Don Michele, il magliocco di Antonietta Tibaldi

Per una fortunata serie di coincidenze qualche tempo fa ho ricevuto una bottiglia di una tipologia che non conosco così bene ma che al tempo stesso, quando l’ho trovata nel bicchiere, mi ha sempre colpito positivamente. Mi riferisco al magliocco, vitigno calabrese praticamente inesistente al di fuori dei confini regionali e solo raramente vinificato in purezza.

La bottiglia è di una piccola azienda agricola del cosentino che solo a partire dalla vendemmia del 2011 ha iniziato un’altrettanto piccola produzione di vino, questo. Il “Don Michele”, il cui nome ricorda il padre dell’attuale titolare, è infatti l’unico vino prodotto, poche migliaia di bottiglie di magliocco in purezza che raccontano questa bella storia, da seguire con attenzione. Il vino nel bicchiere, assaggiato a strettissimo giro, è scuro e fitto prima di un profilo olfattivo che inizia con sensazioni di sottobosco che con il tempo si aprono per lasciare spazio a profumi giocati sul frutto, con richiami di prugna, e su una leggera nota vegetale, che ricorda l’autunno. In bocca poi è bello materico, tanto polposo quanto incisivo grazie ad una trama tannica setosa e mai aggressiva. Sul finire si allarga un po’, prima di lasciare spazio ad un finale di buona persistenza, con rimandi vagamente amarognoli.

Insomma, un assaggio particolarmente appagante che pensando alla zona di produzione va ad aggiungersi a quella bella realtà che è L’Acino, cantina che da queste parti ha fatto scoprire una provincia, quella di Cosenza, e vini ricchi di personalità. Come il “Don Michele”, appunto.

Giorno diciotto: L’Acino, magliocco e mantonico

Comunque è stato solo oggi, dopo essere sceso dal traghetto a Villa San Giovanni, che mi sono reso conto che stavo davvero tornando verso casa. La Sicilia (a proposito: quante cose da approfondire, quanti posti dove tornare) mi aveva proiettato in una dimensione diversa e ovviamente lontana: ero altrove.

Nel frattempo a L’Acino continua un bellissimo percorso di valorizzazione dedicato a due antichi vitigni calabresi: il magliocco ed il mantonico. La zona è quella di San Marco Argentano, una ventina di chilometri a nord di Cosenza. “Siamo originari di queste zone, è stato naturale pensare di investire qui, nel nostro territorio“. Terre rosse, ricche di argilla e di minerali e sui quali L’Acino ha piantato solamente queste due varietà, oggi danno alla luce quattro vini, divisi in due ipotetiche linee.

Il Chora bianco ed il Chora rosso sono vini che nascono per essere consumati nel breve periodo e che hanno il pregio di avere una beva straordinaria. Sempre così freschi e caratterizzati da una buona acidità. Il Mantonicoz ed il Toccomagliocco sono invece più ambiziosi per struttura e profondità. Il primo -il bianco- è delicato al naso ma grintoso in bocca. Il secondo -il rosso- gioca su toni fruttati mai scontati ed in bocca stupisce per la trama tannica così fine, così integrata con tutti gli altri elementi e con la componente alcolica in particolare. Ecco, il bello di questi ultimi due vini è proprio questo loro non mostrarsi per ciò che non sono, per avere un’espressività sincera in cui la mano non è assolutamente percettibile, quasi ad accompagnare un naturale percorso, una naturale maturazione ed evoluzione. I ragazzi de L’Acino tra mille difficoltà stanno portando avanti un lavoro straordinario, un lavoro basato sulla valorizzazione di un territorio sconosciuto ai più ma che, davvero, merita attenzione.

Ma adesso spengo, sto scrivendo questo post da un’area di servizio lungo la A3, in direzione nord. Prendo un caffè e riparto. Verso casa, appunto.

Giorno otto: a zonzo per Cirò

La porta di ingresso naturale per il territorio di Cirò è, da qualsiasi parte si arrivi, Cirò Marina ed ecco, bhè, diciamo che è paese che non brilla certo per le sue bellezze architettoniche. La sorpresa però, quella che provoca stupore, arriva appena si comincia ad esplorare l’entroterra e i panorami cominciano a diventare collina e poi montagna. Valli bellissime che guardano il mare, tanto ampie quanto selvagge. Vigneti un po’ ovunque che scandiscono un panorama comunque sempre vario, scosceso ma mai aggressivo.

