Il San Giorgio di Lungarotti

Come scrivevo  Vini nel Mondo è stata una gran bella occasione per approfondire alcuni vini grazie alle tante degustazioni in programma. Il San Giorgio di Lungarotti raccontato da Alessandro Scorsone una di queste. E ci sarebbero tantissime cose da scrivere a proposito di questo storico taglio di cabernet sauvignon e sangiovese nato nel 1976. Inizio dall’ultima e dalla più banale: preferisco il Vigna Monticchio, l’etichetta che forse più rappresenta la cantina di Torgiano nel mondo, sangiovese e canaiolo da un unico (mitico) appezzamento.

Trovo sia più espressivo, più territoriale, più fine. E poi ha quella componente di leggiadria che nel San Giorgio è molto difficile da trovare (primi anni a parte, quando il sangiovese faceva la parte del leone). Certo, è indiscutibilmente elegante. E molto. Deve trovare però un’annata molto equilibrata, come per esempio la 2001, per esprimersi al meglio e trovare quella freschezza che magari in altre stagioni latita un po’. Alla fine è tutto un discorso di quell’immediata piacevolezza, quella che ti fa ritornare subito al bicchiere successivo e che in bicchieri come il 2000 e 2003 (ma anche nel 1997) invece manca. Per capirci: è vino che in alcuni momenti, in particolare nelle annate citate, mi è sembrato un po’ fermo, monolitico nell’esprimersi e di non così facile lettura. Con le dovute eccezioni, certo: ad averne, quando la vendemmia è quella giusta.

San Giorgio 1979 (sangiovese 70%, cabernet sauvignon 30%). Un mostro di integrità. Dal colore ai profumi. Evoluto ma mai stanco il primo, freschi, pungenti, avvolgenti i secondi. Intrigante in tutte le sue sfumature, certamente maturo ma al tempo stesso intatto. Rabarbaro, cuoio, caffè, ma anche ciliegia sotto spirito e una florealità lontana, quasi evocativa. Fresco, di succo e di eleganza. Finale lungo e vibrante. Una sorpresa. ****+

San Giorgio 1997 (cabernet sauvignon 50%, sangiovese 40%, canaiolo 10%). Elegante, certo. Pieno ed avvolgente nelle spezie e nel frutto. Austero, equilibrato, lungo. Eppure sembra non esserci quella grinta capace di proiettarlo lontano. Buono, forse didascalico, certamente difficile da immaginare tra dieci anni. ****-

San Giorgio 2000. Uh, ecco il cabernet. Così riconoscibile e definito. In bocca è più amaro, meno equilibrato e caratterizzato da un tannino tanto verde quanto poco integrato nell’interezza dell’assaggio. Bel finale, lungo e definito. ***+

San Giorgio 2001. Grande vivacità ed eleganza. Da subito piacevolissimo, invita immediatamente all’assaggio senza passare dal via. E’ bello come riesca a coniugare un forte richiamo territoriale ad un’espressività data dall’assemblaggio. Un tutt’uno in continua crescita. E poi in bocca è splendido: fresco, equilibrato, teso. Sul finale ritorna sul frutto, quasi a crescere sempre di più. Il vino della giornata. *****-

San Giorgio 2003. Come spesso capita c’è da chiedersi se la cantina (non solo questa, anzi) lo avrebbe prodotto se non avesse già saltato il 2002 per i propri vini più rappresentativi. In particolare in Umbria. Il San Giorgio non fa eccezione. Di certo si tratta del bicchiere meno profondo, pur piacevole nel distendersi giocando su toni molto maturi. Da bere. ***

San Giorgio 2004. C’è freschezza, intensità, eleganza. Grande naso, tra i migliori per complessità e varietà. Dall’amarena alla ciliegia, dalla vaniglia al cacao. Attacca con un’alcolicità appena accennata ma è assaggio decisamente equilibrato, pieno, piacevole, lungo. ****

A cena sui lieviti

La loro schiettezza, la loro capacità di chiamare immediatamente il sorso successivo. La loro profondità e il loro senso compiuto a tavola, compagni ideai di molti piatti. Vini della gioia, che solo negli ultimi dieci anni sono prepotentemente tornati alla ribalta nonostante in alcuni luoghi siano legati alla nostra cultura rurale da generazioni. I vini sui lieviti, o sur lie.

