austero quanto leggiadro. Davvero, una cosa per certi versi stupefacente, capace di ridisegnare ai miei occhi (ancora una volta) questo particolare vitigno. Già la settimana scorsa avevo fatto una piccola deviazione per andare ad assaggiare quello di Do’ Zenner: lì avevo trovato note fruttate e salmastre, di grande piacevolezza nel farsi bere così facilmente. Ecco, a Vallelunga Pratameno, nella Sicilia più profonda, Tasca d’Almerita lo interpreta nel modo più fine possibile. Ed è stata un’altra bella sorpresa.

Giorno quindici: Marsala

È un bel dopo cena e ho appena salutato James, un ragazzo australiano che dopo aver finito gli studi ha deciso di fare un viaggio e di girare il mondo del vino con l’obiettivo di lavorare in questo campo. Sul blog racconta questo percorso e forse si tratta di qualcosa lontanamente simile a quello che sto facendo io. Unica differenza, il tempo a disposizione: il suo è viaggio di sedici (!) mesi. Dopo la California, il Cile, l’Argentina è adesso in Italia e in Sicilia prima di andare in Francia, Spagna, eccetera, eccetera, eccetera. Se in questi giorni vi capitasse di avvistarlo nella Cinquecento bianca che ha noleggiato fategli un cenno, io (virtualmente) lo seguirò con piacere.

Nel frattempo ho guardato il sole tramontare alla fine dell’Italia e mi sono gustato un paio di bicchieri di Catarratto 2008 di Nino Barraco. Il primo è un momento simbolico, da questo momento è iniziata quella famosa inversione ad U che piano piano mi riporterà a casa, il secondo è una splendida sicurezza, tutto giocato su una lieve nota ossidativa, una fantastica spalla acida ed un turbinio di frutti maturi, miele, richiami floreali ed una struggente e lunghissima sapidità. Nino poi è una persona fantastica, girare per vigneti con lui non è solo estremamente istruttivo ma anche entusiasmante: la sua è energia contagiosa. Non metto qui la fotografia di uno dei suoi appezzamenti, quello più vicino al mare. Se mai vi capitasse di arrivarci con lui capirete perchè, non voglio essere io a rovinarvi la sorpresa.

Oh, poi questa è Marsala. Non era neanche lontanamente immaginabile non approfondire almeno un po’ il Marsala. La cantina fondata da Marco De Bartoli è un riferimento assoluto e la dimostrazione che si tratta di vino capace di sfuggire ad alcune delle logiche industriali dei grandi produttori. Il “Vecchio Samperi Riserva Ventennale” per esempio è un Marsala vecchio stampo, uno di quelli capaci di raggiungere una gradazione di oltre diciotto gradi naturalmente, senza bisogno di essere fortificato. Un monumento a quel Marsala che aveva affascinato John Woodhouse ma che, inevitabilmente, rimane fuori dal disciplinare di produzione. È un assaggio caleidoscopico, fatto di pesca, di miele, di mallo di noce, di vaniglia, di rovere e che poi in bocca è secco come una fucilata, in cui la componente alcolica è perfettamente integrata e che ti fa venire una voglia matta di tornare sul bicchiere. Un (non) Marsala indimenticabile.

Giorno quattordici: Cantine Barbera, Menfi

Ogni giorno – da ormai due settimane – è una scoperta, luci e colori e un sacco di altre cose si stanno sovrapponendo a formare un’unica grande massa di emozioni difficile da sciogliere. Era prevedibile, e mi faccio travolgere con piacere. Per esempio oggi ho imparato che: a) a Gela no, non si fa il bagno. Vicino Menfi, invece, lungo la spiaggia che costeggia la riserva naturale Foce del Fiume Belice si. Ed è un posto bellissimo. b) Il parco archeologico di Selinunte lascia abbastanza senza fiato, non ha niente da invidiare alla Valle dei Templi di Agrigento e c’è molta meno confusione. c) I vini di Cantine Barbera hanno una spiccata anima marina.

Marilena Barbera nonostante abbia tutt’altra formazione oggi segue personalmente tutte le fasi della vinificazione ed il percorso che sta facendo, in particolare a partire dalla vendemmia del 2007, è in continua crescita. L’occasione per approfondire due dei vini bianchi che vengono dalle vigne che distano solo poche centinaia di metri dalla spiaggia è stata una verticale di tutte le annate prodotte dell’inzolia “Dietro le case” e dello chardonnay “Piana del pozzo“. Due vini profondamente diversi ma accumunati da un’anima tanto varietale quanto territoriale. In generale poi è stato possibile toccare con mano quello che nel corso degli anni è stato un progressivo alleggerimento dei vini fino ad arrivare ad oggi ed alla vendemmia 2011 (ah, dal 2010 i lieviti selezionati sono stati messi in soffitta), una stagione che ha regalato due assaggi molto buoni, leggeri e luminosi, da bere a secchi.

