Emilia IGT – Ceci, Otello Nero di Lambrusco

Lambrusco Maestri | 10-15 €

C’è un’anima secca, nell’Otello nero. E’ quella della nota vegetale, più dura, quasi pungente. E’ la stessa che in bocca si trasforma in un’idea asciutta, agrappante.

E c’è un anima più dolce, forse più scura. E’ quella della schiuma, violacea e compatta, che al naso esprime quel sentore fruttato e che in bocca si trasforma in un’idea quasi abboccata. Che rimane, sul finale.

Due anime che faticano a trovare un punto d’incontro.

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VDT – Tavernello rosso

Uvaggio non dichiarato | <10 €

Io per esempio credo di avere già bevuto il Tavernello. Credo fossero i tempi dei primissimi anni dell’Università, quando quello che era nel bicchiere aveva davvero poca importanza, che c’erano cose più urgenti. Tutta la cosa del vino è decisamente successiva e va di pari passo con la necesità di proiettare se stessi verso qualcosa che ci definisca, in qualche modo. Per me almeno è stato così.
L’interesse per questo specifico prodotto però è stato un po’ risvegliato da Massimo Mantellini, uno di quelli bravi, da seguire, il quale notava, a proposito della pubblicità in radio dello stesso, come l’associazione con il dipartimento di microbiologia della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna fosse in qualche modo un po’ forzata. E che forse non è che la stessa ne uscisse così bene, dopo.
Allora sono andato al supermercato e ne ho preso un brik, sono tutti da un litro, di quello rosso. Ne volevo parlare come un vino qualsiasi.
Degustazione. Giudizio. Voto. E via così.
Solo dopo averlo versato nel bicchiere, però, mi sono reso conto di come sia difficile riuscire a scriverne rimanendo nei canoni normalmente utilizzati per raccontare un vino. Perchè è corretto, senza difetti apparenti e clamorosi. Perchè potrei anche stare qui e dire del riflesso violaceo o del profumo dal carattere un po’ vinoso. Delle sensazioni, in bocca, che in qualche modo lo rendono particolarmente scorrevole – vedi acidità, assenza di tannino, ritorno su una certa idea di frutto, con poca, pochissima persistenza.
Però il Tavernello è di più. E’ un simbolo. E’ uno dei vini più venduti al mondo, è quello che anche chi non si azzarderebbe mai ad assaggiare tiene in frigo per sfumare le cotture. E’ il Tavernello, appunto. E’ un fatto culturale, prima di essere una bevanda alcolica.
Troppo ovvio, quindi, dire che preferisco tutte le altre cose, e che non credo mi ritroverei ad acquistarlo, ancora. Ci mancherebbe, qui si cercano emozioni, non correttezze. Però non me la sento di liquidarlo così, con un voto basso e via. Non ne vale la pena. Forse sarebbe meglio che io vada di là, che mi guardi allo specchio e che mi chieda se davvero vale la pena stare qui, e scrivere di questo o di quel vino, di approcci diversi, di territori, di persone, quando il Tavernello, questo vino con la data di scadenza è, in assoluto, il vino più bevuto in Italia. Forse, semplicemente, la mia (la nostra?) prospettiva alla fine va incontro ad esigenze così diverse da questa realtà da essere in un certo modo scollegate dal quotidiano. E questa idea mi spaventa.

S.V.

VDT – Denny Bini, Grecale 45 2009


Malbo gentile | <10 €

Tutti interessanti i vini di Denny Bini, viticoltore in Coviolo, dalle parti di Reggio. Ci sarebbe da dedicare una scheda a più di uno, penso per esempio al Ponente 270, ma nel Grecale 45 mi ci sono imbattuto più di una volta e mi è sempre sembrato giusto, nella migliore accezione del termine.

Un malbo gentile figlio di una bella rifermentazione in bottiglia, con tutta quella schiuma violacea e ricca, a versarlo nel bicchiere. Profumato, regala sentori freschi, sottili, piacevolissimi. In bocca scorre veloce, ma c’è anche la struttura e un bicchiere chiama immediatamente il successivo.
Perfetto, per queste prime calde giornate d’estate.

