Il Rosso di Roagna

Probabilmente non c’è molto da aggiungere a quanto già scritto sui Roagna, celebratissima famiglia di Barbaresco. I vini che escono dalla cantina di Pajé sono infatti unanimemente considerati come alcuni dei più fulgidi esempi della tradizione langarola: non solo per l’approccio naturale in vigna o per le lunghe macerazioni in cantina ma anche e soprattutto per quell’aurea di semplicità che riescono a portare sempre con sé. Come se fosse davvero tutto così immediato, facilmente comprensibile, un percorso capace di unire consuetudine e contemporaneità senza apparenti complicazioni.

Tuttavia le occasioni per assaggiare i loro Barbaresco si contano sulle dita di una mano, vuoi per la scarsa diffusione, vuoi per il prezzo non esattamente abbordabile (sono tutti vini che viaggiano -anche abbondantemente- sopra i cento euro a bottiglia). Ci voleva quindi il consiglio di un amico per recuperare, a cena, il loro Langhe Rosso, bottiglia che non conoscevo e su cui senza alcuna indicazione probabilmente non mi sarei soffermato. Quale piacevolissima sorpresa: si trattava infatti di un Nebbiolo targato 2006 che come minimo tradiva la sua vera età tale era la sua anima verticale, così sostenuto da una trama tannica fitta e puntuale e da una freschezza davvero sorprendente. Il tutto però declinato in morbidezza ed in armonia, con il risultato di trovarsi di fronte ad un vino dalla beva pazzesca, dai profumi didascalicamente autunnali e al tempo stesso fragranti. Una complessità ed una finezza che così, a memoria, non ricordo di aver trovato in nessun altro vino della stessa tipologia.

Insomma, un piccolo Barbaresco (scovato sui 35 euro nella sempre bellissima carta della Stella, ristorante alle porte della città di Perugia).

Boca DOC Le Piane 1999

C’è tanto, in questo bicchiere. C’è davvero tanto di buono. Per qualche strano motivo sono rimasto all’oscuro dei vini di Boca e dell’Azienda Agricola Le Piane per tanto, troppo tempo. Immaginavo ma, a torto, non sapevo.

Generosità ed eleganza, per esempio. Oppure una finezza che si concede senza essere mai lasciva e che ti accompagna lungo tutto l’assaggio. Una tensione che può essere figlia solo del miglior nebbiolo ed una lunghezza che ti abbraccia.
La denominazione è quella di Boca, la provincia è quella di Novara, la zona è tanto quella più a nord quanto una tra le più alte della regione. Nebbiolo e vespolina da diversi vigneti, i più vecchi hanno circa cinquant’anni, con una resa per ettaro che non supera i cinquanta quintali. E poi quel mese di permanenza sulle bucce e quei quattro anni di maturazione in botte grande. Il risultato è questo vino di grandissima stoffa, complesso, strutturato, espressivo e pieno. Ad una quarantina d’euro in enoteca, la tentazione è quella di ritornare su quel bicchiere anche stasera.
Qualcosa mi dice che la prossima trasferta potrebbe essere da quelle parti, a due passi anche da Ghemme e Gattinara.

Il dolcetto, Pino Ratto e “Gli Scarsi” 2005


Il post perfetto su Pino Ratto l’ha scritto Fiorenzo Sartore nel 2007. Oggi, a distanza di oltre cinque anni, l’unica cosa rilevante da aggiungere è che si tratta di un vino che non c’è più, che ha smesso di appartenere alla contemporaneità per vivere di ciò che è stato. Da circa due stagioni infatti la produzione della Cascina Scarsi di San Lorenzo d’Ovada è ferma.

Un dolcetto, quello della vigna Gli Scarsi, capace di sfidare il tempo e di smarcarsi con decisione da ogni possibile parallelismo con il dolcetto comunemente conosciuto come tale. Questo 2005 già al colore racconta infatti tutta un’altra storia. È granato, stanco, quasi opaco. È un vino di una lentezza quasi esasperante capace di aprire su note terrose, di tartufo, e di allungare molti minuti dopo con una vena minerale a tratti spiazzante. E poi fiori di glicine, ginepro, ferro. Sensazioni inserite in un contesto caratterizzato da note che richiamano un distillato di frutta. E poi in bocca, ah che bocca, quando appare con tutta la sua grazia e la sua leggiadria. Lieve ma presente, tenero prima di un finale scattante che ritorna appena sul frutto. Un vino capace di trasmettere una solennità contadina di altri tempi.

Non c’era molto da aggiungere, dicevo. Volevo solo raccontare su questo diario digitale di un vino che per me ha significato molto. Di un bicchiere che ogni volta mi ha portato ad alzare un sopracciglio e a sforzarmi di andare oltre ogni apparenza. Una tappa importante e la speranza che le nostre strade si possano incrociare, almeno un’altra volta.