Il ”Piana del pozzo” nasce nel 2003 come vino di grande struttura, fermentato e maturato in legno. E se oggi ha un’impostazione completamente diversa nella quale il legno è un lontano ricordo è vino che nel corso degli anni ha mantenuto corpo e beva. Il 2003 in particolare, nove anni dopo, gioca su note vagamente ossidative nella loro morbidezza e in bocca continua ad avere un’anima galoppante, una freschezza inaspettata. Altre annate? La 2006 e la 2007 sono ricche ed eleganti, giocano su note speziate e su una componente sapida che intriga e che riporta all’assaggio. E poi la 2010, uno chardonnay profondamente vegetale ed erbaceo che racconta ancora una volta la grande capacità del vitigno ad adattarsi al luogo, interpretandolo.

Il “Dietro le case” ha ovviamente meno struttura a favore di una maggiore beva e un minimo comune denominatore di grande fascino: la componente salina. Anche in annate meno espressive è elemento chiarissimo, di grande piacevolezza. Il 2006 è una vera sorpresa, chi se lo aspettava un inzolia capace di essere ancora così fresco a sei anni di distanza? Ma è il 2011 la vera star, affianca sentori di origano e di finocchio selvatico ad una bocca tesa, fresca e lunga. Roba da perderci la testa.

Giorno tredici: Feudo Principi di Butera e altre storie

In questi giorni sto usando pochissimo il navigatore. Certo, è oggetto utilissimo per muoversi nel modo più veloce possibile ma che inevitabilmente fa capire poco di quello che si ha intorno. Ecco quindi che ho riesumato una delle vecchie ma sempre utili cartine del Touring Club Italiano. Ve le ricordate? Sono quelle con la copertina verde che dividono l’Italia in tre volumi. In questo modo capisco (più o meno) dove mi trovo e riesco a collocarmi geograficamente in un punto preciso. Bene, nonostante questo riesco a perdermi con una frequenza a tratti preoccupante. Cioè, so di essere in una determinata zona ma non riesco ad individuare alcuni dei riferimenti per trovare la giusta via. Il bello però è che mi ritrovo spesso in posti straordinari nel loro essere assolutamente isolati e vivo panorami che il navigatore (credo) mi farebbe solamente intuire fuori dal finestrino.

Per dire, per arrivare nella tenuta siciliana della famiglia Zonin, a Feudo Principi di Butera, pensavo bastasse arrivare vicino a Butera, paese di riferimento. Invece no, la cantina e i vigneti sono una ventina di chilometri più in là. In più credo di aver sbagliato strada almeno un paio di volte perchè di chilometri ne ho fatti quasi trenta. Quando però arrivato sulla sommità di una collina mi è apparsa di fronte è stata vista che mi ha colpito, tanto. Si tratta infatti di una splendida tenuta – completamente isolata dal resto del mondo – di circa quattrocento ettari di cui la metà sono a vigneto. Ora, considerato che non sono minimamente abituato a queste vastità, è panorama che non mi ha lasciato per niente indifferente. Vigne a perdita d’occhio. Letteralmente.

Ci tenevo a venire qui, da una parte per il lavoro che Francesco Zonin ha portato avanti sui social media e nel rapporto con i blog, dall’altra per confrontarmi con una realtà particolarmente grande, unica prevista in questi giorni siciliani. Girando in jeep tra i vigneti e visitando la cantina mi sono poi reso conto una volta in più di quanto in cantine come queste nulla venga lasciato al caso e di quanto solamente una struttura fatta di grandi professionalità possa gestire al meglio tali ordini di dimensioni. Certo, ci ho messo un po’ ad abituarmi ad un cambio di melodia così repentino, dal rock’n roll al pop in meno di due ore. Ma mi ha fatto riflettere sull’importanza di realtà come queste, capaci garantire lavoro e di creare ricchezza sul territorio. Non è poco.