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#Lambroosky4

Ci tenevo a scrivere questo post oggi, subito dopo (o quasi) la degustazione cui avevo dedicato quello precedente, che ancora le parole ed i pensieri sono chiari e definiti. Per dire:

a) al di là delle opinioni personali sulle singole bottiglie, e mi riferisco proprio alla degustazione in sé, è innegabile che quello che è successo oggi, vicino Castelvetro, Modena, avesse il sapore dell’evento. Che io sappia non si ha memoria di un produttore che, incuriosito dal rumore generato in rete da un gruppo di appassionati intorno ad una specifica tipologia di vino, decida di intervenire in prima persona per raccontare la sua visione e parlarne, insieme.
Anselmo Chiarli merita un applauso, di quelli lunghi, per la lungimiranza ed il coraggio. Chapeau.

b) ma c’è di più. Presenti intorno al grande tavolo su cui si alternavano i bicchieri anche Alberto Medici e Sandro Cavicchioli (cui si è aggiunto successivamente Pietro Pezzuoli). Insomma, decine di milioni di bottiglie prodotte ogni anno ed un manipolo di blogger. Non posso nascondere di esserne stato intimorito.
Avevo torto, però. Si è assaggiato molto e chiaccherato altrettanto, approfondendo varie tematiche relative al Lambrusco, sia produttive che commerciali. Tutti i produttori presenti si sono dimostrati estremamente disponibili e generalmente aperti al confronto. Non è da poco (in particolare durante un assaggio alla cieca).

c) la degustazione, a differenza della voluta confusione stilistica dei precedenti appuntamenti, si è svolta in varie fasi. Inizialmente abbiamo assaggiato tre Lambrusco Sorbara, poi due Lambruschi rifermentati in bottiglia, tre Lambrusco Grasparossa, tre Lambrusco Salamino ed infine un blend di diverse varietà.
Ancora una volta è evidente quanto sia importante seguire la strada della differenziazione, che si tratta di vini completamente diversi gli uni dagli altri. Questo va spiegato con forza, non c’è via di uscita.

d) per quel che vale, le mie personali preferenze sono andate ad uno dei due Lambruschi rifermentati in bottiglia (l’ancestrale di Paltrinieri) ed uno dei tre Grasparossa (il vigneto Enrico Cialdini di Chiarli). Perchè ho trovato vini oltre che stilisticamente belli anche affascinanti, capaci di regalare quell’accenno di profondità. Bevute intriganti ed avvolgenti.

e) “il Lambrusco è capace di aprire i mercati, in particolare in quei paesi non abituati al consumo di vino. La sua beva, il basso grado alcolico, il suo essere facilmente comprensibile lo rendono perfetto come vino entry-level“. Questa frase di uno dei produttori mi ha fatto riflettere e, forse, spiega molte delle opinioni che mi sono formato in questi mesi di assaggi. Non è un segreto che sia rimasto affascinato da alcuni Lambruschi rifermentati in bottiglia, su queste pagine ne sono passati diversi, il più rappresentativo è forse quello di Camillo Donati. Vini oggettivamente più difficili, fatti di profondità, che vanno aspettati e capiti. Ecco, io forse ho fatto il percorso inverso, e sono arrivato al Lambrusco dopo, in cerca di territori inesplorati. E allora ecco perchè, il forse è ancora d’obbligo, tendo a rimanere piuttosto freddo nei confronti di Lambruschi troppo lineari, magari caratterizzati da una beva straordinariamente facile ma che faticano ad andare oltre.

f) è innegabile che gli spunti di riflessione siano innumerevoli, ed io ne sto sicuramente dimenticando molti. La tipologia però merita tanti altri incontri e discussioni, è troppo vasta ed affascinante per essere racchusa in poche righe.

Le bottiglie assaggiate oggi. Foto di Massimo D’Alma.

Lambruschi, un’altra degustazione

Negli ultimi mesi mi sono ritrovato più di una volta (tre) a degustare in luoghi diversi, alla cieca, lambruschi di diversa estrazione e provenienza. Si trattava di momenti che univano convivialità da una parte e curiosità dall’altra. Appuntamenti nati e successivamente sviluppatisi in rete su un particolare social network, Twitter.

Dopo le prime due degustazioni avevo cercato di riassumere di cosa si trattasse in un post dal titolo “la Nouvelle Vague dei Lambruschi“. Scrivevo di tecnologie, di amicizie e di fermentazioni in bottiglia.

Tra un poche ore, ed ecco il motivo di questo particolare post, parteciperò al quarto appuntamento sul tema. La differenza, questa volta, è che lo spunto per un incontro non è nato online ma è venuto da un’azienda produttrice. Una di quelle grandi, molto grandi, Chiarli. Incuriosita dal nostro rumore ha deciso di invitarci (da loro, in cantina) e proporci una degustazione, sempre bendata, in cui inserire alcuni lambruschi scelti insieme.

