Il Fiano di Avellino 2004 di Ciro Picariello

Quando alle spalle di un grande vino c’è una certa dose di inconsapevolezza e di pazzia il tutto assume un’aria particolarmente leggera, come se (quel vino) riuscisse rompere certi schemi, a farsi guardare con una luce tutta particolare e, in certi casi, a brillare di luce propria.

La vendemmia del 2004 è la prima che, anche se solo in parte, Ciro Picariello vinifica in casa con l’intento di affacciarsi sul mercato. Prima di allora infatti la quasi totalità della sua raccolta veniva acquistata da Feudi di San Gregorio. E se in famiglia c’era comunque una certa esperienza nella produzione di piccole quantità di vino è anche vero che si trattava di un passo importante, in particolare ripensando al ritornello che in molti devono avergli detto durante gli anni, che “a Summonte vengono bene solo le castagne“. Ovviamente non è così, lo ha ampiamente dimostrato di vendemmia in vendemmia.

Oggi, otto anni dopo, non so dire da che parte venga la luce che c’è dentro a quel vino. Quel che è certo che si tratta di una luminosità dai tratti straordinariamente fini ed eleganti. Che non acceca ma che anzi -a guardarla da vicino- è bellissima.

BianchIrpinia e una piccola retrospettiva sul 2002

Per scaldare i motori – tra domani mattina e sabato sono previste un paio di sessioni monster dedicate all’annata 2011 rispettivamente di Greco di Tufo e di Fiano di Avellino – oggi pomeriggio nei calici sono finiti sei vini targati 2002. Una piccola retrospettiva, dieci anni dopo, dedicata al solo fiano. Nelle intenzioni sarebbero dovuti essere di più ma non tutti i produttori hanno disponibilità di bottiglie così datate, cosa che tra l’altro ci ricorda quanto tutta questa sia per certi versi zona giovane, almeno per quello che riguarda la consapevolezza relativa alla grande evoluzione di questi vini.

Su tutti è emerso, di distacco, uno straordinario Pietracupa. Un Fiano di Avellino 2002 meravigliosamente fresco, leggiadro nell’esprimere una certa florealità e note che ricordano gli idrocarburi appena accennate, mai invasive. Ad assaggiarlo è bello lasciarsi cullare grazie ad una freschezza spiazzante, un grande equilibrio e un’acidità dritta, dai tratti invernali. Finisce piano piano, lungo ed altrettanto delicato con un leggero ritorno su note di frutta a polpa gialla. Ed è subito meraviglia.

Leggermente più carico ma comunque molto elegante anche il “Vigna della Congregazione”, sempre 2002, di Villa Diamante. Deciso, importante e in generale caratterizzato da una bella volumetria, riesce ad essere anche molto fine, sfaccettato, mai prevedibile. Alla faccia dell’annata minore.

Gli altri vini in assaggio erano quelli di Villa Raiano, Mastroberardino nella versione “Vintage”, Cantina del Barone, Terredora con il “Campore”.

Back to Irpinia

In questi minuti sto preparando la solita sacca da viaggio prima di mettermi in macchina in direzione di Avellino. Da stasera e per un paio di giorni sarò infatti ad Aiello del Sabato per BianchIrpinia, manifestazione dedicata al Fiano di Avellino e al Greco di Tufo. Inutile dire che sono contentissimo di tornare là dove ero passato solo pochi mesi fa (il diciannovesimo e il ventesimo giorno di “a sud di nessun nord”, ricordate?) e di rituffarmi con decisione in alcuni dei più grandi vini bianchi italiani.

Compatibilmente con la presenza di una connessione, ma non dovrebbe essere un problema, aspettatevi aggiornamenti.

Campi Flegrei Piedirosso DOC La Sibilla 2010

C’è un abbinamento che ho sempre faticato a centrare, è quello con una grande pizza margherita. Ero partito con i bianchi ma l’intensità della salsa di pomodoro non riusciva a trovare in bocca quel sollievo necessario per renderla più armonica. Rosso quindi, con la consapevolezza che certo, ci sono diversi vini si sposano particolarmente bene (magari un sangiovese, forse una barbera), senza però riuscire a trovare un collegamento di carattere territoriale. Da oggi il problema è risolto: il piedirosso de La Sibilla funziona straordinariamente bene. È rosso di gran beva con un’anima galoppante, giovane e pungente. Ha un naso selvatico, definito, appena crudo da ci emergono note di rosa rossa, ferro, cenere, spezie ed una vinosità di grandissima piacevolezza. Bella acidità per un sorso che fa della sua semplicità la sua bellezza prima di un finale caldo e mediterraneo.

