Il cortese di Luigi Spertino

Io per esempio non è che conosca il cortese così bene. Anzi. Solo questo fatto dovrebbe spingermi ad approfondire, ad assaggiare altre bottiglie e, definitivamente, a non scriverne subito. Però dai, torniamo per un attimo al modello del blog personale, quello in cui il consumatore (io) è libero di scrivere le proprie impressioni a proposito di questo o di quel prodotto (il cortese, appunto). Il bello non è tutto qui, alla fine?

E’ che stasera volevo un vino bianco con una certa struttura, volevo aprirlo con calma mentre cucinavo e farlo durare fino al divano, dopo. E così, rovistando tra le bottiglie in cantina mi sono ricordato di questa particolare bottiglia, regalo di un blogger piuttosto conosciuto nel circondario. “Ti stupirà“, mi aveva anticipato. Voglio dire, io alla fine del cortese avevo (ho) un’idea piuttosto vaga, non avevo (ho) un modello di riferimento e le nozioni che posso vantare vanno dal nulla al quasi niente.

Oggi questa mia lacuna è (un po’) meno grave, e la scoperta è stata a dir poco folgorante. Il cortese di Luigi Spertino “Ostrea Edulis“, il 2009, è un vino che definire coinvolgente è dire poco. Sarà per il colore che sterza verso l’oro antico. O per i profumi così canditi, minerali, caldi ed avvolgenti. Mai ammiccanti. Ma è in bocca che lo stupore diventa certezza, e il piacere della scoperta ti avvolge. Una bocca secca, asciutta, carica di personalità e di rigore. Appena amarognolo, si distende abbracciando il palato, travolgendolo con tutta la sua forza e la sua pulizia. E’ in bocca che tutti quegli aromi si allargano e ti riempiono, c’è di tutto: dalla mandorla alla crosta di pane. Dal gesso alla frutta bianca. Che ricchezza, che personalità, che stile.

Ora è chiaro, non so se esistano altri cortese di questa grandezza. Se si, vi prego, ditemelo. Li devo assaggiare.

Torraccia del Piantavigna, Ghemme e Gattinara

Torraccia del Piantavigna è a Ghemme, provincia di Novara. Le colline sono dolci ma dopo pochi chilometri cominciano a salire, e tanto. Voglio dire, di là c’è la Svizzera. Nebbiolo quindi, ma anche erbaluce e vespolina.

Il Ghemme 2006 è un abbraccio, tanto ampio nei profumi quanto gentile nel tannino. Viola, foglie bagnate, liquirizia introducono un’assaggio solo all’inizio severo. Uno di quelli che con il passare dei minuti si ammorbidiscono, pur rimanendo ben presenti, sull’attenti. C’è tanto di molto in un bicchiere che gioca ben saldo le proprie carte più sugli equilibri che sugli equilibrismi. E’ materico e profondo, a tratti travolgente.

E poi c’è il Gattinara. il 2006 è un nebbiolo a tratti austero, succoso, lungo e particolarmente elegante. Un assaggio coerente in tutto e per tutto, dalla prima delle note olfattive all’ultimo dei ricordi. Sfaccettato, esprime note addolcite e balsamiche. Di sottobosco e di rosa. In bocca è ricco ed articolato, teso, caratterizzato da una vena sapida mai doma. Un bicchiere importante, tanto da godere nell’immediato quanto da aspettare.

Ghemme e Gattinara quindi. E se forse la mia preferenza in questo particolare millesimo va (di poco) al secondo è innegabile quanto questi due grandi nebbiolo siano espressivi e rigorosi. Magnifici esempi dell’alto Piemonte.

A proposito di (alcuni) grignolino

Mi ero ripromesso di scrivere di quegli assaggi che più mi erano rimasti impressi nella memoria, mi riferisco alla degustazione di grignolino della settimana scorsa. Assaggi definiti, compiuti, equilibrati e di grande personalità. Lineari, con differenze appena accennate che vanno a giocare su toni mai scontati.

C’era il grignolino 2010 di Goggiano, primo bicchiere in degustazione. Uno di quelli capaci di portare da subito il palato in perfetta sintonia con la degustazione perchè così pulito, delicato senza pagare in forza espressiva. Gentile e leggero nell’esprimersi, mai aggressivo nel rivelarsi. Didascalico. ***+

C’era quello 2009 di Cascina Tavijn, intenso nel raccontare una profondità inaspettata fatta tanto di piccoli frutti rossi quanto di una speziatura definita. Autunnale, in bocca stupisce per una trama tannica di grande spessore che se da una parte lo rende più ruvido dall’altra gli regala gran forza. Tosto. ***+

C’era il 2009 di Oreste Buzio. Un grignolino più scuro, decisamente evoluto nel senso più positivo del termine. Affascinante nel regalare sentori così diversi, definiti e profondi. E poi una bella sapidità, una leggera acidità ed un tannino mai aggressivo a concludere un assaggio di razza. Austero. ****-

C’era il grignolino 2009 di Cascina Brichetto. Solo apparentemente leggero, i suoi profumi, così tipici, anticipano ad una bocca di grande personalità e linearità. Vitale. ****-

Ed infine il 2010 di Luigi Spertino. Caratterizzato forse da una speziatura più dolce colpisce per una florealità così diffusa e piacevole. In bocca è vivace, lungo, pieno. Abbraccia il palato verticalmente, tannicità ed acidità ad accompagnare il succo, mai invadente e mai sfuggevole. Buono. ***+

Adesso è vino che non posso più ignorare.

