Il Dosaggio Zero di Andrea Arici

Se è vero che gli spumanti non dosati stanno vivendo un periodo di grande giovinezza è anche vero che il rischio, subito dietro l’angolo, è quello di imbattersi in vini eccessivamente asciutti, in cui la ricerca di un’eccessiva austerità ha portato ad una certa aridità espressiva. Se mi spiego. Beh, non è questo il caso del Dosaggio Zero di Andrea Arici, un Franciacorta da chardonnay ed una piccola percentuale di pinot nero assaggiato ieri sera per la prima volta con calma, al ristorante e non durante i tanti banchi d’assaggio degli ultimi mesi insieme al vulcanico Giovanni Arcari (qui è dove il sottoscritto consiglia di cliccare sul link per scoprire -se non lo conoscete- il progetto TerraUomoCielo, bella realtà che affianca altrettanto belle cantine).

Buonissimo, dicevo. È Franciacorta saporito ed elegante, materico e verticale. C’è un po’ tutto quello che ci si aspetta, nel bicchiere: una certa polposità olfattiva composta da note agrumate e floreali, dove le note di lieviti non appaiono mai invasive e dove è possibile trovare accenni più profondi, anche vegetali. E poi quella traccia di sapidità minerale così chiara, incisiva e luminosa che lo accompagna lungo tutto il sorso. Magnetico e gustoso, invita a tornare continuamente ad assaggiarlo. Fino alla fine della bottiglia.

Questo è il non millesimato, sboccato lo scorso 19 aprile. Viene via a circa venti euro.

Fauno, il Chianti di Pancole

Continua la mia totale sintonia con il 2010. Un millesimo capace di essere nella stragrande maggioranza dei casi molto fresco, estremamente equilibrato, mai eccessivo. In una parola: elegante. Ci sono illustri eccezioni (il Carso, tra le altre) ma girovagando qua e là per l’Italia è difficile non imbattersi in vini di grande fragranza, vini irresistibili per quella bella tensione che riescono a trasmettere. In particolare in Toscana: ho ancora in bocca il memorabile Montevertine 2010 dell’altra sera, vino che non mi stancherò mai di bere e che invece, visto l’esiguo numero di bottiglie presenti in cantina, so già che finirà fin troppo presto. Non solo però, su e giù per il Chianti c’è davvero da divertirsi.

Prendiamo l’Azienda Agricola Pancole. Una realtà nata nel 2009 non lontano da San Giovanni Valdarno (Arezzo) che mi sono ritrovato ad assaggiare un po’ per caso e che non conoscevo. E della quale, guarda un po’, il 2010 mi è piaciuto tantissimo. Un Chianti (non Classico) di grande carattere, fresco e tipico esattamente come potete immaginare: sfaccettato per florealità, luminoso per acidità, sorprendente per profondità. Un vino bellissimo, uno di quelli dalla beva travolgente e dal prezzo particolarmente centrato, mi sembra di poco sopra i dieci euro in enoteca.

Prossima tappa, andare direttamente in cantina per farne incetta.

Il Pinot Nero di Elisabetta Dalzocchio

Mi piace pensare ci siano vini che ti guardano di lato, quando tu invece provi a fissarli negli occhi.

Sono passati circa tre anni dal mio primo assaggio di Pinot Nero di Elisabetta Dalzocchio, era un 2008 che mi aveva folgorato per personalità e per temperamento. Da allora nel bicchiere ne sono passati tantissimi altri, a coprire buona parte del decennio, ed è bellissimo – ripensandoci – riscontrare un crescendo qualitativo che ha pochi altri pari. Vini sempre più buoni, vini sempre più appaganti. Ci ripensavo qualche giorno fa mentre assaggiavo un 2001 recuperato casualmente in un’enoteca trentina (uno di quei colpi di fortuna che vorresti succedessero più frequentemente). Un vino maturo senza essere stanco, più giocato sulle sottigliezze che sulle intensità. Non un mostro di complessità, anzi. Un assaggio però coinvolgente, uno di quelli che stupiscono per l’apparente semplicità con cui riescono a guardarti. Senza veli.

Un vino se volete un po’ naïf, lontano anni luce dalla personalità del 2009 attualmente in vendita. Perchè in effetti no, non credo di aver scritto che il 2009 oggi è in una forma strepitosa, e che è forse il Pinot Nero italiano più sorprendente abbia mai bevuto. Per non parlare del 2010, la curiosità è alle stelle. In particolare dopo aver sentito Elisabetta dire che “si, il 2010 è un vino che mi piace molto“.

La Fattoria dei Barbi ed i Brunello di Montalcino Riserva 2006 e 2007

Ripensando al giro a Montalcino dell’altro giorno non posso non sottolineare la (forse inaspettata) sorpresa nel trovarmi di fronte a due Brunello di grandissima stoffa, erano due dei Riserva assaggiati durante un breve intermezzo alla Fattoria dei Barbi.

