Il Sauvignon 2012 di Crocizia

L’occasione per tornare da queste parti ha a che fare con un vino che appena incrociato mi aveva da una parte stregato e dall’altra incuriosito in termini di potenziale evolutivo. Era lunedì 3 novembre, correva l’anno 2014 e tra i banchi di Vini di Vignaioli si era assaggiato il Sauvignon 2012 di Crocizia, piccola cantina che non lontano da Parma produce soprattutto vini a rifermentazione in bottiglia. Un bianco di quelli che si potrebbero definire di gran personalità: non solo per la decisa espressività varietale ma anche per una certa drittézza, caratteristica ben bilanciata da un buon corpo e un discreto allungo. Insomma: un vino frizzante di gran fattura, quasi esplosivo. Ed è proprio questa sua ultima peculiarità, declinata in varie scale di intensità (nelle bollicine prima ancora che nel bouquet aromatico), che più di ogni altra mi aveva fatto pensare che sarebbe bastato aspettare uno o due anni per ritrovarlo ancora più buono, più sfumato nella struttura e più accogliente nella beva. La bottiglia aperta ieri ha confermato questa teoria, Sauvignon ben tratteggiato, fresco e dissetante, ricco di richiami prima floreali -anche di fieno- e solo dopo vegetali. Appagante come solo i migliori sur lie sanno essere, gran dimostrazione di una tipologia che troppo spesso viene derubricata come da bere entro l’anno (anzi, è quasi sempre proprio il contrario).

A margine, sempre ieri sera a fare da sfondo alla seconda delle due semifinali dell’Europeo anche l’ottimo Brioso degli Innesti 2015 Della Staffa (nuova realtà non lontana da Perugia da tenere d’occhio) e la stupefacente Malvasia 2014 di Camillo Donati, meravigliosa sintesi tra varietà, territorio, tecnica. Ad oggi uno dei miei vini di questa finalmente calda estate.

Il Trebbiolo, rosso de La Stoppa

Pochi giorni fa in un altro post avevo accennato a una recente serie di visite a La Stoppa, appena sopra Piacenza. Non è un caso quindi che mi ritrovi qui, adesso, a sottolineare la straordinaria beva del rosso più semplice e immediato che viene prodotto nella cantina di Rivergaro. Un rosso, il Trebbiolo, che come il Dinavolino di Giulio Armani sta scandendo il ritmo di questa mia estate. Fresco, è vino che trova la sua dimensione più naturale dopo una breve sosta in frigorifero. Bonarda e barbera, taglio che più tradizionale non si può, per un sorso goloso e sfaccettato, articolato e intenso. In una parola, appagante. Un vino capace inoltre di introdurre perfettamente le belle complessità che caratterizzano un po’ tutta la produzione della cantina di Elena Pantaleoni, dalla Barbera (che meraviglia quella del 2006 ancora in vendita) fino alla Macchiona o all’Ageno, il bianco. A meno di 10 euro in zona è impossibile bere di meglio.

Tutti i Massimiliano Croci del mondo

È che più o meno all’ultimo momento mi sono trovato con la serata libera. Venerdì pomeriggio, alle sei o giù di lì. Rimanere a Milano o cosa? L’idea di salire in macchina, prendere la direzione di casa e fermarmi lungo la strada è stata pressoché immediata. E poi era davvero troppo tempo che non tornavo in cantina da Massimiliano Croci. La prima (e fino all’altro giorno, unica) fu visita un po’ rubata, di passaggio tra un impegno e l’altro. Giusto il tempo per una veloce chiacchierata e qualche acquisto.

Tra l’altro Castell’Arquato è un borgo davvero bello. Così nostalgico, così elegante. È lì che Massimiliano ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia ormai quasi quindici anni fa. Oh, stiamo parlando di un ragazzo allora poco più che ventenne, capace di un coraggio che invidio e stimo al tempo stesso. Avete presente? Lì intorno pensare nel 2002 o nel 2003 di continuare a produrre quelli che solo oggi sono considerati come i vini della tradizione era una cosa da pazzi scatenati. Stiamo parlando di un periodo storico che ha visto praticamente dall’oggi al domani rifiutare non solo una tipologia ma il significato stesso, inteso in senso culturale, dei vini a rifermentazione in bottiglia. Invece no, per Massimiliano allora era impossibile pensare di passare come avevano già fatto tutti i suoi vicini all’autoclave e a quei vini tutti uguali tra di loro. Scelta difficile, difficilissima. Per lui, per tutta la sua famiglia.