Giorno dodici: da Arianna Occhipinti

Sono felice. L’intensità delle emozioni che ha accompagnato queste ultime ore da Arianna ha riempito questi giorni di verità e di motivazioni, ne avevo bisogno e le andavo cercando. Non so, credo sia proprio un discorso di energia e di contagio. Una sensazione piacevole che la accompagna tanto mentre si arrampica sulle botti quanto mentre assaggia un Aglianico del Vulture in cucina. Tanto mentre parla della Bomboliera, un bellissimo progetto per la cantina che verrà, quanto mentre controlla che le piante in vigna non abbiano problemi.

Tanti spunti quindi, talmente tanti che è impossibile racchiuderli in poche righe e che hanno bisogno di tempo per essere somatizzati appieno. I vini però si, quelli ci sono e rimangono una grande sicurezza. Il Grotte Alte 2008 – ancora in botte – è un monumento al Cerasuolo di Vittoria. Un vino di una complessità, di un’intensità e di una beva a tratti commovente. Un vino in cui l’acidità volatile gioca un ruolo fondamentale, lo proietta lontano e che mi ha riportato la mente ad alcuni dei bicchieri che più ho amato di Massa Vecchia. Ma è parallelismo che non può funzionare, il Grotte Alte ha una personalità tutta sua, è unico nella sua sicilianità. Il Nero d’Avola Siccagno 2010 è tanto grintoso quanto profondo, pulito, lunghissimo e soprattutto appagante come forse nessun altro. E poi Il Frappato. Anche il 2010 (ma non avevo alcun dubbio) riesce a farmi vibrare di positività. Non è un discorso di profumi e di gusto, di eleganza e di slancio. Di fatto è l’unico vino che, dovendo scegliere, mi porterei su quell’isola deserta. E tanto mi basta.

Sono felice, dicevo. Per questo devo ringraziare Arianna, quello che ho provato qui non ha niente a che vedere con il vino. È molto di più e non è tangibile. E me lo porterò dentro per molto, moltissimo tempo.

Giorno undici: alla scoperta dell’alberello de I Vigneri

Purtroppo domenica non ci sarò ma non ti preoccupare, ti metto subito in contatto con Maurizio per fare un bel giro tra le vigne. Vedrai che non sentirai la mia mancanza“. Le parole sono quelle di Salvo Foti e si, è stato entusiasmante ascoltare per ore Maurizio “l’uomo che parla alle piante” Pagano parlare di alberello, solo ed unicamente di alberello. Solo pochi giorni fa, ero in Puglia, scrivevo di quanto mi piacesse il suo sapore ancestrale e – se volete – romantico. Sapevo anche però che sarei dovuto venire qui, nei dintorni di Randazzo, per capirci qualche cosa in più. Per capire come l’idea di Salvo Foti di riportare in attività la coltivazione più antica che ci sia abbia una sua logica precisa.

Prima di tutto, le spese. Lo stesso Giuseppe Russo ieri mi diceva che “si, ho questo appezzamento ad alberello che è bellissimo e sicuramente per ora non ho intenzione di espiantarlo. Ma devi capire che più di qualunque altra è una coltivazione completamente antieconomica“. Girando poi nei dintorni e chiedendo di chi fossero alcune delle vigne viste dalla strada mi sono fatto un’impressione strana, come se molti di quelli che si dichiarano ambasciatori dell’alberello ne abbiano si qualche pianta, magari particolarmente vecchia e a ridosso della cantina ma che, al tempo stesso, facciano i veri numeri con impianti più comodi da lavorare. Per capirci, con il classico cordone speronato (magari bilaterale).

I Vigneri, capitanati da Maurizio, lavorano nel modo più tradizionale possibile, lo stesso che per generazioni era l’unico possibile. L’impianto è fittissimo per sfruttare al massimo la terra disponibile. Siamo a ridosso delle diecimila piante per ettaro (!). Ogni pianta ha il proprio palo per legare, appena lo stato vegetativo lo permette, l’apparato fogliario alla sommità e per permettere ai grappoli di godere appieno della luce del sole. Intendiamoci: questa valle, che anche in giornate come queste sembra particolarmente calda, è in effetti parecchio alta. È raro trovare vigneti sotto i seicento metri e non è inusuale trovarne intorno ai mille (o milleduecento, come la foto qui sotto).

