Il Dosaggio Zero di Andrea Arici

Se è vero che gli spumanti non dosati stanno vivendo un periodo di grande giovinezza è anche vero che il rischio, subito dietro l’angolo, è quello di imbattersi in vini eccessivamente asciutti, in cui la ricerca di un’eccessiva austerità ha portato ad una certa aridità espressiva. Se mi spiego. Beh, non è questo il caso del Dosaggio Zero di Andrea Arici, un Franciacorta da chardonnay ed una piccola percentuale di pinot nero assaggiato ieri sera per la prima volta con calma, al ristorante e non durante i tanti banchi d’assaggio degli ultimi mesi insieme al vulcanico Giovanni Arcari (qui è dove il sottoscritto consiglia di cliccare sul link per scoprire -se non lo conoscete- il progetto TerraUomoCielo, bella realtà che affianca altrettanto belle cantine).

Buonissimo, dicevo. È Franciacorta saporito ed elegante, materico e verticale. C’è un po’ tutto quello che ci si aspetta, nel bicchiere: una certa polposità olfattiva composta da note agrumate e floreali, dove le note di lieviti non appaiono mai invasive e dove è possibile trovare accenni più profondi, anche vegetali. E poi quella traccia di sapidità minerale così chiara, incisiva e luminosa che lo accompagna lungo tutto il sorso. Magnetico e gustoso, invita a tornare continuamente ad assaggiarlo. Fino alla fine della bottiglia.

Questo è il non millesimato, sboccato lo scorso 19 aprile. Viene via a circa venti euro.

Sul Pas Dosé di Berlucchi, quel 2007

Chi capita su queste pagine con una certa regolarità ricorderà un post dello scorso febbraio in cui veniva nominato un vino che il sottoscritto non aveva assaggiato, oggetto del post di allora non era infatti la bottiglia in sé ma alcuni contorni più periferici rispetto alla degustazione. L’idea era comunque quella di assaggiare il Pas Dosé 2007 di Berlucchi, questo il vino in oggetto, quanto prima. Dopo aver girato un paio di enoteche della zona senza successo ed essermi orientato verso un veloce acquisto online – è Franciacorta che viene via a circa venti euro – sono stato contattato da una gentilissima Francesca Facchetti, responsabile delle relazioni esterne dell’importante cantina bresciana, cui è seguito l’invio di due bottiglie. Quello che mi ha stupito, da subito, è stata la sincera voglia di un confronto aperto intorno al vino, senza sovrastrutture o preconcetti. Da parte mia ce l’ho messa tutta.

Com’è quindi – in definitiva – il Pas Dosé di Berlucchi, il 2007? Buono, eccome (anche se da queste parti i dubbi in proposito erano davvero pochi). Aggiungerei che a dispetto di un millesimo altrove particolarmente caldo questo è assaggio che spicca per tensione e per una certa taglienza. Più sentori agrumati che note di frutta a polpa bianca, più mineralità che florealità. E poi un perlage netto, affilato, che in bocca non lascia spazio a facili morbidezze grazie anche ad una sapidità non comune. Certamente elegante quindi, un blend di chardonnay e pinot nero che rimane sui lieviti circa tre anni e mezzo e che si afferma tra i più interessanti abbia mai assaggiato di Berlucchi.

Sul Barbacarlo 1997, impossibile non scriverne

Lo so che di Lino Maga e del Barbacarlo in teoria avrei già scritto. E in fondo, guardate, non è che poi ci sia così tanto da aggiungere, anzi. Le informazioni più rilevanti alla fine sono tutte . Poi però succede che ti imbatti in una bottiglia come questa e insomma, davvero, come puoi anche solo pensare di non dedicarle almeno un paio di righe? Non puoi, appunto. Perchè lì dentro c’era davvero tutto, c’era l’anima di questo vino così contadino e così nobile al tempo stesso. C’era austerità e accoglienza, e poi la sensazione di averlo aperto in uno dei suoi momenti migliori. Quando l’autunno è alle porte ma le foglie, appena ingiallite, sono ancora scaldate dal sole.