Eccone alcuni, era cena dedicata a loro (alla cieca, ovvio).

Casa Coste Piane, Prosecco “Brichet” 2009: Piacevolissimo nell’esprimere tutta la tipicità del vitigno. In bocca è soffice, elegante, sfaccettato e profondo. Grande bevibilità con quella chiusura che richiama il bicchiere successivo. Estivo. ****+

Croci, Ortrugo 2009: Impossibile non riconoscerlo tra mille, in particolare al naso. Così duro, al tempo stesso ostico e generoso. E poi quelle note aromatiche, calde, che poi sfumano verso l’amarognolo. Arcaico, nel senso più positivo del termine. ****

Tessère, Rosato di raboso “Redentor” 2007: Ricco, largo ed avvolgente. Peccato per la grana del perlage, noncosìfine e noncosìelegante. Perchè c’è polpa in un bicchiere che in particolare in bocca coniuga materia e leggerezza. ***

Camillo Donati, “Il mio trebbiano” 2009: Qualche minuto per aprirsi ed ecco la magnifica espressività di questo trebbiano, apparentemente irriproducibile altrove. Netto, mai troppo aggressivo ad introdurre una bocca avvolgente (ma secca, eccome), profonda e lunghissima. La via Emilia in un bicchiere. ****

Barbacarlo 2000: Autunnale, ad occhi chiusi impossibile la mente non corra verso le Langhe, verso certi grandi nebbioli. In un’annata minore regala una bocca stupefacente per vitalità: ci sono sapidità e freschezza, complessità e grande armonia per un finale che ritorna prepotentemente sul naso, sull’appassimento del frutto, sull’erba bagnata, sulla foglia secca. Struggente. *****

Vittorio Graziano, Lambrusco “Fontana dei boschi” 2004: La profondità del lambrusco: frutto, certo, affiancato da note balsamiche ed erbacee. Un’evoluzione nobile che introduce ad un assaggio di grande profondità e fascino. Appena largo sul finale, ma quanta polpa, quanta sostanza. ****

Casa Roma, Raboso “Pro Fondo” 2007: Impenetrabile, scurissimo. Sorprendente al naso, al frutto (scuro) affianca note minerali che riportano al ferro. Straordinario anche in bocca, netto, tanto succo affiancato da una freschezza invidiabile. Bel finale elegante, mai sopra le righe. ****+

Menti, Recioto di Gambellara “Sur lie” 2009: Bellissimo naso, tanto ricco quanto fresco. Tre note in particolare: arancia, iodio, salvia. Certamente dolce, sorprendentemente scorrevole, sicuramente buonissimo. Gran finale, appena amarognolo. ****

A proposito di (alcuni) grignolino

Mi ero ripromesso di scrivere di quegli assaggi che più mi erano rimasti impressi nella memoria, mi riferisco alla degustazione di grignolino della settimana scorsa. Assaggi definiti, compiuti, equilibrati e di grande personalità. Lineari, con differenze appena accennate che vanno a giocare su toni mai scontati.