Ho detto pizza margherita? Si, ma mica per forza. Bellissima scoperta, in particolare d’estate.

Giorno ventidue: l’Aglianico del Taburno

Stasera la locale condotta Slow Food organizzava una cena/degustazione dedicata all’aglianico nelle sue tre diverse declinazioni. Un assaggio dal carattere informale e alla cieca di una ventina di etichette provenienti tanto dal Taburno quanto da Taurasi e dal Vulture. Ovviamente non mi sono fatto un’idea precisa sui diversi territori e anzi, a dire la verità le idee di questi giorni sono state smentite da ciò che ho trovato nel bicchiere. Taburno come Taurasi (e Vulture) quindi? L’impressione è che al netto di vinificazioni eccessivamente spericolate in un senso o nell’altro si, il territorio del Taburno abbia da dire assolutamente qualcosa sull’aglianico, in particolare quando vinificato tradizionalmente e (sopratutto) aspettato.

Prima della cena avevo trascorso la giornata qui in zona, visitando alcune delle cantine più rappresentative. Fontanavecchia è una di quelle storiche, una di quelle che da subito hanno puntato sull’idea di un Aglianico del Taburno di qualità. Dalla sede si gode di una bellissima vista sui vigneti circostanti e tutta la produzione è incentrata sull’aglianico: spumantizzato con metodo classico, vinificato in rosato e (ovviamente) in rosso. Il Grave mora 2006 è un bicchiere importante, di grande struttura e di buona beva. Acidità e tannini sono dosati senza mai eccedere prima di un finale suadente.

A Torre del Pagus a farmi da Cicerone è stato Maurizio De Simone, enologo di grandissima esperienza. Uno di quelli che possono permettersi di essere all’apparenza meno tecnici e più emotivi proprio grazie alle tante vendemmie affrontate. I suoi vini, qui a Torrecuso, sono molto espressivi e dinamici, tutti caratterizzati da una bella acidità e da un’invidiabile bevibilità. Il Rosato 2010 è lungo e affascinante mentre l’Aglianico del Taburno Riserva 2007 nonostante una certa siccità dell’annata sa essere gustoso ed elegante al tempo stesso. Un vino bellissimo, ricco e di grande pulizia. Da lasciare in cantina ed aspettare l’Impeto 2007, un aglianico di gran carattere, concentrato e profondo, dal tannino scapitante.

Fattoria La Rivolta è il sogno divenuto realtà di Paolo Cotroneo, farmacista di Napoli. È cantina bellissima, perfettamente integrata nell’ambiente che la circonda ed i cui vigneti più vicini godono di un’esposizione invidiabile. Impossibile, all’assaggio, non nominare tutta la linea dei vini bianchi. La coda di volpe, il greco, il fiano e la falanghina sono tutti estremamente didascalici, tipici, di grandissima beva senza rinunciare ad un’architettura fatta di acidità e salinità. Vini bianchi luminosi, da non mancare. Il Rosato 2010 è profondo e succoso, più degli altri incontrati qui, e l’Aglianico del Taburno 2008 è ricco, rotondo e molto piacevole.

Ultima tappa Torre a Oriente, bel progetto di Patrizia Iannella. Da sempre conferitori di Feudi di San Gregorio è solo a partire dal 2006, dopo alcune prove l’anno precedente, che inizia il progetto di vinificazione e vendita. Lei è fantastica mentre parla delle vigne, la sua è formazione agronomica e, solo dopo e per forza di cose, enologica. Qui poi la falanghina è una cosa seria: la 2010 è fresca e floreale, ha una bella acidità ed una mineralità afascinante. Ad assaggiare poi un’annata meno recente ecco scoprire un’altra falanghina, la Biancuzita 2008: un bicchiere oggi sussurrato, teso e di grande eleganza. Il suo Aglianico del Taburno, U’Barone 2008, è ricco e potente, morbido e rotondo.