Barolo Brunate-Le Coste DOCG Rinaldi 2005 (o della generosità)

Certo che il caso. Da qualche giorno mi girava per la testa l’idea di scrivere un post su una particolare sensazione legata all’assaggio. Non una caratteristica strettamente legata all’analisi organolettica ma un’idea che il vino riesce a trasmettere durante (e dopo) lo stesso: la generosità. Mi capita a volte di ritrovarmi ad assaggiare vini anche molto buoni che ai miei occhi, magari qualche minuto dopo il primo bicchiere, appaiono particolarmente rigidi. Come se non fossero disposti, in quel particolare momento della loro vita, a concedersi completamente.

Certo, mi rendo conto che è argomento non facilissimo da introdurre proprio per la sua non riconducibilità ad un unico o ad un insieme di precisi riscontri. Perchè non si tratta di acidità o di trama tannica, di tattilità o di morbidezza, quanto di un particolare equilibrio che il vino (il grande vino) riesce a raggiungere in un preciso momento. La stessa bottiglia, aperta un anno prima o un anno dopo, potrebbe aver perso quell’apertura, quell’altruismo, quella disponibilità al dialogo. Non è solo un discorso di espressività, e in questo senso credo che la sensibilità di ognuno sia fattore molto rilevante, o di slancio gustativo. È la capacità di un vino di farsi guardare e comprendere.

Spesso parlando di questo argomento a tavola tra amici portavo come esempio alcuni Barolo, in particolare due. Il Piè Rupestris di Cappellano e il Brunate-Le Coste di Rinaldi. Due vini fantastici, per motivi diversi. Tanto generoso uno quanto austero l’altro. Ripenso ad alcuni recenti assaggi del secondo e trovo nel 2002, nel 2004, nel 2006 un tratto comune inconfondibile. Una finezza straordinaria (ed eleganza) che al tempo stesso si fonde con una compostezza che non ero ancora riuscito a valicare. Come se tra me ed il bicchiere ci fosse una sorta di muro. Un qualcosa che mi impediva un dialogo che sentivo necessario nonostante si trattasse di un indiscutibile monumento al nebbiolo. Complessità, finezza, allungo del campione ma nel quale non trovavo la sfaccettatura che mi facesse entrare nel vino.

Poi, come spesso capita, è arrivato il momento in cui tutto questo discorso ha cominciato a traballare. È successo ieri sera davanti ad uno struggente Brunate-Le Coste 2005. Tutto il castello che mi ero costruito su questa argomentazione barolesca si è rivelato profondamente errato. Perchè non solo non è possibile inquadrare un grande produttore in un aggettivo, ma tanto la diversità delle vendemmie quanto il momento storico in cui una bottiglia viene aperta sono elementi fondamentali per la sua comprensione. Un bicchiere, quello di ieri, luminoso ed ospitale. Un bicchiere che mi ha fatto vedere sotto una luce diversa tutto il lavoro di Giuseppe Rinaldi. Un bicchiere, uso le parole di un amico, che “non impensierisce, non deprime, ma ti fa ridere come quando arriva la primavera“.

Barolo Brunate-Le Coste DOCG, Rinaldi 2002

La degustazione racconta un vino granato con riflessi che ricordano la ruggine. Di un naso caratterizzato da una florealità viva, da note farmaceutiche e da ricordi di tabacco ed anguria. Il tutto inserito in un contesto terroso, quasi autunnale. Di un’assaggio caratterizzato da una grande, grandissima freschezza, da una mineralità incisiva capace di vivacizzare un assaggio che, nonostante le difficoltà dell’annata, è capace di avere un’aderenza territoriale come pochi altri.
Le sensazioni poi suggeriscono sia il miglior Barolo targato 2002 mai passato da queste parti.

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Barbera d’Alba DOC Giovanni Canonica 2007


La scoperta del giorno si chiama Giovanni Canonica, piccolo, piccolissimo vigneron/artigiano in Barolo. Non voglio però scrivere del suo Barolo Paiagallo, dal nome dell’unico cru che vinifica, quanto della sua straordinaria Barbera d’Alba: un vino che mi ha conquistato in dieci secondi netti, giusto il tempo della prima curiosa sorsata (a cui, ovvio, ne sono seguite molte altre).

Una Barbera forse atipica, meno giocata sul frutto di tante altre. Una barbera selvatica, galoppante, dalla beva straordinaria. Non è tanto un discorso di complessità (anche se il naso regala un gran bel ventaglio fatto di vegetazione autunnale e di piccoli frutti rossi maturi) quanto di come sia bicchiere straordinariamente armonico, in cui tutte le componenti si sposano alla perfezione e riportano un assaggio di grande forza espressiva. Più rustico che elegante, quando il primo non vuole essere un difetto ed il secondo non necessariamente uno scopo cui tendere universalmente.