Sono vigneti stupendi, curati come dei giardini all’italiana e forse i più belli che io abbia mai visto, portati avanti in questo modo per preservare una cultura centenaria ed un paesaggio unico. Vigneti che Maurizio conosce alla perfezione, vite per vite, tanto da diventare “l’uomo che parla alle piante”. Sono appezzamenti che è possibile lavorare solo con la motozappa (e zappa, per rifinire) ed in cui l’unico aratro che riesce a passare è quello trainato dal mulo, dopo la vendemmia. Naturale poi è un concetto naturale, letame, rame e zolfo sono gli unici elementi esterni autorizzati ad entrare nel vigneto. Maurizio lavora “per prevenire, mai per curare“. A guardare le vigne di duecento anni (!!) che danno poi vita al Vinupetra c’è da credergli, eccome.

Giorno undici: da Benanti, a punti

. Un vulcano. Non l’Etna ma il Cavalier Giuseppe Benanti mentre ripercorre la storia della sua famiglia, della cantina, del vino etneo e del suo rinascimento. Impossibile riassumere l’enorme quantità di spunti ed informazioni ascoltate oggi, sia mentre passeggiavamo in vigna sia dopo, nella sala normalmente dedicata alle degustazioni. Leitmotiv: l’energia e la passione che trasmette nel difendere un’idea di vino siciliano di qualità e di territorio, concetti inscindibili.

. Era la fine degli anni ottanta quando decise di riprendere in mano l’antica tradizione familiare del vino riportando in attività la cantina di Viagrande, sul versante del Vulcano che guarda verso Catania, e vinificando i frutti dei vigneti che da sempre decoravano quella collina: nerello mascalese e carricante. Insomma, molta della “nuova” Sicilia del vino esiste anche grazie al suo lavoro.

. Gli ettari oggi sono circa una quarantina e comprendono diverse zone e diversi versanti etnei fino a Pachino, patria del nero d’avola.

. Il Serra della Contessa 2004 è un nerello mascalese magnifico, luminoso e mediterraneo, profondo ed avvolgente. Un vino pazzesco. In foto la parte del vigneto più vecchia fatta di alberelli di circa cent’anni. Il Pietramarina 2006 è un carricante teso, la sua mineralità vulcanica così distintiva, fatta da note chiarissime di pietra focaia, comincia solo adesso a farsi strada. Un vino lunghissimo e coinvolgente, da aspettare ancora ed ancora. Il Rovittello 2005, sempre da nerello mascalese, è intrigante nel rincorrersi tra sapidità e tannino, finissimo. Un vino di grande eleganza e beva. Wow. E poi Il Drappo 2004, un nero d’avola succoso ed intenso, uno di quelli che escono dal tracciato del tuttofrutto a favore di note anche vegetali e salmastre.

. Insomma: Benanti tappa fondamentale.

Giorno dieci: appunti dall’Etna

Questa cosa della colata lavica che si è fermata in mezzo alla vigna fa un certo effetto. Stupore e turbamento. Era il 1981 e l’eruzione lambì il paese di Randazzo, il fronte attraversò la strada e la ferrovia e si fermò a poche decine di metri da Fattoria Romeo del Castello. Proprio lì Chiara Vigo oggi produce un Etna rosso piacevolissimo, il 2009 è tutto giocato su un bel rincorrersi tra note floreali e speziate, di gran freschezza.

Poco più su ci sono le vigne da cui Giuseppe Russo produce quello che è il suo vino più rappresentativo, il San Lorenzo. Il 2008 oggi è in grandissima forma, elegante e profondo, succoso e minerale. Segnatevi il 2011, assaggiato da botte ha il sapore del grandissimo vino, “forse il più buono abbia mai fatto“, sussurra lui. Poi c’è l’A Rina, il 2010 ha una beva straordinaria, nonostante sia meno strutturato non perde in tipicità, anzi. Giuseppe mi ha stupito per l’amore per questa terra che traspare dalle sue parole. Un affetto sincero di chi si è ritrovato da un giorno all’altro a dover decidere cosa fare, se venderla o se cambiare vita e continuare il lavoro del padre. Ha scelto la seconda, e noi gliene siamo grati.

Poi Passopisciaro, non il paese ma il nome dell’azienda nata per mano (e portafoglio) di Andrea Franchetti di Tenuta di Trinoro, in Toscana. Qualche decina di ettari piantati prevalentemente a nerello mascalese affiancato ad altre varietà non autoctone tra cui il cesanese e lo chardonnay. Si, avete letto bene: il cesanese. Va detto che però il primo dei due regala un gran bel vino, il 2010 è chardonnay di gran corpo ma teso e minerale al tempo stesso. L’assaggio che ho preferito? Il Rampante 2009, dal nome della vigna più alta della tenuta (circa mille metri sul mare), è un Etna sussurrato, lunghissimo e struggente.

Domani si torna qui, per forza.