Nel frattempo è quasi mezzanotte e fuori dalla finestra i fuochi artificiali della locale festa padronale illuminano il cielo di colori. Bel finale, domani si torna a casa.

Giorno ventuno: ancora in Campania

Che bello. Questa sera mi sono imbattuto un po’ per caso in un piccolo e delizioso locale a Foglianise, la provincia è quella di Benevento, si chiama Il Vinocolo ed ha una bellissima selezione di vini provenienti un po’ da tutta Italia. Vini spiccatamente artigianali e un po’ di birre (c’era anche una Cantillon, non ho potuto fare a meno: l’ho bevuta con rara avidità).

Tra l’altro qui – almeno questa sera – sembra di essere tornati indietro nel tempo di qualche mese: freddo e pioggia. Davvero, non sono più abituato a queste condizioni atmosferiche (ma provo a non pensarci). Vi ricordate che poco prima di partire scrivevo di quanto fossi rimasto piacevolmente colpito dai tanti consigli ricevuti in rete a proposito di questo viaggio? Dritte accettate spesso con piacere, in particolare quando provenivano da cantine che, avendo letto qua e là della cosa, mi avevano proposto di passare a trovarle. Invito sempre accettato con grande piacere. Qui nel Sannio invece le cose sono andate diversamente. Per una serie di strani incroci sono stato messo in contatto con la responsabile della comunicazione dell’Associazione Produttori Aglianico del Taburno la quale, abbracciando lo spirito un po’ avventuriero del viaggio, mi ha proposto di passare anche in questa zona per scoprirne le peculiarità visitando alcune delle cantine associate.

Eccomi quindi qui, a scrivere queste righe dall’albergo in cui sono ospite. È strano, un po’ per un’ospitalità per certi versi inaspettata, un po’ perchè ho avuto la sensazione di entrare in contatto con un’associazione particolarmente dinamica ed attiva, esattamente l’opposto di quanto avvertito in queste ultime tre settimane. Dal Molise alla Basilicata, dalla Puglia alla Calabria, parlando con i tanti produttori mi è sembrato che avvertissero i rispettivi consorzi (quando presenti) come delle entità completamente scollegate dai rispettivi territori. Realtà esistenti sulla carta ma immobili nella comunicazione. Unica eccezione, Vittoria. Arianna Occhipinti una decina di giorni fa mi aveva portato a visitare la bellissima sede del Consorzio all’interno di un ex carcere e lì, parlandone, ho avuto la sensazione di una grande voglia di fare (anche sistema). Certo, forse per il Cerasuolo di Vittoria è cosa più facile visto l’esiguo numero di produttori attivi, ma comunque non è poco, anzi.

Nel frattempo oggi ho fatto una piccola deviazione per passare a trovare a Castelvenere Nicola Venditti, dell’omonima Antica Masseria, vero e proprio pioniere del biologico nel mondo del vino italiano. È stato bello passeggiare con lui all’interno del “vigneto didattico”, un piccolo appezzamento in cui sono piantate tutte le varietà storiche della zona, anche quelle oggi scomparse o quasi. Ecco quindi scoprire la barbetta, vitigno a quanto pare autoctono che in zona è sempre stata scambiata per barbera tanto da essere definita come tale nei disciplinari di produzione (la faccenda però non mi è chiara, altri produttori sembrano utilizzare quella di origine piemontese e qui è abbastanza diffusa). Nei suoi vini – tutti vinificati e maturati in solo acciaio – si avverte una certa precisione tecnica e al tempo stesso sono vini gustosi e lunghi, scattanti e tipici, tutti estremamente rispettosi dei varietali, dalla falanghina all’aglianico passando (appunto) dalla barbetta. È stata deviazione piacevolissima.

Domani come detto sarà il giorno dell’aglianico, quello del Taburno. Presto aggiornamenti.

Giorno venti: Su e giù per l’Irpinia

Da Mastroberardino a Cantina Giardino passando per Villa Diamante in meno di otto ore. Si può fare.