Qui il produttore più famoso è senza dubbio Librandi, uno di quelli grossi (sia come numero di ettari di proprietà, oltre duecento, che come numero di bottiglie prodotte) il cui nome è una discreta sicurezza. Vini, a partire dal Duca San Felice in giù, caratterizzati dallo straordinario rapporto tra qualità e prezzo che hanno il pregio di non snaturare la denominazione che li vede nascere. I Cirò sono Cirò e non ci sono aggiunte – come previsto dal disciplinare – di altri vitigni, con particolare riferimento agli internazionali. Solo gaglioppo (anche se il Gravello 2009, un IGT con una buona percentuale di cabernet sauvignon, non lascia certo indifferenti per stoffa).

Ma non c’è solo Librandi, anzi. L’impressione è che il territorio stia vivendo una seconda giovinezza grazie ad un piccolo gruppo di giovani vignaioli che portano alta la bandiera del Cirò Classico. Con Francesco De Franco stanno crescendo in tanti, persone che sembrano avere un’idea chiara di vino e di territorio. Credo si possa dire che la vendemmia 2010 sia stata in un certo senso quella della svolta. Negli ultimi anni infatti molti proprietari di vigneti – chi conferitore, chi garagista – hanno deciso di fare il grande salto e cominciare ad imbottigliare con una propria etichetta. L’annata particolarmente equilibrata ha regalato vini dritti, decisi, molto tipici. Oggi ancora in vasca ma pronti ad essere imbottigliati. Quello di Sergio Arturi è sussurrato al naso, emergono sentori più speziati che altrove e in bocca si rivela sottile, leggermente sapido, con un tannino deciso e fine. Quello di Cote di Franze è più generoso ma altrettanto equilibrato, ha ritmo e allungo, coinvolge senza se e senza ma.

Insomma, il gaglioppo è vitigno che dona vini di grande beva ma al tempo stesso di grande eleganza. Vini caratterizzati da una bellissima acidità e da un tannino tanto deciso quanto fine. Vini che hanno un carattere straordinario, una vera scoperta.

Giorno sette: ‘A Vita e il Cirò di Francesco De Franco

E insomma eccomi a Cirò, una trentina di chilometri a nord di Crotone. Primo: la sorpresa. Che questo fosse un territorio storicamente vocato alla coltivazione della vite lo sapevo (lo stesso Soldati in uno dei suoi viaggi delineava alcune delle caratteristiche del gaglioppo riscontrabili ancora oggi), che fosse così importante e radicata nella cultura popolare lo ignoravo. Qui un po’ tutti in qualche modo sono legati al vino ed è una terra meravigliosa, domani avrò sicuramente modo di approfondire (un po’) di più. Secondo: la conferma. Quando per la prima volta avevo assaggiato un Cirò di Francesco De Franco mi ero reso conto di quanto poco conoscessi questa zona e di quanto le caratteristiche del gaglioppo mi intrigassero. C’erano un sacco di cose interessanti: profondità, slancio, eleganza. Da oggi poi è una sicurezza assoluta.

Nonostante infatti Francesco sia solo alla sua quarta vendemmia ha già dimostrato moltissimo in un territorio che ha forse trovato in lui il necessario autore di riferimento. Ad oggi le annate pari hanno dato il meglio, 2008 e 2010 (ancora in botte) hanno regalato uve sane, giustamente mature e vini straordinariamente equilibrati. In particolare i Cirò Riserva hanno un ritmo ed una finezza da lasciare quasi senza fiato. Vini dal colore particolarmente scarico (come il gaglioppo dovrebbe naturalmente essere) che aprono con note speziate e salmastre in cui il frutto è timido nello svelarsi, mai maturo, mai cotto. E poi liquirizia, mirto, in generale macchia mediterranea che portano ad un assaggio tannico, deciso e caratterizzato da un’acidità a tratti veemente. Sono poi elementi che si equilibrano a vicenda e che portano ad un finale di grande eleganza, forse inaspettata e per certi versi spiazzante. Tutto questo da circa otto ettari coltivati in regime biologico e da vigneti che necessitano di pochissimi trattamenti, “tanto qui da maggio ad agosto è rarissimo che piova“. Vini magnetici.

Calabria IGT L’Acino, Toccomagliocco 2008


Magliocco | 20 €

L’assaggio che non ti aspetti oggi viene dalla Calabria, dalla provincia di Cosenza. L’Acino è una piccola e giovane cantina con le idee molto chiare, “abbiamo deciso di ridare fasto ai vitigni che in secoli lontani hanno fatto la fortuna e la fama di queste terre, e che oggi quasi non esistono più. In un periodo in cui la nostra terra viene vista male abbiamo deciso di fare bene: oltre che vino vogliamo produrre orgoglio e valori“.