C’era il grignolino 2010 di Goggiano, primo bicchiere in degustazione. Uno di quelli capaci di portare da subito il palato in perfetta sintonia con la degustazione perchè così pulito, delicato senza pagare in forza espressiva. Gentile e leggero nell’esprimersi, mai aggressivo nel rivelarsi. Didascalico. ***+

C’era quello 2009 di Cascina Tavijn, intenso nel raccontare una profondità inaspettata fatta tanto di piccoli frutti rossi quanto di una speziatura definita. Autunnale, in bocca stupisce per una trama tannica di grande spessore che se da una parte lo rende più ruvido dall’altra gli regala gran forza. Tosto. ***+

C’era il 2009 di Oreste Buzio. Un grignolino più scuro, decisamente evoluto nel senso più positivo del termine. Affascinante nel regalare sentori così diversi, definiti e profondi. E poi una bella sapidità, una leggera acidità ed un tannino mai aggressivo a concludere un assaggio di razza. Austero. ****-

C’era il grignolino 2009 di Cascina Brichetto. Solo apparentemente leggero, i suoi profumi, così tipici, anticipano ad una bocca di grande personalità e linearità. Vitale. ****-

Ed infine il 2010 di Luigi Spertino. Caratterizzato forse da una speziatura più dolce colpisce per una florealità così diffusa e piacevole. In bocca è vivace, lungo, pieno. Abbraccia il palato verticalmente, tannicità ed acidità ad accompagnare il succo, mai invadente e mai sfuggevole. Buono. ***+

Adesso è vino che non posso più ignorare.

La scoperta del Grignolino

L’avevo scritto venerdì: #grignolino1 si inserisce in quel contesto di degustazioni seriali nate in rete, in particolare su Twitter, che hanno avuto la capacità di riunire decine di persone in diverse occasioni per parlare e confrontarsi su vini particolarmente legati ad un determinato territorio. Lambrusco, Barbera, Aglianico del Vulture, Dolcetto di Dogliani, Prosecco Colfòndo, Trebbiano. E probabilmente è lista destinata ad allungarsi.

Il grignolino è il più rosso dei vini bianchi ed il più bianco dei vini rossi” pare abbia scritto Veronelli. “Probabilmente una cazzata“, così esordisce Maurizio Gily, direttore di Mille Vigne, nel raccontare la storia di un vitigno che attraversa quella del Piemonte e che oggi vede il numero dei propri ettari vitati drammaticamente diminuito. Eppure c’è orgoglio nel coltivarlo, lo vedi negli occhi dei produttori presenti. E’ impossibile imporre un ragionamento utilitaristico, almeno in questo caso, per questo vitigno. E non è solo un discorso di tradizione: c’è una forte componente emozionale nelle loro parole.

Perchè lo devi amare: acino piccolo, poco succo, tanti vinaccioli, rese basse, delicato. Qualsiasi approccio di tipo industriale porterebbe altrove, che qui si parla di terreni impervi, meglio sicurezze. Meglio morbidezze. E infatti nel bicchiere è un vino tannico, con un nerbo acido tutt’altro che delicato. Difficile da una parte, adorabile dall’altra. I profumi prima di tutto, così profondi e sempre delicati di toni floreali, di piccoli frutti rossi appena colti, di speziature molto fini. In bocca poi ha una forza travolgente, è netto, dritto, verticale. Difficile? No, basta saperlo ascoltare per qualche minuto. A tavola, come tutti i grandi.

In degustazione dieci grignolino. Non per giudicare ma per capire. Da Portacomaro ad altre zone del Monferrato sia in provincia di Asti che di Alessandria e Cuneo. Da Dogliani a Barbaresco. Diversi territori, diverse espressioni, consapevoli che “il grignolino ha una personalitá talmente spiccata che qualunque cosa si aggiunga si puó solo peggiorare“, parola di Mauro Spertino.

Anarchico ed individualista“, diceva Veronelli. “Vino scandalo, vino dispari, vino difficile e poco redditizio ma profondamente amato. No pain, no gain“, conclude Maurizio Gily.

(continua)

Moreno Peccia e il suo Rosso Spina


La denominazione “Colli perugini” è talmente sconosciuta ai più da risultare per certi versi quasi inutile. Davvero, le cantine che imbottigliano come doc si contano sulle dita di una mano e la qualità è concetto che sicuramente alberga altrove. E’ una di quelle denominazioni che stanno in piedi più per motivi storici che altro, per centinaia di anni i colli a sud di Perugia sono stati serbatoio di vino per le tavole della città, insieme alla ben più nota Torgiano.