Una scelta che oggi Massimiliano rivendica come l’unica possibile, l’alternativa è infatti oggi rappresentata da una continua rincorsa verso il prezzo più basso per una tipologia, quella dei Colli Piacentini, che non brilla certo per qualità media. C’è il Monterosso, forse il suo vino che preferisco, il più tipico dei vini bianchi di Castell’Arquato. Un blend che vede protagoniste trebbiano e malvasia. Un vino secco e gustoso, dritto e dissetante. Uno di quelli che richiamano immediatamente quelle atmosfere un po’ estive, aperitivi giusti quando il sole è ancora alto. C’è il “Lubigo”, un bianco leggermente macerato sulle bucce e prodotto da sole uve di ortrugo che spicca per ruvidità e per profondità. Uno di quelli che richiamano sempre il sorso successivo, tra una fetta di salame ed un pezzo di formaggio. Infine c’è il Gutturnio, classico blend di barbera e di bonarda. Un vino rosso lungo e trascinante, brioso e saporito. Perfetto collegamento tra i Lambrusco delle provincie di Modena, Reggio Emilia e Parma e le Barbera che si cominciano a trovare pochi chilometri più in là, in Lombardia.

Un produttore, Massimiliano Croci, che spicca per continuità e per costanza. I suoi sono infatti tra i più affidabili vini a rifermentazione in bottiglia che io conosca, sempre lineari e limpidi nella loro consapevolezza. Vini solidi, verrebbe da dire. Invece no, non in questo senso almeno: è proprio una certa, lontana fragilità a renderli così romanticamente affascinanti.

Trasparenza per un mondo migliore: venerdì sera sono stato ospite di Massimiliano e di sua sorella nel Bed&Breakfast che hanno appena finito di ristrutturare alle porte di Castell’Arquato. Un luogo semplice e delizioso (ancora grazie).

Barbera dell’Emilia IGT Camillo Donati 2006

Barbera | <10 €

Ho dovuto ricontrollare, davvero non mi ricordavo se ne avessi mai scritto. E no, in effetti. Eppure il nome di Camillo Donati è comparso su queste pagine più di una volta, sempre però legato al suo lambrusco (e sauvignon) o comunque a quella che alcuni avevano timidamente definito come la nouvelle vague della tipologia.

Ho dovuto ricontrollare dicevo. Perchè è da tempo che sostengo che uno dei migliori vini che escono dalla cantina di Arola, la provincia è quella di Parma, sia la sua barbera. Una bottiglia che chiude un cerchio, che ridefinisce ai miei occhi questo vitigno così diverso in base a luogo, terreno, viticoltore. Una barbera sempre di grande espressività, leggera da bere e profonda nel rivelarsi. Un vino adorabile in tutto e per tutto.

Ecco, tutta questa introduzione per dire che l’altra sera ero a cena da Simone Padoan alla pizzeria I Tigli e in carta ho visto la barbera di Camillo Donati. Miracolo, del 2006. E certo, potrei stare qui a scrivere di quanto quella sua anima frizzante fosse solo appena sopita, di come i suoi profumi siano diventati più viscerali, più passiti, più profondi e di quanto in bocca fosse una continua sorpresa, un bicchiere chiamava immediatamente il successivo. Invece no, mi limiterò a scrivere che quella non era l’ultima bottiglia. E che è in carta a dodici euro.

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VDT Cà de Noci, Notte di luna 2007

Moscato giallo 50%, Spergola 30%, Malvasia aromatica 20% | 15 €

Mentre bevevo il Notte di luna pensavo a Giovanni Masini, anima e cuore di Cà de Noci, e di quanto si ritrovino nel vino tanti dei caratteri che rimandano a lui. Come persona dico. Un bicchiere severo e al tempo stesso dolce, schivo solo all’apparenza. Fiero.

Questo, nello specifico, è un bianco figlio di una macerazione sulle bucce di cinque giorni, dal bellissimo colore: oro antico. Al naso non si rivela immediatamente ma vuole tempo per raccontare le sue diverse sfaccettature. Un naso certamente maturo, mai stanco, austero nell’esprimere sentori che ricordano la frutta gialla, agrumi e canditi, una speziatura più lontana. Un’aromaticità di grande spessore e fascino.
In bocca è potente, dritto, secco, attraversato da una venatura più acida di grande spessore. Oltre tredici gradi, e si sente. Poi si allarga svelando le sue parti più morbide e raccontando di un assaggio particolarmente compiuto.

Ah, l’Emilia.

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Lambrusco Mantovano DOC Corte Pagliare Verdieri 2009

Lambrusco Viadanese – Sabbionetano | 5 €

Un piccolo miracolo, direttamente dalla pianura (quella vera) tra Mantova e Parma. Un lambrusco di grande beva e al tempo stesso di bella profondità. Il meglio al naso: da una parte una sorta di fragrante freschezza, quella data da quei sentori che riportano ad una certa florealità, ad un frutto rosso e fresco. Dall’altra un’intensità più viscerale, che riporta a profumi apparentemente più difficili. Un tutt’uno particolarmente intrigante.
In bocca il bicchiere richiama immediatamente il successivo, c’è un momento conduttore che attraversa tutto l’assaggio appena amarognolo, anche sul finale.

Gustoso e buono, con un prezzo che commuove.

