Senza usare il cavatappi

Davvero non so quanto possa essere utile, in fondo di metodi per affrontare tappi molto vecchi e rovinati ce ne sono diversi, quello che è certo è che si tratta della più scenografica tra le tecniche mai viste per aprire una bottiglia di vino. Una pratica pare già in uso in Portogallo proprio per stappare vini assai datati il cui tappo di sughero tende a sbriciolarsi.

Tutto questo va in scena all’Eleven Madison Park, il ristorante che più è sulla bocca di tutti, non solo a Manhattan (via Winetimes)

Umbria, piccole cantine intraprendono un percorso comune

Ci sono state due edizioni di Umbria Grida Terra, piccola ma dirompente manifestazione dedicata ai prodotti e ai produttori del territorio, e c’è stato un ampio dibattito sul ruolo e sul futuro di un luogo fondamentale per la città di Perugia e per il suo Centro Storico, il Mercato Coperto. C’è stato movimento insomma, e chissà se è stato proprio questo viavai di pensieri e di idee a gettare le basi per un’associazione tra vignaioli che riporta prepotentemente all’attenzione il ruolo della viticoltura intorno alla città stessa. Piccole cantine che in questo modo possono trovare un terreno comune di incontro e di confronto, promuovendosi all’occorrenza insieme. Le realtà coinvolte, ad oggi, sono (in rigoroso ordine alfabetico): Cenci, Donini, Fontesecca, La Casa dei Cini, La Spina, Mani di Luna, Margò, Riccioni.

Ne parleremo con Antonio Boco e alla presenza di alcuni di loro – si tratta di un preludio a quella che sarà la vera presentazione, dopo l’estate – domenica pomeriggio in quel piccolo e delizioso locale non lontano da Corso Garibaldi che porta il nome di Giardino Rosso Vino. Ci vediamo a partire dalle sei (ma telefonate, che i posti sono come sempre abbastanza limitati).

Oh gosh, il tappo di sughero che si svita

Uno dei vantaggi del tappo a vite riguarda la sua facilità di apertura. Proprio durante l’ultimo Vinitaly un importatore australiano mi diceva per esempio che la scelta di questo tipo di chiusura non riguarda solamente la conservazione e l’eliminazione del fastidioso “sentore di” ma soprattutto la possibilità, per i baristi, di non perdere tempo con il cavatappi nel servire i bicchieri al bancone, operazione tra l’altro non così scontata.

Capisco quindi la frustrazione dell’industria dei tappi cosiddetti “rasi” nel ritrovarsi tutto ad un tratto a dover rincorrere in un settore che fino a pochi anni fa non conosceva modelli alternativi ma insomma, il tappo di sughero che si svita davvero no, non si può proprio vedere. Si chiama “Helix” ed “una soluzione frutto della collaborazione tra i due colossi del packaging: Amorim per il sughero e O-I per il vetro” (via l’Espresso).

Il quadrato semiotico dei wine lovers

Il quadrato semiotico, provando a farla breve, è uno strumento visuale utile a sintetizzare ed analizzare la struttura delle relazioni che esistono in un determinato campo. Un diagramma che grazie alla sua configurazione è in grado di riportarne velocemente le relazioni logiche, tra le altre quelle di contrarietà e di complementarità. Da qui la sua utilità nell’analizzare in un sol colpo d’occhio, o quasi, un determinato mercato ed i comportamenti delle persone che ne fanno parte.

È con questo strumento che Bosco Viticoltori ha deciso – grazie alla collaborazione dell’istituto che lo ha riportato prepotentemente di moda, almeno in Italia – di provare ad analizzare gli atteggiamenti di consumo degli italiani verso il vino. “Lo studio, recita il comunicato stampa, ha classificato in un quadrato semiotico le motivazioni che spingono o allontanano il consumatore verso gli acquisti di vino, aiutando le imprese a comprendere il posizionamento del marchio e quello dei loro prodotti sul mercato”.

Due opposizioni sono emerse in modo trasversale nelle conversazioni analizzate:

la prima: tra chi parla del vino e della sua produzione come qualcosa di sacro, prezioso e da difendere vs. chi ne parla come uno strumento per accompagnare il cibo o una bella serata (profano)
la seconda: tra chi del vino tematizza la dimensione naturale, come la terra o il vitigno vs. chi lo tematizza come un artefatto culturale, costruito in cantina dall’abilità dell’enologo

In occasione dell’imminente Vinitaly il quadrato semiotico dei wine lovers sarà oggetto di un convegno promosso dalla stessa Bosco Viticoltori. L’appuntamento è per il 7 aprile alle ore 11:00 presso l’Auditorium del Centro Congressi Palexpo (io quasi certamente lunedì sarò a Villa Favorita ma questo è uno di quegli appuntamenti che potrebbero davvero aggiungere qualcosa alla già ricca conversazione sull’argomento).

Io sì che ho bevuto vini schifosi, che bei tempi

Io preferivo il Terrano di una volta, era più acido. Adesso sono tutti uguali, il Cabernet.. il Merlot.. li fanno per voi giovani che non capite niente di vino. Io ho bevuto dei vini schifosi, che bei tempi.

Un meraviglioso clip tratto da “Zoran, il mio nipote scemo“, il film italo-sloveno uscito nel 2013 e diretto da Matteo Oleotto (con un grande grazie a Massimiliano Croci dell’omonima cantina dei Colli Piacentini per lo screen-capture, o come si dice).

London Cru, London’s first Urban Winery

Certo il vino sarà quello che sarà ma l’idea non è male: le “Urban Wineries” hanno il sapore della resistenza metropolitana. London Cru è infatti il nome di una vera e propria cantina aperta all’interno dei locali di quello che era uno stabilimento dedicato alla produzione di gin. Un luogo che in teoria potrebbe arrivare a produrre ottomila bottiglie all’anno che offre la possibilità alla cittadinanza di entrare il contatto con il meraviglioso mondo della vinificazione, cosa forse scontata per chi vive nei paesi produttori, un po’ meno per chi è abituato a prendere un Prosecco ad Earls Court.

Spoiler: si sono fatti spedire le uve di barbera dal Piemonte, sono chiaramente dei pazzi scatenati.