La prima era tappa importante, ci tenevo a passare per dare un’occhiata alla cantina più importante e storica di tutto il territorio. La sede è nel centro abitato di Atripalda ed è struttura che nel corso degli anni (nel corso di oltre cent’anni) si è allargata ed in cui oggi vengono lavorate tutte le uve provenienti dagli oltre duecento ettari dell’azienda. A costo di sembrare banale la cosa che più mi ha stupito, qui, è il fatto che tutta l’Irpinia ha resistito all’invasione dei tanti vitigni internazionali a cui abbiamo invece assistito in altre regioni italiane negli ultimi vent’anni. Il motivo probabilmente è semplice: non ce n’era bisogno, tra coda di volpe, fiano, greco ed aglianico c’era già tutto.
Oggi Mastroberardino ha una linea di prodotti piuttosto articolata, impossibile assaggiare tutte le etichette in un’unica (veloce) sessione. A riguardare gli appunti scritti fitti fitti sul taccuino riporto solo che tra i bianchi mi è piaciuta la linea “Vintage”, due etichette che nascono con l’idea di proporre vini bianchi dopo una lunga maturazione in vasca ed un lungo affinamento in bottiglia. Il Fiano di Avellino 2006 è teso e minerale con chiari sentori che tendono al cherosene mentre il Greco di Tufo 2007 è ampio e dalla bocca volumetrica, particolarmente lunga ed articolata. Il Taurasi Radici 2005 è pieno e ricco, fresco e dal tannino tanto scalpitante quanto fine. Un vino che lascia intravedere lunga vita (come il Radici 1999 e in misura minore il 1998, tutto giocato su un frutto maturo e note terziarie e profonde).

Un po’ più in là, sotto il comune di Montefredane, c’è la cantina di Antoine Gaita. Villa Diamante è stata tappa fondamentale per provare a capire un po’ di più il fiano. “Vedi, nello chardonnay o nel sauvignon ci sono alcune note precise, che li caratterizzano in modo inequivocabile. Nel fiano invece c’è tutto, è vitigno polifonico e che in base all’annata e all’andamento stagionale racconta note più fresche e vegetali o note più calde e fruttate. È un vitigno totale.” Il suo Vigna della congregazione è Fiano di Avellino che rimane sulle fecce molto più a lungo della media, quasi sempre fino all’inizio dell’estate e che di volta in volta sa regalare sentori più fruttati o più affumicati. O più freschi e minerali o più sapidi. Con un unico filo conduttore: l’eleganza.

Il progetto enoculturale di Antonio Di Gruttola è chiaro ed è volto a preservare alcune delle più vecchie vigne irpine. Nel 2003, dopo aver lavorato per anni in una grande cantina, ha infatti iniziato a collaborare con alcuni agricoltori della zona per una gestione più naturale possibile dei vigneti, per poi comprare le uve che avrebbero definito le prime bottiglie di Cantina Giardino: “era bruttissimo vedere uve di tale qualità andare a finire insieme a tutte le altre“. La sua è quindi una vera e propria rete di conferitori che vengono affiancati e nel caso sostenuti economicamente durante tutto l’anno. Questa bella storia continua ancora oggi, nel frattempo Antonio e la moglie Daniela hanno acquistato alcuni ettari ma al tempo stesso continuano a seguire i vigneti da cui sono partiti, sempre attenti alla possibilità di inglobarne di nuovi.

È ad Ariano Irpino poi, nella piccola cantina che guarda una parte del paese, che nascono vini di rara profondità ed espressività, tanto da uve di aglianico quanto da uve di greco, di fiano e di coda di volpe. È qui che Antonio continua le sue prove, sempre in contenitori capaci di far vivere il vino tanto da definire l’acciaio “un materiale odioso, che immobilizza il vino e che non gli permette di evolvere“. Tanto legno quindi, castagno, acacia e rovere, e da un paio di vendemmie anche la terracotta con le anfore. “Pensa quanto è affascinante questa cosa, un vino che fermenta nella stessa terra in cui è nato“. Qualche dubbio? Il Sophia e il Clown Oenologue sono vini polposi e materici, potenti, sapidi e sempre caratterizzati da una bella acidità. Vini che ti fanno tornare sul bicchiere ancora ed ancora (bhè, come tutti gli altri del resto).