Tra le (poche) cantine l’unica che vale davvero la segnalazione è La Spina, un’idea che Moreno Peccia porta orgogliosamente avanti da oltre dieci anni e che, oggi, può sicuramente essere presa a modello per il livello qualitativo raggiunto. Poi certo, il fatto che i suoi siano tutti vini che in etichetta riportano la dicitura “igt” non gioca di sicuro a difesa della denominazione, ma tant’è. Mi ricordo bene la prima volta che visitai la cantina, quando mi disse che “per quanto io ami il sangiovese credo davvero che qui si possano lavorare al meglio altre varietà“. Fuori denominazione, appunto.

I suoi sono vini oggi molto didascalici, che riportano immediatamente al varietale. Da queste parti sono passati non così tanto tempo fa praticamente tutti: dall’unico bianco a base di grechetto al merlot, dal Rosso Spina al Polimante.
L’occasione per scriverne, oggi, è quella di una recente verticale del suo vino più rappresentativo, il Rosso Spina appunto. Un blend di montepulciano e altre uve locali, dal gamay (da queste parti altro nome per intendere il cannonau) al nebbiolo (già, avete letto bene, vitigno presente da queste parti da tante decine di anni, anche se in pochissimi esemplari).


Un vino che oggi non appare mai stanco, capace di raccontare l’andamento dell’annata e di regalare vini di grande espressività. E se le ultime annate, dalla 2008 alla 2005, raccontano di un grande rigore ed una certa continuità nell’esecuzione, le precedenti raccontano forse di una maggiore inconsapevolezza, ma non per questo meno compiute, anzi. Grandi bottiglie, vere sorprese.

Il 2008 nella sua giovinezza è già molto disteso, caratterizzato com’è da note eteree mai invadenti, una nota smaltata ed un frutto sempre croccante. Ha bisogno di tempo per crescere. ****-

Il 2007 è più introverso, il naso racconta di un frutto passito, scuro, bagnato e leggermente vegetale. In bocca è inizialmente sottile, ma è solo un discorso di tempo per dimostrare tutta la sua generosità, linea conduttore di (quasi) tutte le annate. Compiuto e divertente. ***+

Il campione assaggiato in questa occasione, targato 2006, è un nebbiolo praticamente in purezza, esperimento di Moreno. Un vino dal bellissimo naso, giustamente nebbioleggiante e suadente nell’esprimere dolcezze. In bocca ha un’ottima trama tannica, è secco e leggermente asciutto sul finale. ***+

Il 2005 è generoso (appunto) ed elegante. Grande in particolare in bocca, capace com’è di coniugare sostanza e succo, senza mai perdere di vista una grande bevibilità. ****

Il 2004 invece appare un po’ più stanco, senza grandi slanci espressivi, senza quel guizzo così presente nelle altre annate. Frutta passita, mora, pepe nero ma scorre via veloce, senza lasciare grande traccia di sé. ***-

Il 2003 è la sorpresa della serata. Dove altrove si trovano vini cotti e stanchi il Rosso Spina esprime grande complessità. Un naso che richiama ai lieviti, che ricorda certe idee di bagnato e che inesorabilmente riporta la mente a montepulciano ben più celebrati, in particolare tra quelli abruzzesi. Non perde in levità pur essendo di grande sostanza. Bella poi la spalla acida, più definita che altrove. Avvolgente e (davvero) bellissimo ****+

Nonostante l’annata il 2002 è sottile ed elegante, il nebbiolo presente richiama nettamente ad una bella idea floreale ed una spezia particolarmente gentile accompagna tutto l’assaggio. Grande bevibilità, magari senza una trama tannica di grande spessore ma c’è piacevolezza, eccome. ***+

Il 2001 ha un settanta percento di nebbiolo, e si sente. Viola passita ed un accenno carnale aprono ad una bocca viva e di gran gusto. ****-

il Nobile di Montepulciano 2008 ed altre storie

Poi certo, ci sono stati alcuni Nobile che mi sono piaciuti, eccome. Alcuni per dire sono questi.