Avevo già bevuto alcune vecchie annate, tra le più goduriose ricordo con enorme piacere una grandissima 1983, morbida e vitale. O La 1990 e la 1995, vini rigorosi, nebbioleggianti come pochi altri, caratterizzati da una beva meravigliosa. Tutte caratteristiche che si possono facilmente ritrovare anche in questa versione che probabilmente solo adesso cede in termini di potenza a favore di una grande distensione dei suoi elementi. La spuma è appena avvertibile, sottile e delicata. Suadenza. Al naso un esplosione di profumi guardata al rallentatore: tartufo bianco, pesca, burro di cacao, noce di cocco, cioccolato bianco, eucalipto, ribes, fragoline di bosco mature, menta, liquirizia, pepe bianco. Policromia. In bocca poi è setoso, complesso, magari non così fresco ma con una presa di certo inaspettata. Lento, ma non per questo docile. E poi non c’è dolcezza o meglio: non c’è -quasi- residuo zuccherino. Perchè è in quell’idea di dolcezza che si percepisce in modo così didascalico la potenza di un’annata calda ma non troppo. È in quella tendenza dolce che si ritrova il Barbacarlo che intende Lino Maga, quello opposto alle versione più secche, quelle più “grame”. E poi l’allungo, la zampata finale che non è niente più e niente meno che una meravigliosa carezza. Levità.

Barbacarlo 1997, un vino lenitivo.

De Barbacarlo

Low-profile, il Barbacarlo non è un vino che si incontra in giro per manifestazioni. Degustazioni, magari verticali o comunque momenti di approfondimento sono rarissime. Sulle guide appare sporadicamente anche se in rete, in momenti diversi, molti ne hanno scritto come di un gioiello da non lasciarsi sfuggire. E poi è vino che ama lasciarsi aspettare, capace come nessun altro Oltrepò di sfidare il tempo. Il tempo, quello che una volta entrati nel punto vendita di Broni sembra essersi fermato, con quell’atmosfera davvero di altri anni. Un po’ per l’arredamento, per i manifesti, per i quadri e per le tantissime bottiglie d’annata, un po’ per il ritmo con cui Lino Maga scandisce le proprie parole. Lento e definito, sicuramente di basso profilo. Come il suo vino, come il Barbacarlo.

Il mio arrivo a Broni, la provincia è quella di Pavia, è frutto di un percorso iniziato un paio d’anni fa, uno di quelli che sempre di più mi hanno portato a girare la Via Emilia guardandomi intorno, forse specchio di un paese. Grandi, grandissime realtà da una parte, piccoli produttori legati a metodi di produzione considerati come tradizionali dall’altra. Ecco quindi Broni diventare tanto punto di partenza quanto punto di arrivo per provare a misurarsi con le capacità, le caratteristiche e (forse) anche le potenzialità di quelle che vengono normalmente definite come le rifermentazioni naturali in bottiglia.

A punti, mi scuserete, nel ripensare alle tante emozioni delle visite in cantina devo cercare di fare un po’ di ordine.

– Visitare l’Azienda Agricola Barbacarlo ed entrare nel punto vendita nel centro di Broni (una volta con cantina annessa) significa lasciare i ritmi cui siete abituati fuori dalla porta. Lino Maga non ama la fretta e, nella giornata giusta, è capace di farvi rivivere gran parte del suo percorso e della sua vita irrimediabilmente legata ai destini della Vigna Barbacarlo. Una storia legata a ventitrè anni di battaglie legali per difendere il suo nome. In tanti, infatti, vista la sua fama si erano messi a rubarlo, imbottigliando come Barbacarlo quello che Barbacarlo non era. Come se tutti, nell’Oltrepò, potessero appropriarsi di quel nome. Alla fine Lino Maga l’ebbe vinta e ad uscirne sconfitta è stata di certo la denominazione che, con il senno di poi, avrebbe potuto puntare decisa verso le caratteristiche uniche dei vari appezzamenti e che oggi, invece, appare più confusa che mai.

– Croatina, uva rara, vespolina (nell’Oltrepò anche conosciuta come ughetta) vengono raccolte e fatte macerare per massimo una decina di giorni, al cambio di luna il vino viene travasato e in primavera va in bottiglia dove comincia la cosiddetta presa di spuma, o rifermentazione.

– Prima di parlare delle annate, una precisazione. Il Barbacarlo può essere (con qualche variante nel mezzo) più secco o più dolce, comunque con un residuo zuccherino più elevato. Per Lino Maga il vero Barbacarlo è il secondo, tanto da definire le annate più secche come “grame“, alla meno peggio “amare” con l’aria di chi è stato tradito da quella vendemmia. Quello che è certo è che a fronte di una maggiore dolcezza risponde una maggiore longevità, come fosse capace di mantenere nel vino e nella bottiglia quella complessità, quella profondità, quell’avvolgenza. Un vino sempre diverso, sempre specchio dell’andamento stagionale che lo vede nascere. “Non capisco“, dice Lino Maga, “perchè quando un vino è sempre uguale ci si ostina a mettere l’annata in etichetta? Nessun vino può essere uguale a se stesso“. Ogni riferimento ai vini considerati come industriali non è affatto casuale.