Il Toccomagliocco ha uno spettro olfattivo bellissimo. Vuole qualche minuto, ma sa regalare sentori affascinanti che riportano la mente all’acqua del mare d’inverno. E poi ha una ferrosità rara, così integrata in un bel sottofondo florele. In bocca è dinamico, di gran freschezza, ritorna prepotentemente sulle note olfattive. E poi una piacevolissima acidità fa da spalla ad una componente sapida di grande spessore. Un assaggio al tempo stesso leggero e vibrante di forza, con un grande futuro.

Una sopresa. Una bella sorpresa.

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Cirò Classico Superiore DOC Vigna De Franco, ‘a Vita 2008

Gaglioppo | 10 €

Io per esempio non posso certo dire di essere un grande conoscitore del mondo del Cirò. Ho assaggiato cose. Quà e là. E non mi sono piaciute molto. Ho sempre trovato delle architetture un po’ forzate, come se l’idea fosse quella di fare finta di essere ciò che in realtà non si è.
Ci è voluta questa bottiglia per aprirmi un mondo, per farmi capire che il gaglioppo può regalare delle vibrazioni di grande spessore. Che può essere sottile, sussurrato, in generale buonissimo. Non conosco Francesco Maria De Franco, ma da oggi so che se qualcuno mi chiederà cosa bere dalle parti di Crotone non avrò dubbi, ed anzi sono sicuro di poter stupire a mia volta.

Cirò quindi. Un vino leggero, che si libra sia senza esagerare con il colore sia su sentori di grande finezza ed eleganza. L’idea di avere a che fare con un vino di grande personalità arriva subito, che il naso non lascia sconti di sorta. C’è un frutto lontano, mai di primaria importanza ma certamente croccante. C’è un perchè speziato, che dona profondità. Ma sono sensazioni estremamente integrate, che raccontano un vino a prima vista timido, in verità di grande espressività. Davvero, bellissimo. In bocca poi c’è questa tannicità, questa forza, questa bella acidità che sembrano proiettarlo verso l’infinito senza mai perdere la piacevolezza del sorso. Appena astringente sul finale, l’impressione è che possa solo migliorare con il tempo. Ed è tutto dire.

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Cirò Riserva DOC – Librandi, Duca San Felice 2005

Gaglioppo | <10 €

L’assaggio che non ti aspetti viene dalla provincia di Crotone ed è a base di gaglioppo. E si, esatto, avete letto bene, dalla Calabria.

Librandi racconta con Duca San Felice un vino che interpreta straordinariamente una terra, ed in effetti un po’ è anche come te lo aspetti, solo molto meglio.
C’è quel colore, che è granato, ma non è concentrato ed apre ad un naso mirevolissimo per impatto e profondità. Sono cose selvatiche, che certamente virano sulla frutta rossa ma che sanno andare molto oltre, grazie ad un sottofondo fatto di spezie scure leggermente pungenti ed un perchè vegetale.
E poi in bocca attacca deciso, netto, diretto, e sembrerebbe possa finire lì ma ti coinvolge per quel tannino particolarmente integrato. E poi è secco, ma avvolgente ed ha persistenza che non avresti mai detto. Ed è davvero buono.

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Questa scoperta, poi, non sarebbe stata possibile se non avessi conosciuto Natale e Francesco, che hanno un blog e che scrivono di vini e di assaggi. Anche questo è il bello di stare qui, e di condividere i propri territori.

Pellaro IGT – Vintripodi 2002

Uvaggio: Nerello calabrese, Castiglione

Dalla provincia di Reggio Calabria una denominazione poco conosciuta. Il nome della cantina è Vintripodi – qui il sito. Rosso rubino non scuro ed abbastanza trasparente. Profumi delicati di frutta rossa, di violette, di vaniglia e, quasi, senza aspettarselo, di mela. In bocca appare con un bell’attacco secco. E’ sapido, abbastanza tannico, morbidoso. Non si nasconde, però. Sembra onesto. Finisce, senza rimanere troppo a lungo, con una nota appena più addolcita.

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Lamezia DOC – Statti, Bianco 2007

Uvaggio: Greco bianco, Malvasia

Ecco. Della Calabria vinicola si sente parlare sempre poco, magari a torto. Perchè, guarda un po’, questo bianco di Statti, cantina in Lamezia Terme, è davvero piacevole. Giallo paglierino chiaro, verdolino sui bordi, è vivace e vitale. Il naso è fresco, molto floreale, fine. La bocca è sapida e rapida. Dopo pochi istanti emerge l’aromaticità della malvasia. Finisce con un punto esclamativo.

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