Vino Nobile di Montepulciano 2008, Talosa
Profilo olfattivo caratterizzato da una nota di affinamento in legno, almeno all’inizio. Poi un bel frutto croccante ed un timbro da sangiovese, a ricordare la viola. In bocca è particolarmente tannico ma al tempo stesso caratterizzato da grande polpa. Finale appena amarognolo. Grande stoffa. ****+

Vino Nobile di Montepulciano 2008, Boscarelli
Elegante, fine, emerge nettamente la tipicità. E poi è profondo senza mai apparire ammiccante. In bocca è snello, piuttosto articolato, definito in particolare sulle note floreali. Leggera nota eterea sul finale e tannicità mai invadente. *****-

Vino Nobile di Montepulciano 2008, Avignonesi
Naso scuro, Bocca molto elegante, materica, austera e piacevolissima. Finale leggermente addolcito. ****+

Vino Nobile di Montepulciano 2008, Tenimenti Angelini
Didascalico, con particolare ampiezza sul frutto. In bocca poi è compiuto in tutte le sue componenti con una tannicità composta e mai invadente. Bello disteso. ****+

Vino Nobile di Montepulciano Parceto 2008, Poggio alla Sala
Compiuto, mai invadente, in generale elegante. A ritornarci ha un naso particolarmente profondo, capace di coniugare la leggerezza dell’annata ad una speziatura che cattura. Bel finale che ritorna sulle note olfattive. ****+

Vino Nobile di Montepulciano Riserva Grandi Annate 2007, Avignonesi
Splendido. Al naso riesce ad essere al tempo stesso austero e generoso. C’è la grandezza del sangiovese con un ampiezza rara. Frutto gentile e florealità diffusa. Speziatura vagamente antica ed un tocco quasi minerale, sicuramente a donare profondità. In bocca poi ha succo, si distende lungo tutto il palato con un equilibrio straordinario prima di un finale di gran compostezza.  *****

A proposito di Chianti Classico

Appurata la spettacolarità della location, ieri a Firenze il tempo non era dalla mia parte e mi sono limitato (!) ad assaggiare un po’ di riserve. Sia 2008 che 2007. Volevo cercare di capire se fosse possibile individuare in linea generale alcune differenze legate alle diverse annate. La risposta è certamente positiva, anche se si trattava solamente di una trentina di vini per tipologia. L’idea che piano piano è emersa è quella di un 2008 molto omogeneo, gentile, equilibrato e certamente caratterizzato da belle bevibilità. A differenza di un 2007 capace di rivelare profondità e complessità. Vini più strutturati quindi, ma non per questo più stanchi, anzi.

Ecco i miei due centesimi, giusto i bicchieri che mi sono proprio piaciuti.

Chianti Classico Riserva Le Baroncole 2008, Fattoria San Giusto a Rentennano
Bellissimo naso, floreale e compiuto con un accenno minerale. Bella bocca, snella, dritta, con un’acidità composta. Tannino ancora giovane ma dal grande futuro. Buonissimo. ****+

Chianti Classico Riserva 2007, Badia a Coltibuono
Naso molto bello, materico e glicerico. Regala sentori speziati ed un frutto passito. Molto profondo, avvolgente, piacevole, bellissimo ed elegante. ****+

Chianti Classico Riserva Coltassala 2007, Castello di Volpaia
Buono, naso molto netto, preciso, definito, piacevole e profondo. Moderno, in bocca coniuga molto bene un’anima morbida con una bella spalla acida e fresca. ****

Chianti Classico Riserva Vigna del Sorbo 2007, Fontodi
Profondo, speziato e piacevole. Austero. Bello. In bocca è lineare, perfetamente integrato nelle sue componenti. Limpido sul finale. ****+