Giorno diciannove: Ciro Picariello e Raffaele Troisi

Bum. Il freddo mi ha riportato alla realtà con una velocità disarmante. Più andavo a nord, verso Salerno, più la temperatura scendeva, la pioggia aumentava, io basivo. Poi certo, c’è voluto poco per recuperare un po’ del calore perduto durante il viaggio. Sono bastati un po’ di assaggi con Ciro Picariello e con Raffaele Troisi. Un uno/due di grande intensità grazie al loro essere tra i più pasionari interpreti delle uve a bacca bianca dell’Irpinia.

Da Ciro la parola d’ordine è Fiano di Avellino. Il 2010, appena messo in bottiglia, è già riconoscibilissimo: ci sono note leggeremente affumicate che aprono ad un bel frutto che con il passare dei secondi vira verso l’agrume. Articolato e godibilissimo, tanto oggi quanto tra un numero indefinito di anni. È stato buffo poi parlare con lui non tanto di questa versione più classica (ormai vera e propria sicurezza) quanto di un esperimento che sta portando avanti con la spumantizzazione. L’idea è – vedremo – quella di commercializzarlo senza la sboccatura, in una confezione che permetta alla bottiglia di stare “a testa in giù” in modo che ognuno sia libero di liberare il residuo magari in una bacinella d’acqua, a casa. True Movia style, e ho detto tutto.

Raffaele poi è il solito vulcano. E se parlare benissimo dei suoi Aiaperti e Tornante, rispettivamente le selezioni di fiano e di greco, può sembrare ovvio, meno è stato ai miei occhi imbattermi in un campione di coda di volpe 2011 di grande freschezza e mineralità, profondo e drittissimo. Un assaggio che probabilmente andrà a comporre la terza (ed ultima) selezione di Vadiaperti. Raffaele, questa davvero non me l’aspettavo anche se certo, so benissimo che lì a Montefredane riesci a tirare fuori l’anima più verticale di questi vitigni senza mai perdere in finezza, in precisione stilistica. E comunque, proprio quando credevo di aver capito qualche cosa sul Fiano di Avellino e sul Greco di Tufo, sulle loro caratteristiche e sulle loro differenze, ecco che compare sul tavolo una bottiglia coperta. Un vino chiaramente figlio di una vendemmia poco recente, un vino strabiliante per complessità, luminosità, beva, struttura, integrità. In generale, eleganza. Giuro, non avrei mai pensato che un Greco di Tufo del 1992 potesse essere così totale, oggi. In termini assoluti forse il vino del viaggio, di certo quello più inaspettato.

Il Grecomusc’, sole e terra

Riprendo direttamente dalla Guida ai vitigni d’Italia di Slow Food: “Greco Muscio, Rovello bianco e Roviello sono alcuni dei termini con i quali veniva identificata questa varietà a bacca bianca recentemente riscoperta e vinificata in purezza dalla cantina Contrade di Taurasi di Sandro Lonardo (..) è diffuso in maniera molto limitata: si possono trovare pochi isolati filari o più spesso singoli ceppi sparsi all’interno di vigneti molto vecchi, quasi sempre allevati su piede franco.

L’anno scorso era stato il 2007 a conquistarmi, tanto da fare una deviazione direttamente in cantina per prenderne qualche bottiglia e scriverne subito dopo su Intravino. Quest’anno, la settimana scorsa, l’approfondimento era in seno a Vini nel Mondo, a Spoleto. Quattro annate per fare il punto, per scoprire ancora più a fondo questo meraviglioso vino bianco campano. Tra sole e terra, mineralità e luminosità, il Grecomusc’ è sempre composto, sempre in equilibrio senza perdere la tensione che lo contraddistingue. A tratti viscerale, non esprime mai un frutto sfacciato. E’ sottile, si distende lungo un ampiezza che può andare dal limone al miele, dal bergamotto al cumino. E poi ferro, gesso, a tratti zolfo. Un acidità veemente ed una freschezza pungente accompagnano un assaggio capace di rincorrersi, mai stanco, mai domo.

A voler scegliere il 2008 appare oggi in una forma smagliante, capace di regalare un’intensità mediterranea a tratti sorprendente. E poi il 2006, più delicato, capace di avvolgere e convincere. Ma è sempre un vino splendido, tra i migliori rapporti tra spesa e soddisfazione che io conosca.