Langhe Freisa DOC Rinaldi 2008

Freisa | 15 €

Del Barolo di Giuseppe Rinaldi si è detto tanto e scritto altrettanto ed è -giustamente- tra i più celebrati di Langhe. Il suo Brunate-Le Coste è uno di quei nebbioli definitivi (appunto mentale, che per Natale una bottiglia potrebbe essere un’idea), godibilissimi tanto sul breve che sul lungo periodo. Cosa buona e giusta, però, è anche quella di spezzare una lancia a favore degli altri vitigni che il nostro vinifica con una maestria che appartiene a pochi. E mi riferisco agli straordinari Dolcetto, Barbera e, appunto, Freisa. Vini paradigmatici per la propria tipologia, capaci di coniugare come forse nessuno carattere e bevibilità. La Freisa per dire è una bottiglia straordinaria, c’è tutto. La forza del colore, un’intensità che abbraccia senza mai apparire scontata, una tensione gustativa incredibile accompagnata da una bellissima acidità e, neanche a dirlo, un finale che schiocca. Che bontà.

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Langhe Rosso DOC Fontanafredda, Già 2010

Barbera, Dolcetto, Nebbiolo | 10 €

Già, la cantina è Fontanafredda, è una vera novità nel panorama del vino in Italia. E’ vino pronto già adesso, ai primi giorni di dicembre e a pochissimi mesi dalla vendemmia. Non è un vino novello, però. E’ uno di quelli veri, figli della più classica delle fermentazioni alcoliche. Una piccola rivoluzione quindi, quando escono i vini rossi più giovani che avete assaggiato? Febbraio? Marzo? Alcuni subito dopo l’inverno, e comunque non si tratta della maggioranza, anzi. L’etichetta racconta una bottiglia capace di offrire “il gusto vero di questa stagione delle Langhe (..) la neve, la pioggia e il sole del 2010 (..) Già buono da bere, ad una temperatura fresca, come quella delle cantine di una volta.” Giuro.

Già è accompagnato da una promozione importante, di quelle nate per farsi notare. C’è il sito. C’è una campagna sulla carta stampata. C’è lo spot in prima serata in tivù. Tanti mezzi quindi per un prodotto reperibile nella grande distribuzione e, in fondo, non così economico: quasi dieci euro per la bottiglia da litro fanno circa sette e mezzo per la tradizionale bordolese. Ok, certo, molto meno della stragrande maggioranza dei vini che passano da queste parti ma sicuramente in una fascia che sa regalare prodotti forse standardizzati ma certamente apprezzabili. Un bella sfida quindi.

Già però un po’ tradisce le attese. E se anche la bottiglia da litro certamente affascina il contenuto qualche perplessità la lascia. Ed è un peccato, perchè a guardarlo ha un bellissimo colore rosso rubino. Un po’ scarico, ma bello. Anche la trama olfattiva sa regalare piacevolezze. Il naso infatti racconta tutta la freschezza e la fragranza del frutto rosso. Appena monocorde forse, ma in un vino così non è necessariamente un difetto. E’ in bocca che però si allarga, quando sembra mancare un’architettura in grado di sostenerlo adeguatamente. E mi riferisco ad un’alcolicità più importante ed una tannicità che spicca per assenza. Chiude con un finale di poca persistenza, più amarognolo che ammandorlato.

Già è quindi una grande operazione che ha a che fare più con la comunicazione che con il vino di qualità. Purtroppo.

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Dolcetto di Dogliani Superiore DOC – Pecchenino, Bricco Botti 1997

Dolcetto | 15-20 €

Non è un caso che alcuni dei Dolcetto di Dogliani (o Dogliani) raccontati in questi giorni siano di annate più vecchie. E certo, il dolcetto in generale gioca le proprie carte migliori su tono freschi e fragranti che in generale lo rendono straordinariamente bevibile ma ecco, a volte il tempo sembra regalare un’elaganza assolutamente inaspettata. Ed i profumi si affinano ed in bocca, quando sostenuti da un’adeguata trama tannica, sembrano regalare grandissime emozioni. E’ il caso di Pecchenino il cui Bricco Botti, a tredici anni dalla vendemmia, è ancora di una compostezza straordinaria. C’è calore, senza mai scadere in una nota eterea fine a se stessa. C’è concentrazione (figlia anche di un certo passaggio in botte piccola) ma al tempo stesso c’è succo. E’ vino vivo, ancora vibrante, certamente avvolgente che, più passano i minuti, sembra raccontare una bella storia grazie alle tante note che di volta in volta sa regalare.

La dimostrazione di un territorio, di un vino, di un vitigno capace di andare oltre il tempo. Inaspettatamente e felicemente.