A proposito: cosa dire a proposito di una delle cantine che più è legata a Montalcino e la sua storia? Meglio poco o niente, il rischio di banalizzare è davvero troppo dietro l’angolo. Basti sapere che è cantina capace di coniugare come poche altre qualità e numeri, sono quasi ottocentomila le bottiglie che ogni anno escono dalla bella sede di Podernovi, lungo la strada che dal centro del paese sfuma verso Castelnuovo dell’Abate e che si propagano a macchia di leopardo praticamente in tutto il mondo. Duecentomila bottiglie di Brunello, quello con l’etichetta blu. Tredicimila rispettivamente di Riserva e di Vigna del Fiore, quello che affina in piccole botti di secondo passaggio. E poi che è cantina guidata da Stefano Cinelli Colombini, non solo l’erede naturale di questa famosa famiglia di “agricoltori in Montalcino dal 1352” ma anche colui il quale ha scritto uno dei contributi più rilevanti su Montalcino io abbia mai letto e su cui sono ritornato con grandissimo piacere pochi giorni fa, ve lo ricordate?

Il 2006 è un Brunello di Montalcino Riserva profondo ed avvolgente, rigoroso ma al tempo stesso capace di svelare una certa larghezza dei profumi. Quanta tipicità, ti ci tufferesti dentro tale è la piacevolezza con cui si svela con il passare dei minuti. Un vino di cui godere ma che certamente saprà mantenere queste sue caratteristiche a lungo. Il 2007 è più scontroso, pretende tempo ed attenzione. È più scuro, certamente potente ma al tempo stesso di grande finezza. C’è quel tannino che all’inizio sembra prevalere ma che al tempo stesso ti lascia spiazzato per la qualità del sapore che lascia dietro di sé. Un sussurro di rara lunghezza.

Quindi: due Brunello di Montalcino Riserva diversi ma buonissimi, da non mancare.

Il Berace di Massa Vecchia e l’urgenza di andare in vacanza

E insomma. Mancano tre giorni, solo tre giorni, a quello che sarà un brevissimo periodo di vacanza impreziosito da diverse visite in cantina (Sardegna, arrivo). In tutto questo qui a casa non si smette di cercare conforto in bottiglie capaci di essere buone – buone davvero – senza però impegnare troppo la mente, che con questo caldo il cortocircuito è assicurato. Ecco quindi fare capolino dalla cantina il “Berace” 2010 di Massa Vecchia, un vino goloso come pochissimi altri, da leccarsi (letteralmente) le labbra. Uno di quelli che nel suo essere così buono, sfaccettato e profondo, riesce anche ad essere sempre semplice, senza inutili sovrastrutture. E poi la sua dimensione più bella, quella di vino defaticante, da bere e basta. Che goduria.

Sul Pas Dosé di Berlucchi, quel 2007

Chi capita su queste pagine con una certa regolarità ricorderà un post dello scorso febbraio in cui veniva nominato un vino che il sottoscritto non aveva assaggiato, oggetto del post di allora non era infatti la bottiglia in sé ma alcuni contorni più periferici rispetto alla degustazione. L’idea era comunque quella di assaggiare il Pas Dosé 2007 di Berlucchi, questo il vino in oggetto, quanto prima. Dopo aver girato un paio di enoteche della zona senza successo ed essermi orientato verso un veloce acquisto online – è Franciacorta che viene via a circa venti euro – sono stato contattato da una gentilissima Francesca Facchetti, responsabile delle relazioni esterne dell’importante cantina bresciana, cui è seguito l’invio di due bottiglie. Quello che mi ha stupito, da subito, è stata la sincera voglia di un confronto aperto intorno al vino, senza sovrastrutture o preconcetti. Da parte mia ce l’ho messa tutta.

Com’è quindi – in definitiva – il Pas Dosé di Berlucchi, il 2007? Buono, eccome (anche se da queste parti i dubbi in proposito erano davvero pochi). Aggiungerei che a dispetto di un millesimo altrove particolarmente caldo questo è assaggio che spicca per tensione e per una certa taglienza. Più sentori agrumati che note di frutta a polpa bianca, più mineralità che florealità. E poi un perlage netto, affilato, che in bocca non lascia spazio a facili morbidezze grazie anche ad una sapidità non comune. Certamente elegante quindi, un blend di chardonnay e pinot nero che rimane sui lieviti circa tre anni e mezzo e che si afferma tra i più interessanti abbia mai assaggiato di Berlucchi.

Il Pinot Nero di Edi Kante

“Uh, sembra quasi una via di mezzo tra la Borgogna di Charles ed Eric Rousseau e la Sardegna di Gianfranco Manca.”