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Emilia Bianco IGT Vittorio Graziano, Tarbianaaz 2009

Trebbiano | 10 €

Era settembre 2008 e non conoscevo Vittorio Graziano. Mauro mi consigliava il suo lambrusco ed io, felicemente ignorante ed in balia degli eventi, scrivevo del suo Tarbianaaz. Sono passati due anni ed il suo Lambrusco l’ho bevuto, eccome, il suo e quello di tanti altri. In questo periodo ho anche un po’ esplorato quell’Emilia fatta di “lambrusco e pop corn” e mi sono lasciato trasportare tanto dai vini quanto dai loro produttori. Ho scoperto un mondo intero, ed oggi non ne posso più fare a meno.
Ho scoperto per esempio che il Tarbianaaz, questo splendido vino bianco macerato con le sue bucce, si fa ancora con il cappello in gesso, a chiudere le vinacce appena riemerse, e che poi si apre solo con l’anno nuovo, qui si è sempre fatto così. E che poi nel bicchiere è una sorpresa continua, con tutti quei rimandi ad un mondo fatto di albiccocca, di terra e di canditi, senza mai stancare. Una bocca secca, piacevolissima ed avvolgente è il passo successivo per un vino che non ci si stancherebbe mai di tenere sotto mano. C’è quasi una trama che ricorda un vino rosso, ma leggero. C’è quel calore che non è mai troppo, accompagnato da una punta più profonda, quasi minerale. Ed una chiusura di grande personalità.
Ecco, quello che voglio dire è che la gioia della conoscenza è senza tempo, ci sarà sempre qualcosa da approfondire ed il Tarbianaaz è un vino che urla di felicità.

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VSQ – Ermete Medici, Unique Rosé Brut 2008

Lambrusco Marani | Sboccatura: 2010 | 10 €

Eh, bel colore. Quel rosato appena un po’ stanco, lontanamente antico, di quelli che ammaliano. E poi bollicine, tante e vigorose. Il naso affascina, che forse all’inizio appare monocorde, ma in realtà dietro sa essere al tempo stesso sfaccettato e sottile. Gentile, profumato. In bocca c’è equilibrio, si avverte subito la realizzazione di un’idea. E poi non è fragile, anzi. C’è una vena di freschezza che porta subito al bicchiere successivo. Una punta di sapidità che sul finale si trasforma in una sensazione più calda, ad avvolgere il palato. Insomma, buono.

Ecco, questo tutto quello che ho pensato di quello che avevo nel bicchiere. E, davvero, non riuscivo a carpire quale potesse esserne la provenienza che, come ultimamente capita spesso con alcuni amici, la bottiglia era coperta. Champagne? No. Franciacorta? Uhm. Oltrepò? Forse.
Reggio Emilia. Lambrusco. Ermete Medici & Figli. Poi uno dice i pregiudizi.

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Bosco Eliceo Fortana DOC – Mariotti, Duna della Puia 2008

Fortana | <10 €

Già la denominazione informale, vini delle sabbie, dovrebbe farci alzare un sopracciglio ed attirare la nostra attenzione. La provincia è quella di Ferrara, l’azienda si chiama Mariotti e le viti sono praticamente al mare. Per cominciare.

Il Duna della Puia poi è profumatissimo, gentile, apparentemente delicato. Ci sono tutte quelle idee relative ad un perchè di frutta rossa, fresca, molto didascalica. C’è succo, in particolare al centro dell’assaggio, e pulizia. Si caratterizza per essere vino leggero, estremamente bevibile, nella migliore accezione possibile del termine. E godibile, ecco.

E ci sarebbe da aprire una lunga parentesi a proposito della passione che Mirco Mariotti trasmette, ogni volta che lo si incontra. Io, dopo aver alzato un sopracciglio, mi sono trovato a fare anche un gran sorriso. Che questo Fortana è stata una delle scoperte più piacevoli di questa calda estate.

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Lambrusco Reggiano DOC – Le Barbaterre 2008

Lambrusco Grasparossa | <10 €

Le Barbaterre, Vini come Bio comanda, si legge in grassetto sia sul sito che sulla brochure cartacea. Così, giusto per chiarire, da subito, come stanno le cose. Ed i vini di Quattro Castella, la provincia è quella di Reggio Emilia, non tradiscono le attese, mai. Anzi, spesso riescono ad accompagnarti lungo un percorso inaspettato ed affascinante, pur rimanendo fedelmente ancorati alla terra da cui provengono.

Il Lambrusco, assaggio in divenire, ti ricorda subito che il mondo è quelle delle rifermentazioni in bottiglia, difficili ed affascinanti. Scuro, scurissimo, regala un naso concentrato ed a suo modo introverso. Rabarbaro, anche. In bocca ti aspetteresti un sorso dirompente per forza e struttura. Ed invece, invece c’è scorrevolezza e pulizia. Ritorna un po’ sul frutto, in particolare verso sensazioni più gentili, come se l’uva volesse dire la sua, alla fine.
Assaggio in divenire, dicevo. Sicuramente crescerà.

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