Chianti Classico Riserva Baron’Ugo 2007, Monteraponi
Speziatura gentile, vagamente affumicato ed espressivo sulle note più floreali e fruttate. Un accenno quasi minerale. Un grande naso. E poi acidità, freschezza, in generale equilibrio per un finale di grande limpidezza. *****

Chianti Classico Riserva 2007, Savignola Paulina
Naso molto fine, leggero, etereo e di spezie. Altrettanto in bocca, molto piacevole ed elegante. Croccante. Buono. ****

Una piccola parentesi, che Calce vale ben più di qualche riga

La vicenda è che all’anteprima della Vernaccia, ogni anno, si tiene una degustazione chiamata inattese liaisons durante la quale assaggiare, insieme ad alcuni dei vini locali, denominazioni lontane che in qualche modo possono avere qualche cosa in comune con i vini di San Gimignano.
Quest’anno i giornalisti del Gambero Rosso Antonio Boco e Paolo De Cristofaro, che conducevano la degustazione e che hanno pensato a questo particolare parallelo, hanno presentato i vini di un minuscolo villaggio del sud della Francia, Calce. Ecco, questo è il momento in cui il sottoscritto salta dalla sedia, che ancora il ricordo di quei vini è così vivo, spendidamente impresso nella sua memoria che vorrebbe poter premere il tasto rewind e ricominciare la degustazione da capo. Tanto per rendere l’idea.

I Pirenei sono quelli orientali, la regione il Roussillon. Qui c’è solo una strada che porta in su, verso i cinquecento metri sul mare di Calce, la D18. Ed è qui, tra piccoli canyon e terreni che raccontano di roccie, di calcare, di scisti grigi che nascono gli alberelli che danno alla luce questi vini così straordinariamente espressivi. Grenache bianca e grigia, maccabeu da una parte. Grenache nera, carignan e syrah dall’altra. Vini luminosi, le cui uve “sembrano semplicemente un mezzo per traghettare nel bicchiere i caratteri minerali dei terreni“.

A San Gimignano si sono assaggiati sei vini di quattro cantine. Eccoli.

VDP des Cotes Catalanes Horizon Blanc 2008 – Domaine de l’Horizon

Floreale e minerale, racconta anche un sentore più caldo, mediterraneo. In bocca grande spalla acida per un assaggio vagamente suadente. Il centro dell’assaggio, anche sapido, sfuma verso un finale addolcito e fresco, come se in bocca ci fosse in corso una battaglia tra le diverse componenti. ****-

VDP des Cotes Catalanes Matassa Blanc 2007 – Domaine Matassa

Naso affascinante, di grande mineralità caratterizzato da un frutto appena accennato, mai invasivo, di grande spessore. In bocca è sapido e grasso al tempo stesso, sinuoso nello svolgimento e piuttosto elegante. Bel finale pulito, a ritornare su una nota affumicata. ****

VDP des Cotes Catalanes La D 18 2008 – Domaine Olivier Pithon

Anche qui va in onda una mineralità dal sapore di gesso, così integrata in un sottofondo di grande florealità. Leggermente fruttato (mela ed albicocca). In bocca è particolarmente equilibrato, piacevole nello svolgimento e sorretto da una spalla acida mai sopra le righe. ****

VDP des Cotes Catalanes La D 18 2005 – Domaine Olivier Pithon

Naso bellissimo e profondamente caratterizzato da una mineralià che rimanda la mente altrove, quasi verso certi riesling di grande spessore. Affumicato ed idrocarburico, in bocca è di grande spessore e piacevolissimo nello svolgimento. Appena grasso, ha una bella acidità a tenerlo dritto lungo tutto l’assaggio. ****+

