A piccoli passi

Leggo sul sito del Ministero delle Politiche Agricole (e grazie alla segnalazione di Angelo Peretti) che dall’altro ieri, ventotto agosto, è finalmente possibile utilizzare il tappo a vite su tutti vini a denominazione di origine controllata senza dover ricorrere ad eventuali deroghe di carattere locale.
Bene dai, con la speranza di veder spuntare qualche screwcap in più sugli scaffali delle enoteche e dei supermercati.

Segni di vita dal fronte

Chi segue queste pagine da un po’ di tempo forse ricorderà che già nel 2009 (e poi nel 2010) scrivevo del fatto che non fosse possibile, come blog, accreditarsi presso l’ufficio stampa di Vinitaly. Solo giornalisti regolarmente iscritti all’ordine, anche se lontanissimi dal mondo del vino.

La cosa poi è un po’ scemata, se ne è parlato sempre di meno, era cosa che per quanto fuori da ogni logica non faceva più notizia. Ma ci sogno segni di vita, a Verona. Sembra che in questi giorni Vinitaly stia inviando un’email ai produttori chiedendo loro di rispondere ad alcune domande: “ritiene che i blogger italiani ed esteri abbiano acquisito un ruolo rilevante nel mondo del vino?“. E ancora: “in genere considera i wine blogger dei comunicatori specializzati?“. E per finire in bellezza: “la sua azienda è interessata a partecipare ad attività rivolte ai wine blogger durante la manifestazione Vinitaly?

Benvenuti nel 2007. Era ora.

Tutto il Prosecco in una mappa


Ha ragione, Luca Ferraro di Bele Casel. Spesso quando si parla di Prosecco a denominazione di origine controllata e garantita ci si dimentica di Asolo e si tende a scrivere/parlare unicamente di Conegliano Valdobbiadene. Il Consorzio Tutela Vini Montello e Colli Asolani Doc ha provato a metterci una pezza pubblicando una cartina che riporta fedelmente i confini delle rispettive denominazioni. Bravi.

Tappo a vite, una tesi di laurea

Non c’è bisogno che io ripeta quanto sia sensibile all’argomento, lo sapete già. Trovo che il tappo a vite sia oggetto straordinariamente funzionale ed affascinante, in particolare se paragonato a chiusure esteticamente poco proponibili come il tappo in vetro, il tappo sintetico o addirittura come certi sugheri entry level. Poi certo, sono perfettamente consapevole delle spese che una cantina dovrebbe sostenere per convertire la propria linea di imbottigliamento, spesso (molto semplicemente) non ne vale la pena. Per non parlare poi dell’endemica reticenza italiana nei confronti di chiusure che non prevedano il tirebouchon per essere aperte (una volta -giuro- ho visto un sommelier cercare di stappare un sauvignon australiano con il cavatappi; solo dopo qualche minuto e diverse imprecazioni si è accorto che non c’era nessuna capsula: era lo stelvin).

Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di discutere dell’argomento con Simone Famà. Lui, studente di ingegneria gestionale al Politecnico di Torino, aveva deciso di dedicare la sua tesi di laurea specialistica all’argomento e cercando qua e là si era imbattuto in queste pagine e nel sottoscritto. Pur consapevole di non essere in grado di esporre un parere tecnico mi sono divertito nel raccontare le mie esperienze da consumatore cercando al tempo stesso di indirizzarlo verso persone più preparate del sottoscritto e produttori che avessero una certa familiarità con l’argomento.

Ne è uscita una splendida panoramica: per ogni tipologia di chiusura ne ha ripercorso la storia, la diffusione, le particolarità del processo produttivo e le applicazioni. A questo ha aggiunto valutazioni riguardanti i possibili aspetti positivi e negativi e -fondamentale- i costi. Non vi anticipo niente, se non una parte delle conclusioni, quella sulla grande incertezza che ancora oggi riguarda il mondo delle chiusure. Un mondo capace di dimostrare l’importanza ma al tempo stesso incapace di dimostrare l’indispensabilità della presenza dell’ossigeno per il corretto affinamento del vino in bottiglia. Tutta la tesi poi ha il grande pregio di essere sempre comprensibile, di non cadere mai in tecnicismi troppo difficili da capire per chi non mastica abitualmente l’argomento.

Simone è stato così gentile da permettermi di rendere scaricabile la tesi qui, questo è un suo incipit necessario prima della lettura:

Questa tesi di laurea, pur avendo carattere scientifico, non è stata prodotta da un enologo, un chimico, o uno dei (pochi) ricercatori scientifici sparsi nel mondo che si occupano in prima persona di analizzare gli effetti delle differenti tipologie di chiusura sul vino imbottigliato. Di conseguenza, per quel che riguarda alcuni argomenti specifici e specialistici, ho dovuto ricorrere a delle fonti di informazioni in cui ho posto fiducia sulla sola base del titolo o dell’occupazione di queste, senza avere la possibilità di concordare o confutare.

Un esempio su tutti ha riguardato il problema della riduzione (o meglio della presenza di sentori di ridotto) nel vino: fonti più o meno accreditate hanno mostrato opinioni diverse, al che ho ritenuto giusto “ascoltare” le indicazioni date dal capo della ricerca enologica di un importante produttore di chiusure. Spero inoltre che il mio lavoro di aggregazione ed analisi di informazioni possa funzionare da idea o spunto per una vera e propria pubblicazione, fatta però da uno specialista del settore e rivolta sia ad un pubblico di esperti sia (e soprattutto) ai semplici appassionati.

Buona lettura.

Se l’argomento vi interessa è testo da leggere a tutti i costi. La tesi è qui (sono poco più di diciotto megabyte, in pdf).

Un anno di vite

Questa me l’ero persa, è un (bel) montaggio che racconta il ciclo della vite nell’arco dell’anno. La realizzazione è di Giampaolo Venica, vignaiolo nel Collio Goriziano. Colonna sonora a parte (certo, i Massive Attack mi sono sempre piaciuti da matti ma Teardrop è decisamente troppo abusata) ha fatto un gran bel lavoro. La parte più interessante inizia intorno al trentesimo secondo.