L’incontro è di enorme interesse. Per la prima volta una grande realtà apre le proprie porte a chi dello scrivere di vino non ne fa una professione, ma ad appassionati che condividono le proprie esperienze sulla rete.
Poi, forse ancora più clamoroso, accetta di mettersi in gioco, inserendo uno dei propri vini in una batteria alla cieca, ed ascoltare opinioni e commenti.

Inizieremo dopo le undici. Sarà possibile seguirci su Twitter (l’hashtag è #lambroosky4) o su Intravino, sul post che troverete in home page dedicato alla degustazione.

Rock’n’roll.

Update: Questo il post live su Intravino

Sauvignon dell’Emilia IGT – Camillo Donati, Il mio Sauvignon 2007

Sauvignon | <10 €

Il Sauvignon di Camillo Donati mi piace perchè ha una bevibilità straordinaria. E certo, questo è un leitmotiv di praticamente tutti i suoi vini.

Mi piace perchè il colore ammalia, nel suo conciliare un’anima frizzante ed un colore che tende ad essere opaco.
E poi è vero che in apertura forse le sensazioni tendono ad essere un po’ chiuse, ma è questione di pochi minuti perchè esca in tipicità. Sono sentori maturi, di albicocca, di arancia amara, ma anche vegetali. E poi ci sono delle note che sembrano venire da una certa evoluzione in bottiglia, che donano profondità. Se mi spiego.
In bocca è avvolgente, morbido ma appena tannico con un accenno di astringenza, certamente piacevole. Perchè scorre, è fresco, integrato, armonico quando alla fine tornano alcune delle sensazioni agrumate.

Ecco, è un Sauvignon che mi piace perchè è un aperitivo al mare ma anche un compagno che non teme abbinamenti su una tavola invernale.

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Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC – Tenuta Pederzana 2009

Lambrusco Grasparosso | <10 €

Il Grasparossa di Pederzana ha quel qualcosa che affascina, almeno un po’. Sarà forse quel carattere, un po’ nobile, o forse semplicemente quel suo essere diretto, pulito, certamente elegante.

Il rubino è scuro, dalla spuma ricca e più chiara. Il naso ricorda piccoli frutti rossi, con una profondità che va cercata e che ricorda un terziario fatto di spezie scure.
In bocca il semisecco è protagonista nel continuo dell’assaggio, e quella leggera profondità del naso ritorna abbastanza definita, prima di una conclusione certamente pulita, appena rapida, di sicura piacevolezza.

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Emilia IGT – Cà de Noci, Sottobosco 2008

Lambrusco Montericco e Grasparossa, Sgavetta, Malbo gentile | 10-15 €

Continuando a percorrere la strada della Nouvelle Vague dei Lambruschi ci si imbatterà in un altro produttore straordinario: Cà de Noci.
Il suo Sottobosco, dal carattere fascinoso, è bello ed appagante.
Scuro, anche nella spuma, al naso unisce delicatezza e decisione. E se i sentori sono inizialmente fruttati sul rosso si lascia ricordare per le note di pompelmo, di salvia, di camomilla, di timo.
Secco e moderatamente tannico, è molto deciso, definito, lineare. Buono.

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Lambrusco di Modena IGT – Francesco Bellei, Rifermentazione Ancestrale 2008

Lambrusco di Sorbara | 10-15 €

Già quando lo guardi scendere nel bicchiere capisci che è cosa diversa, nuova.
Il colore, infatti è di quel rosa trasparente, che guarda verso tonalità più nobili, come il rubino ed il rame. E poi ha un naso che regala sensazioni felicissime. Cioè, è delicato ma certamente profondo. Piccoli frutti rossi, una nota agrumata, un non so che che quasi ricorda il metodo classico.
In bocca diventa sempre più piacevole in divenire, e mi riferisco ad una punta di sapidità che si inserisce in un gioco di freschezze.
Appena rapido, ma definito e di certo sempre godibile. Insomma, buono.

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Lambrusco Reggiano DOC – Ermete Medici, Arte e Concerto 2008

Lambrusco Salamino | <10 €

Uno dei Lambruschi più noti del circondario riflette la luce ed è bello da guardare. C’è quel rubino scuro, ma di trasparenze, che incontra una spuma viva e vivace, più violacea.
Il naso si caratterizza per note rosse, un po’ addolcite, quasi caramellate, certamente tipiche. Ciliegia, ma anche salvia.
In bocca, ed è il suo maggior pregio, è assaggio di corrispondenze. Lineare quindi, forse appena debole ma certamente godibile. Bel finale, lungo e gentile, anche se da un vino premiato di quà e di là ci si aspetta di più. Molto di più.

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