VDP des Cotes Catalanes Coume Ginestre 2008 – Domaine Gauby

Riferimento assoluto per la tipologia, è quello che più di tutti a portato i riflettori su Calce. A ragione. Naso affascinante, morbido, aromatico, caratterizzato da un bel frutto ma ricco di mineralità. Anche burroso, con un accenno di nocciola. In bocca è struggente nel saper coniugare tutte le componenti al meglio. E’ fresco e profondo, teso, bevibile nella migliore accezione del termine e di bella acidità. Rotondeggia per poi chiudere con una grande limpidezza espressiva. In particolare per il ritorno sulle note olfattive. Materico ed al tempo stesso leggero. Splendido. *****

VDP des Cotes Catalanes Coume Gineste 2002 – Domaine Gauby

Grandi idrocarburi in primo piano, poi, dopo, ecco l’espressione una floralità lontana. Ma anche mandorla e nocciola. In bocca, come già emerso nel 2008, è assaggio che sa coniugare al meglio parti più dure e parti più morbide. Grande ritorno olfattivo per un finale che dimostra stoffa e maturità. *****-

La Vernaccia di San Gimignano nel 2010

Letteralmente un’immersione nel mondo della Vernaccia, oggi a San Gimignano. L’occasione era l’anteprima, ovvero il momento in cui tutte le cantine presentavano la propria produzione relativa all’annata 2010. Interessante perchè assaggiando trenta, quaranta vini ci si riesce a fare un’idea abbastanza precisa della tipologia, della stagione, del lavoro che in tanti stanno portando avanti.

Il 2010 ha portato con sé bottiglie caratterizzate da una spiccata acidità, che hanno ancora bisogno di qualche mese per esprimersi al meglio ma che già oggi sono godibilissime. Si, perchè se è vero che forse è difficile parlare di tante eccellenze assolute è anche vero che -in media- si tratta di bei vini, mai stanchi, sempre verticali, espressivi e poco caratterizzati da un uso eccessivo del legno (vabbè, chiaro, queste mica sono le riserve) o di altri vitigni (lo chardonnay). Grandi freschezze quindi, grande bevibilità, espressioni molto pulite. Evviva.

Certo, l’occasione era buona per assaggiare anche altre bottiglie, non necessariamente figlie del 2010. Questi, ma sono solo alcuni, i bicchieri che avrei voluto qui mentre scrivo. Che mi sono proprio piaciuti.

Vernaccia di San Gimignano DOCG La Castellaccia 2006

Naso di grande freschezza e pulitissimo. Le note giocano su toni minerali, affumicati e su una certa florealità. Caspita, per essere un 2006. In bocca è splendido, nervoso, dritto, di grande e spiccata acidità. Non dimostra gli anni che ha. Poi è largo, ha struttura sul frutto, si svolge in lunghezza e profondità. Di grande sapidità, quasi salino, struggente e buonissimo. Gran finale, di rara limpidezza. *****-

Vernaccia di San Gimignano DOCG Mattia Barzaghi, Impronta 2008

Bel naso pulito, decisamente floreale e con un tocco di profondità dato da due elementi: una certa mineralità (calda) ed un accenno quasi mediterraneo. Particolarmente espressivo, in bocca si svolge piacevolmente lungo tutto l’assaggio. Drittissimo, di bella freschezza. Pieno, scorrevole, preciso in ogni sua componente. ****+

Vernaccia di San Gimignano DOCG La Lastra 2010

Uh là, che eleganza. Naso di grande espressività, mai sopra le righe. Il biancospino ad introdurre una certa florealità, e poi mineralità e sentori che riportano al mare. In bocca è equilibrato, composto, di struttura elegante e piacevolissima. L’acidità non è mai fuori posto e accompagna tutto l’assaggio. Bel finale agrumato. ****

Vernaccia di San Gimignano DOCG Panizzi 2010

Naso piacevolissimo, largo, avvolgente ma mai stuchevole. Bocca di grande compostezza. Equilibrato ed elegante emerge per una grande ricchezza espressiva. ****