– Ecco quindi i grandissimi Barbacarlo, anche per Lino Maga. Il recente 2006, profondo ed elastico, di grande succo e finezza rurale, il 1995, il 1990, il 1983, il 1975 tutti capaci di portare la mente nella Langa più profonda, le sue nebbie e le sue sfumature autunnali. Vini enormi, da una parte caratterizzati da grandissime complessità e dall’altra una beva incredibile, mai aggressivi. Attenzione però, se le versioni più secche sono sicuramente meno longeve in gioventù sanno essere straordinariamente scattanti. Il 2009 è un vino affilato ma di grande polpa, mi piace tantissimo. Come il 2007 o, andando indietro di qualche anno, il 2001.

– Le etichette, quelle legate al collo della bottiglia, contengono i dati analitici e alcune considerazioni sull’annata. Informazioni preziose, una sorta di parere del produttore su quella particolare vendemmia. Ecco quindi il 2006 “da considerarsi morbido, fruttato tendente al dolce” o il 2005 “da considerarsi sull’amaro asciutto“. E poi la dicitura sempre presente, ormai mitica, “per quello che riguarda gli abbinamenti si consiglia di essere in due. La bottiglia e chi la beve“.

– Il Barbacarlo non è solo, lo affianca il Montebuono, alle uve precedentemente dette si aggiunge la barbera, più tannico ma altrettanto gustoso anche se in linea generale meno longevo. Una volta poi c’era anche il Ronchetto, di gran lunga il più selvatico dei tre ma la cui vigna, troppo difficile da lavorare, ha ceduto il suo spazio al bosco circostante.

Oltrepò Pavese DOC Isimbarda, Bonarda 2007


Croatina | <10 €

Scrivere di un vino così, giusto perchè ti ci sei imbattuto. Che davvero non posso dire di conoscere così bene la realtà produttiva dell’oltrepò pavese. Anzi. Eppure questa è bottiglia che prima ho aperto con un po’ di scetticismo ma che con il tempo mi ha conquistato. Su tutto? Bevibilità, a secchi.

Si tratta del più classico dei vini frizzanti, figli di una rifermentazione in autoclave. Certo, magari i puristi di quella in bottiglia storceranno il naso, ma qui non si va mai fuori dal tracciato. Ho già scritto mai? Lo versi nel bicchiere ed è di gran spuma, violacea e convinta. Al naso c’è una traccia vinosa che accompagna note fresche e vivaci. Ciliegia e mandorla. In bocca è così morbido, così gentile, lineare ed equilibrato che un bicchiere chiama immediatamente il successivo. Certo, non che ci siano particolari picchi di profondità, ci mancherebbe. Di (quasi) media persistenza, ha un finale appena amarognolo.

Divertente.

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Franciacorta DOCG Il Mosnel, Riserva QdE 2004

Chardonnay 65%, Pinot nero 20%, Pinot bianco 15% | 35 € | Sboccatura: 04/2010

Ci sono vini che non è così facile scriverne. Eppure quando sono nel bicchiere tutto sembra così semplice, definito. Definitivo. In quel momento forse le parole sarebbero poche, ma di sicuro centrerebbero il punto. Si tratterebbe solo di dire buonissimo, e sinonimi. Perchè ti rapisce, ti porta in una dimensione capace di non parlare di sé per essere sicuro approdo per un momento felice. Se mi sono spiegato.

Oggi rileggo gli appunti veloci relativi alla riserva QdE de Il Mosnel e penso che letti così, come veloci note di degustazione, possano quasi sminuire l’impianto emozionale di un vino che invero gioca le sue migliori carte su una componente fortemente passionale, difficilmente inquadrabile. Perchè è vino di contrasti, fragile nel sussurrarsi ma altrettanto forte nel sostenersi. Il naso per dire racconta di tanti piccoli sentori, a donare una splendida complessità, che si fondono in un tutt’uno molto netto, difficilmente inquadrabile proprio per questa sua naturale profondità. Primaverile, la delicatezza del frutto ed una nota verde, la profondità delle sensazioni che riportano la mente ai lieviti, anche se appena accennati. In bocca raconta tutta l’espressività di un grande pas dosé grazie ad una componente materica impressionante per stoffa, che ad oltre cinque anni dalla vendemmia riesce ad imprimere all’assaggio grande forza, pur giocando su toni mai urlati, anzi. E poi il finale, di gran pulizia e persistenza.