Questa la primissima affermazione a proposito di un vino servito nel bicchiere alla cieca, cui ne hanno fatto seguito molte altre, completamente fuori fuoco tanto per vitigno quanto per posizione geografica. Inutile dire che era proprio quella, la prima, ad essere l’ipotesi che pur con tutte le variabili del caso più si avvicinava ad un certo barlume di correttezza. Perchè c’è il mediterraneo, dentro il Pinot Nero di Edi Kante. Tra l’altro nessuno, in oltre mezz’ora di divagazioni su questa bottiglia così ricca di fascino, era più tornato a nominare il pinot nero tale era la prepotenza di questa vocazione a tratti marina, a tratti solare. Ed invece ancora una volta il Carso torna a stupire con un vino di grande equilibrio, appagante e disteso, caratterizzato da uno dei profili olfattivi più stupefacenti abbia mai sentito in un Pinot Nero. Dalla polvere di cappero a quel profumo tipico dei boschi di pino marittimo, dal ribes alla scorza di arancia fino ad un diffuso e piacevolissimo sentore di polvere di vaniglia. Magari non c’era quella freschezza che avrebbe fatto gridare al miracolo ma in bocca era assaggio di grande stoffa, un unico e lineare assolo di sax tenore che continuava fino ad una chiusura di grande partecipazione tattile.

Una bottiglia targata 1999 trovata un po’ per caso tra gli scaffali impolverati di una locale enoteca. Una selezione che viene prodotta senza una chiara logicità, a questa vendemmia è seguita solamente quella del 2009, e che – a trovarla – viene via a circa 35 euro.

A proposito del Vinupetra

Beh, quello che è certo è che il Vinupetra è vino che non lascia indifferenti. Impossibile infatti fare finta di niente quando lo si ha nel bicchiere tale è la sua forza, la sua intensità e la sua – se volete – impetuosa eleganza. Nerello cappuccio e nerello mascalese provenienti da un vigneto considerato come mitico, un appezzamento composto quasi esclusivamente da vigne centenarie che producono pochissimi grappoli per pianta e che Maurizio Pagano, storico collaboratore di Salvo Foti, conosce, ve lo posso garantire, a memoria, una per una. Vi ricordate? È passato poco più di un anno da quel giro in jeep che porto ancora così vivo negli occhi e nelle mani, impossibile cancellare le sensazioni date dalla tatto e dall’accarezzare quelle vigne così imponenti.

Un vino che divide? Non credo. Quello che è certo è che si tratta di bottiglia che porta con sé un sacco di Etna, e mi riferisco proprio a sensazioni olfattive che ricordano il vulcano e ad una stoffa, in bocca, che solo i grandissimi possono permettersi. Inizia sempre lento, quasi monolitico, anche il 2007 dell’altra sera. Ma con il passare dei minuti ecco fare capolino un’appassionante fusione tra toni vulcanici e linfatici per un profilo olfattivo di una classe sopraffina. In bocca poi è un mostro di complessità e tensione, ci sono acidità e sapidità mai fini a se stesse ma integrate al sapore del vino. Gustoso, vellutato, elegante. Un vino caratterizzato da un grande slancio che sempre, sempre, porta con sé una certa idea di ancestralità.

Riportatemi là, il prima possibile.

Il Sodaccio 1988 di Montevertine


Non è chiaro cosa successe in quei primi giorni di autunno del 1988, quello che è certo è che a causa di alcuni dissapori Sergio Manetti non chiamò la squadra che era solita vendemmiare a Montevertine. In piena emergenza fu quindi il non ancora maggiorenne figlio Martino, insieme ad un nutrito gruppo di amici e compagni di classe, a portare in cantina tutta la raccolta di quella che ancora oggi è considerata una delle annate del secolo, non solo a Radda ma in gran parte dell’Italia Centrale.

Il Sodaccio è il nome di una vigna piantata nel 1972 e totalmente rinnovata nel 2000, un appezzamento di circa un ettaro e mezzo adiacente quello de Le Pergole Torte. Vigna ricca di significati, primo tentativo di “cru” aziendale nato su specifica richiesta di Giorgio Pinchiorri per l’omonimo ristorante di Firenze, è vino che è stato prodotto dal 1981 al 1998, fino alla sua dismissione a causa di una malattia che aveva attaccato gran parte delle sue viti. Un vino che non c’è più quindi, un assemblaggio di sangioveto (come amano chiamare il sangiovese a Montevertine) e canaiolo che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, è spettacolare per tenuta e per profondità. Un assaggio caratterizzato da una balsamicità dolce, ancora segnato da richiami fruttati e soprattutto floreali di grande, grandissima, finezza. Un sorso meraviglioso, tanto generoso quanto reattivo, tenero e pungente. Un vino che tra l’altro sembra essere in un momento perfetto della propria evoluzione, così equilibrato e disteso fino alla fine. Un vero abbraccio.

(con un grande grazie a Martino Manetti e la moglie per l’ospitalità, per il pranzo, per le tante bottiglie stappate)