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Dogliani DOCG – Cascina Corte, Vigna Pirochetta 2007

Dolcetto | 10-15 €

Quella dietro a Cascina Corte è una bella storia, fatta di persone e di sogni. Realizzati. Un’avventura piuttosto recente, la struttura principale è non è ancora del tutto terminata*, ma che sul fronte del vino regala idee dal senso compiuto. Eccome. Sentirla poi raccontare quasi sottovoce da Sandro ed Amalia, protagonisti di questo che se fosse un film sarebbe una bella commedia, non ha prezzo.

Il Dogliani 2007 è impeccabile per pulizia, al naso regala sentori nitidi e paradigmatici per la tipologia. In bocca c’è sostanza, un architettura che gioca su toni freschi ma al tempo stesso decisamente profondi. Bella la trama tannica, e quella punta più secca al centro dell’assaggio. E poi un finale vibrante, appena largo in chiusura.

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*Non del tutto terminata dicevo. Mi riferisco all’esterno della Cascina perchè le stanze per gli ospiti, curatissime, sono di rara accoglienza.

Dolcetto di Dogliani Superiore DOC – Anna Maria Abbona 2004

Dolcetto | 15 €

E’ che ci sono alcuni vini che quando poi conosci il produttore, di persona, sembra che un cerchio si chiuda e tutto acquisti un senso compiuto. Ecco, Anna Maria Abbona è esattamente come i vini che produce. Mi ricordo che la guardavo e la ascoltavo raccontare con passione il suo territorio, come se provasse profondo rispetto per il contesto in cui è inserita, e pensavo che non è da tutti. E poi mi è rimasto impresso questo suo modo di essere protagonista senza mai essere in primo piano. Ha fatto sì fossero i suoi vini a parlare per lei. Non è da tutti, ancora.

Il 2004, annata fortunata, racconta di un vino davvero espressivo, capace di raccontare e coniugare forza ed eleganza. C’è quel magico incontro, nei migliori dolcetto è facile imbattercisi, tra un frutto succoso e croccante ed una realtà, in bocca, fatta di freschezza e di leggerà acidità. Così semplice da scrivere, così difficile da realizzare. E poi è facile lasciarsi trasportare da una certa austerità, data anche da una trama tannica mai doma che, verso il finale, si addolcisce leggermente, a cullare le tante idee precedenti.

Come una ballata rock’n’roll, sotto un cielo autunnale.

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Dogliani DOCG – P.G. Mascarello 2007

Dolcetto | 10-15 €

Mascarello è un po’ più giù, che a Dogliani significa un po’ più su, almeno a livello di altitudini. Verso sud infatti, anche se di poco, si cominciano a capire quelle che poi diventeranno le montagne vere e proprie, verso la noncosìlontana Liguria. Ed infatti il Dogliani di questa splendida cantina è teso all’inverosimile, e si caratterizza per una rara finezza, mi riferisco ai profumi. Gentili, in cui la componente floreale è perfetto sottofondo per assoli che ricordano sia una certa mineralità sia un certo frutto, anche se più crudo di altre zone.
In bocca è straordinariamente vivo, tagliente, con componenti di freschezza inaspettate. Ma attenzione, non che questo significhi o possa far sembrare questo di Mascarello un Dogliani meno profondo di altri, anzi. C’è succo, c’è polpa, c’è corpo. E’ giovane, ma solo nella migliore accezione del termine.

Da bere. E ribere.

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Dolcetto di Dogliani Superiore DOC – San Fereolo 2001

Dolcetto | 10-15 €

Non è un caso che, dopo Dogliani, la prima bottiglia a passare da queste parti sia quella di Nicoletta Bocca, anima e cuore di San Fereolo. Potrei dire che è perchè lei più di altri ha voluto fortemente organizzare quel momento di incontro e di confronto a Dogliani sul Dogliani. O perchè questa è la prima bottiglia che ho bevuto, qualche giorno dopo a casa, perfetta coniugazione di sensazioni take-away. O anche perchè questo 2001 è una sintesi straordinaria di due giorni fantastici, e c’è tutto: la terra (quella terra), la persona, il vitigno.

E va bene che probabilmente il 2004 è stata l’annata ed in generale uno dei vini che più mi hanno entusiasmato, ma avere la possibilità di assaggiare un Dogliani con quasi dieci anni sulle spalle non è da tutti i giorni. E trovarlo così, impeccabile, non ha prezzo. L’assaggio racconta di un dolcetto fresco, piacevolissimo, capace di regalare profumi mai scontati. Scuri, a tratti pungenti, sempre avvolgenti. Ed in bocca l’eleganza di un vestito da sera, morbido ma deciso. Con quella nota, al centro dell’assaggio, più verticale, quasi nervosa senza mai dimenticare l’anima, il succo. Neanche sul finale, a richiamare immediatamente un altro assaggio.

Insomma, è un vino del cuore ed anzi, facciamo così. Se un giorno vi capiterà di parlare di Dolcetto e di Dogliani con qualcuno poco convinto delle potenzialità del luogo cercate questa bottiglia e portategliela, coperta. Poi ne parliamo.

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