Meno di dieci euro per un bicchiere coinvolgente come pochi. Peccato solo sia così difficile da trovare.

Barbera d’Alba DOC, Bartolo Mascarello “Vigna San Lorenzo” 2004

A proposito di Barbera, eccone una grande interpretazione. È bottiglia che era in bozza da un po’, quasi fosse in attesa delle parole giuste (o del momento più adatto). Una barbera che non teme il trascorrere del tempo, vigorosa e suadente. Il colore è ancora acceso, rubino scuro particolarmente fitto. Al naso regala note di raro spessore e profondità, dal fruttato al floreale. Ma anche erbaceo e (possibile?) vagamente minerale. In bocca è coinvolgente, lunghissima e ancora scattante. Le parti più dure danno slancio ad un assaggio lineare e di gran succo.
Una bellissima interpretazione dicevo. La dimostrazione che la barbera, quando la mano è quella giusta, sa essere non solo grande ma che con il passare degli anni può anche migliorare, affinandosi ed evolvendo. Un vino, oggi, ancora straordinariamente fresco ed armonico

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Ruché di Castagnole Monferrato, Poggio Ridente 2010

Dei tanti vitigni piemontesi il ruché è uno di quelli che mi incuriosiscono di più. Se ne sta lì, nascosto in qualche decina di ettari intorno al comune di Castagnole Monferrato, la provincia è quella di Asti ed è quasi impossibile trovarlo altrove. Eppure è vitigno che nel bicchiere regala un vino gustoso e dritto. Uno di quelli che a tavola trovano particolare ragione di esistere. Sopratutto adesso, d’autunno. Apparentemente semplice? No, quella è caratteristica distintiva ed anzi di particolare pregio per un vino capace di essere complesso senza apparire complicato.

Poggio Ridente? Si, ancora. Dopo la barbera mi ha colpito proprio per le caratteristiche appena dette. Questo in particolare ha una bella polpa, tanto al naso quanto in bocca. E se all’inizio lascia intravedere note più scure all’assaggio si libera e denota una tattilità di grande freschezza, prima di un finale abbastanza lungo e decisamente equilibrato.

Ruché? Ancora, grazie.

Barbera d’Asti Superiore, Poggio Ridente 2008

Leggi l’etichetta e dopo, ad approfondire, scopri che è esattamente come te la aspetti. Molto piccola, decisamente bio, a conduzione familiare. E già ti ha conquistato. Barbera, certo, ma anche albarossa, rouché ed un bianco fatto con un blend di cortese, moscato e bussanello. Poggio Ridente, Monferrato Astigiano.

Il colore scuro, molto scuro, introduce a profumi profondi, a tratti balsamici, certamente caratterizzati da una vena vegetale e, più in lontananza, speziata. In bocca ha stoffa, eccome, senza mai apparire aggressivo. E’ tipico, barbera all’ennesima potenza, lungo, avvolgente ma non morbidoso. C’è quell’acidità, quella che attraversa tutto l’assaggio e che sul finale sfuma, che lo rende particolarmente vibrante. Anzi, pungente, e di gran beva. Bella chiusura, particolarmente succosa.

Una barbera affascinante, che nel suo giocare più sull’intensità e sulla materia che sulla levità riesce a trovare una quadratura particolarmente compiuta. A tavola, d’autunno.

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Trasparenza per un mondo migliore: Cecilia Zucca e Luigi Dezzani, le persone dietro al nome “Poggior Ridente”, mi hanno contattato e successivamente spedito una campionatura dei loro vini (grazie ancora). Va da sé che questo post rispecchia unicamente l’opinione dell’autore.

Il Barolo di Bartolo Mascarello. Il 2003.

Avevo deciso di scrivere qualche riga sul Barolo di Bartolo Mascarello ben prima di aprire questa bottiglia, in fondo non era mai capitato su queste pagine. Solo dopo averla assaggiata bevuta ho capito che in realtà l’occasione poteva essere buona per parlare dell’annata, così didascalica nell’esprimere il caldo di quell’estate.

Si, il 2003 è tutto qui. Nel naso, largo ed accogliente, così capace di spaziare dal cioccolato alla mora. Ma anche menta, rosa, mirtilli. In una parola, sferico. Nella bocca, con quel tannino per niente dritto, quasi asciutto eppur polposa. Nessuna ruffianeria, è che il calore si avverte in un modo talmente definito da spiazzare. Buono? Si, eccome. Però così diverso da quell’eleganza assoluta di altre annate. Più corto sul finale, ma comunque scattante. La cosa che più forse rimane, dopo, è quella polpa, buonissima ma al tempo stesso contratta. Ma è così, il 2003. Da bere, adesso.