Il fatto è che il Franciacorta QdE 2004 de Il Mosnel è un Franciacorta buonissimo, compresi tutti i suoi sinonimi.

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Franciacorta DOCG – Santus, Brut 2008

Chardonnay | 15-20 €

Ad assaggiare il Franciacorta di Santus ci si ferma subito, che è evidente il fatto di trovarsi di fronte ad una cosa se non nuova almeno diversa. Ed in fondo è semplicissimo, che qui si vendemmia circa una quindicina di giorni dopo rispetto alle normali abitudini della zona. Si vanno a cercare aromi più maturi riuscendo al tempo stesso a mantenere freschezza ed acidità. Mica male.

Ecco quindi un colore più intenso, e tutta una serie di sentori che riportano l’immaginazione a vini bianchi, in particolare per tutta una serie di note che giocano su toni tropicali. E poi sensazioni che ricordano la mandorla, ma anche tutto un bouquet floreale, se rendo l’idea. Piacevole, mantiene grande bevibilità riuscendo a coniugare un bel corpo, cremoso ed ammaliante. Non finisce lunghissimo, ma chiude con un bel ritorno sulle note surmature precedentemente dette.

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Franciacorta DOCG – Il Mosnel, Satèn 2005

Chardonnay | 20-25 €

Il Satèn de Il Mosnel fa dell’eleganza la sua caratteristica principe. E si potrebbe dire, certo, che tutte le sensazioni tipiche della tipologia trovino ampie conferme in questo particolare assaggio.
C’è di più, però. E mi riferisco a tutta una serie di sentori agrumati, al naso, che variano dal pompelmo al limone e che poi virano sul terziario, con un particolare accenno vanigliato.
Morbido, certo, è altrettanto puntuale nel perlage e dall’architettura assolutamente lineare.

Ecco, elegante, appunto.

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Franciacorta DOCG – Contadi Castaldi, Satèn 2005

Chardonnay | 20-25 €

E così grazie a Contadi Castaldi ho capito tantissime cose su come nasca questa particolare cuvée. Imparare giocando, è provato che quindi funzioni anche nell’età adulta (adulta?).

Il Satèn, non se ne assaggia mai abbastanza, è esattamente come ve lo potete aspettare: vellutato e morbido, leggero senza dimenticare corpo e sostanza.
Lo chardonnay, al naso, ti accarezza. Frutta a polpa gialla, frutta secca, vaniglia e sentori tipici della vinificazione come una leggera crosta di pane ed una più decisa piccola pasticceria.
In bocca sembra perfettamente equilibrato tra le sue pardi più morbide ed una sapidità netta, estremamente definita.

Satèn quindi, pulito e delineato in tutti i suoi aspetti.

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Contadi Castaldi ed il progetto Cuvée Design

L’idea è semplice e giustissima al tempo stesso: fare comprendere il più possibile (spiegandolo con parole semplici) come si realizza una cuvée. E non una qualsiasi, attenzione, ma il Satèn millesimato di Contadi Castaldi, azienda che non nasconde di ambire ad essere leader per questa particolare tipologia di metodo classico.

Satèn? No, non è una parola francese,o bresciana, ma un termine nato proprio in Franciacorta che ricorda la seta, con tutte le sensazioni tattili che questo comporta.
Questi spumanti infatti hanno due caratteristiche fondamentali: sono prodotti da sole uve bianche, chardonnay o pinot bianco, e sviluppano, in bottiglia, una pressione minore rispetto ad altre tipologie. Ecco quindi il loro essere particolarmente vellutati.

Contadi Castaldi, che per inciso non è proprio una realtà piccolissima, circa 120 ettari per una milionata di bottiglie, l’ha pensata nel modo –davvero– più intuitivo possibile. Un bicchiere di Satèn, non poteva mancare, ed alcune schede descrittive del lavoro che viene svolto prima in vigna, poi in cantina con l’assemblaggio ed il successivo tiraggio.
Per esempio, sapevate che la vendemmia produce più di settanta differenti vini base? Quei vini che poi serviranno a produrre i diversi tagli che troveremo nelle loro bottiglie, dal brut al rosé. Il Satèn 2005 nello specifico deriva da ventisette differenti vini.
Le schede raccontano tre particolari elementi descrittivi del vino ed in particolare da quali peculiarità o lavorazioni derivino: morbidezza, finezza, complessità.

Al di là della grande chiarezza e semplicità è comunque evidente il tentativo di andare oltre un linguaggio poco chiaro e troppo ingessato e raccontare un vino nella sua interezza, giocando, imparando ed assaggiandolo.

Si è capito che è iniziativa che mi piace?